Pasqua a Bagnoregio: la processione sospesa del Venerdì Santo a Civita di Bagnoregio

Se si vuole assistere ad un evento fuori dal comune durante la Settimana Santa di Pasqua, si può andare a Civita di Bagnoregio e osservare (o partecipare) alla processione che passa sull’esile ponte che unisce l’antico borgo medioevale di Civita con quello Ottocentesco di Bagnoregio.

Il culmine delle celebrazioni religiose di Bagnoregio è la processione del Venerdì Santo durante la quale viene portata a spalla una pregevole statua lignea di Cristo crocifisso dalla storia miracolosa.

La tradizione della processione è iniziata nel 1600 ma il miracolo legato alla croce in legno risale al 1400. Si narra infatti che nel 1499 Bagnoregio e tutta l’area fossero infestati da una terribile peste e una pia donna si recasse ogni giorno a pregare davanti al crocifisso supplicando il Signore di porre fine ai dolori. Un giorno questa donna sentì una voce provenire dalla croce che le disse che la peste sarebbe finita grazie alla sua devozione. E così accadde, proprio il giorno in cui la donna morì.

Il Cristo crocifisso è anche una pregevole opera d’arte di scuola donatelliana. Questa statua si trova nella chiesa di San Donato a Civita di Bagnoregio, la parte medioevale di Civita che fu abbandonata per le continue frane che la resero inaccessibile. Una parte che ‘muore’ ma che ha un tale fascino da accogliere circa 1.000.000 di turisti ogni anno da ogni parte del mondo.

Questa statua non è mai stata trasferita nella nuova cattedrale e solo il venerdì santo per una giornata lascia la chiesa di San Donato per essere portata in processione lungo le vie di Bagnoregio. Una processione che vede coinvolte le confraternite e che termina prima di mezzanotte con il ritorno del Cristo a Civita, altrimenti secondo una leggenda, il paese sprofonderebbe definitivamente.

La processione quindi deve attraversare il ponte di collegamento che separa Civita di Bagnoregio da Bagnoregio in un suggestivo spettacolo che per qualche momento la vede sospesa nella Valle dei Calanchi. Tutto il corteo con la musica dei canti sacri si trova a camminare come su una fune sopra il dirupo.

Oltre alla e la manifestazione religiosa, a Bagnoregio va in scena una rappresentazione storica della Passione di Cristo con quadri viventi che raccontano gli ultimi istanti della vita di Gesù. Le scenografie, l’accuratezza delle vesti e una sapiente colonna sonora rendono molto suggestivo questo evento a cui prendono parte centinaia di comparse.

Il palco principale per lo spettacolo religioso-storico si trova nella piazzetta davanti la chiesa di Sant’Agostino.

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Dove si festeggia San Tommaso d’Aquino in Ciociaria e Vita del santo

Per chi cerca emozioni intime a contatto con la spiritualità, la storia e la natura (e perché no anche una sana cucina locale) può partecipare a molte manifestazioni nel Lazio o percorrere i luoghi di San Tommaso.

Il Lazio con la sua vicinanza con Roma è attraversato da una fitta rete di sentieri e strade che nel passato sono state percorse da santi durante la loro vita. Dopo la Via Francigena e la Via Francigena del Sud, il Cammino di San Benedetto e il Cammino di San Francesco, ora gruppi di camminatori stanno seguendo anche il percorso di San Tommaso d’Aquino che si snoda lungo la Ciociaria.

Da non confondersi con il Cammino di San Tommaso dedicato all’apostolo Tommaso, un itinerario culturale, naturalistico e spirituale che parte da Roma per giungere a Ortona attraversando il cuore dell’Abruzzo.
Ma ripercorriamo brevemente la storia del santo diventato famoso e i paesi che mantengono viva la sua memoria con eventi, feste e manifestazioni il 7 marzo, giorno della sua morte e che la chiesa gli dedica.

Vita San Tommaso

Tommaso dei conti d’Aquino nasce nel 1225 nel territorio dell’odierna Roccasecca, precisamente nel Castello di Roccasecca, che allora faceva parte della Contea di Aquino nel Regno di Sicilia. Il castello in cui è nato domina l’intera valle e lì a fianco sorge la prima chiesa a lui dedicata.
Tommaso era il figlio più piccolo, a soli 5 anni fu inviato nella vicina Abbazia di Montecassino per ricevere l’educazione religiosa. Il suo destino era divenire politico o cardinale, o Abate della stessa Abbazia.

Ma dopo che le frequenti guerre tra il Papa e l’Imperatore portarono al declino dell’Abbazia, la sua famiglia lo fece spostare a Napoli dove avrebbe potuto continuare gli studi. Qui conobbe i frati predicatori dell’ordine domenicano e rimase profondamente colpito dal loro stile di vita tanto che nel 1244 entrò a far parte dell’ordine e fu inviato a continuare gli studi a Parigi.

La sua famiglia non accettò la scelta di entrare a far parte di un ordine mendicante e la madre inviò un corriere agli altri suoi figli, che in quel periodo stavano combattendo nella regione di Acquapendente, affinché intercettassero il loro fratello. I fratelli lo catturarono facilmente e su un cavallo e lo condussero a Monte San Giovanni Campano, dove fu tenuto prigioniero per due anni in un castello di famiglia mentre tutta la famiglia tentava di fargli cambiare idea.

Si narra che qui i suoi fratelli introdussero nella sua stanza una giovane donna saracena per distoglierlo dalla vocazione religiosa. Ma il Santo la scacciò con un tizzone ardente e secondo questa storia subito dopo cadde in un sonno profondo. Durante il sonno gli apparvero gli angeli che lo cinsero con il cordone della castità e lo liberarono dagli istinti sessuali. Infine i familiari dopo essersi arresi, lasciarono Tommaso libero far ritorno in convento a Napoli.

I suoi superiori decisero di inviarlo a Colonia dove divenne allievo di Alberto Magno.

Mite e silenzioso, obeso di costituzione, contemplativo e devoto, rispettoso di tutti e da tutti amato, Tommaso d’Aquino è soprattutto un intellettuale. Costantemente immerso negli studi, perde spesso la nozione del tempo e del luogo. I frutti della propria riflessione si tradurranno in una mole di libri che hanno del prodigioso.

Si narra che durante una disputa affrontata fu soprannominato “bue muto”, ma Alberto Magno esclamò: “Sì, egli è un bue, ma un giorno i muggiti della sua dottrina saranno uditi in tutto il mondo”.

Nel 1256, dopo essere stato ordinato sacerdote, iniziò la carriera accademica divenendo professore all’Università di Parigi.

Nel 1259, poiché dopo un triennio il professore doveva cedere la cattedra a un altro membro dell’ordine, Tommaso ritornò a Napoli.

Poi fu trasferito ad Anagni e da lì a Orvieto, dove ricevette vari incarichi da Papa Urbano IV che qui aveva posto la sua residenza.

In questo periodo di intensa attività inizia a scrivere la Summa Theologiae, che diverrà la sua opera più celebre. E’ stato proprio San Tommaso chiamato dal papa a riconoscere il Miracolo dell’Eucarestia a Bolsena, ossia la “certificazione” dell’ostia come parte del Corpo di Cristo.

A Viterbo si può visitare la chiesa di Santa Maria Nuova, una delle più antiche di Viterbo che risale all'XI secolo dove all’esterno si vede un elegante pulpito in pietra sull'angolo sinistro della chiesa dove secondo tradizione San Tommaso veniva a fare le sue predicazioni nel 1267.

 

Nel 1268 fu richiamato a Parigi per perché serviva placare i contrasti nati all’interno dell’università tra i sostenitori e gli oppositori del pensiero aristotelico d’interpretazione averroista. Secondo San Tommaso, che non era d’accordo con nessuno dei due, Aristotele andava valorizzato in senso cattolico.

Completato il suo secondo magistero, tornò a Napoli e ricevette l’incarico di reggente degli studi nello “studium generale” dei domenicani. In questo periodo iniziò la Tertia Pars della Summa Theologiae che portò a buon punto, ma non terminò. Si narra che la causa di quest’interruzione fu un qualcosa che lo colpì profondamente durante la celebrazione della messa del 6 dicembre 1273.

Mentre era in adorazione del crocifisso in una cappella della Basilica di San Domenico, durante il colloquio con Cristo ebbe una misteriosa visione.

Nel 1274 Tommaso, nonostante il suo stato di salute, si mise in viaggio per il Concilio che Gregorio X aveva convocato a Lione. Dopo qualche giorno di viaggio arrivarono al Castello di Maenza, nella diocesi di Terracina, dove si ammalò e perse del tutto l’appetito. Visto che la sua salute non migliorava, fu trasferito nell’Abbazia di Fossanova, nella quale morì il 7 marzo.

San Tommaso fu canonizzato nel 1323 da Papa Giovanni XXII il quale, a chi faceva presente che San Tommaso non avesse compiuto grandi miracoli rispondeva: “Quante proposizioni teologiche scrisse, tanti miracoli fece”.

San Tommaso d’Aquino è il più grande pensatore del Medioevo e viene considerato un “dottore della Chiesa”.
Vediamo ora come i paesi della Ciociaria lo festeggiano.

Roccasecca

San Tommaso nasce a Roccasecca e quando si arriva in paese si è accolti da una grandissima Statua di San Tommaso realizzata dallo scultore Vangi proprio all’inizio del Tracciolino, il percorso che collega con la Valle di Comino.
Roccasecca dedica al santo un ciclo di seminari fra marzo e aprile dal nome Manifestazioni Tomistiche che iniziano il 7 marzo, il giorno che la chiesa dedica a San Tommaso.

Nei nove giorni precedenti al 7 marzo, presso la chiesa madre dell’Annunziata, una messa seguìta da una novena in cui si ricordano gli avvenimenti principali della vita del santo. La sera del 6 marzo il territorio comunale si illumina alla luce dei falò e presso i ruderi del castello dei D’Aquino viene accesa la fiaccola del tripode, costruzione inaugurata nel 1972.

La giornata della festa, poi, inizia già alle 6,30 del mattino, quando nel piazzale di Corso S. Tommaso al Castello si raduna la banda musicale che al suono di caratteristiche marce si incammina verso la chiesa dell’Annunziata, dove alle ore 7 si celebra la prima messa.

L’appuntamento principale è per le ore 10 con la cerimonia liturgica accompagnata dai canti della Schola Cantorum, officiata dal vescovo della diocesi e spesso da un cardinale, con numerosi sacerdoti domenicani che vengono da ogni dove a tener vivo il legame tra questa terra e il loro ordine monastico.

Alla fine del rito religioso inizia la processione che si snoda lungo le strette vie del Borgo Castello e attraverso le strade principali di Roccasecca centro. Durante il percorso la gente che si trova ai lati della strada e sui balconi lancia fiori alla statua in segno di omaggio. La statua ad intervalli quasi regolari sosta presso caratteristici altari allestiti per l’occasione, in modo da permettere alle persone che la portano in spalla di riposarsi.

La processione del mattino termina nella chiesa di S. Margherita a Roccasecca centro, dove Tommaso rimane fino all’appuntamento serale con la messa vespertina. A questa segue una nuova solenne processione notturna con la quale la statua tornerà nella sua dimora abituale dell’Annunziata.

Il percorso di ritorno si snoda lungo il panoramico viale Paolo VI, che si inerpica lungo il monte Asprano. Molto caratteristica è questa processione perché complice il buio della notte, le persone devono portare in mano una torcia accesa che, unita alle lampade ad olio disposte lungo il percorso, creano un effetto scenico assai suggestivo.

L’arrivo nella Collegiata, i fuochi artificiali e la benedizione finale del parroco con la reliquia del santo concludono la giornata dei festeggiamenti. La processione serale fu istituita negli anni ’60 per permettere di partecipare agli eventi religiosi alle persone che la mattina lavoravano e oggi è diventata quasi la più importante e suggestiva.

Aquino

I conti d’Aquino erano proprietari di una vasta zona che includeva anche Aquino, dove forse Tommaso visse i suoi primi natali.

Oggi ad Aquino nella basilica concattedrale si trova una importante reliquia, la costola del cuore del Santo.

In occasione della festa del 7 marzo, Aquino dedica a san Tommaso convegni di studio a livello internazionale ed eventi a carattere religioso e tradizionale.

Dopo la Novena di preparazione della festa e le Sante Messe del mattino, nel pomeriggio si svolge la solenne processione per le strade della città. I festeggiamenti per San Tommaso si prolungano per diversi giorni. Il 7 marzo di ogni anno viene ricordato con una solenne messa nella Cattedrale di San Tommaso e San Costanzo officiata da un cardinale, alla presenza di migliaia di fedeli.

Segue poi una lunga processione con la statua lignea di San Tommaso donata nel 1880 da papa Leone XIII, anche lui grande estimatore di San Tommaso.

La sera del giorno 6 marzo, viene acceso un grande falò in una piazzetta del borgo medievale, davanti alla Casa di San Tommaso. Tanti altri falò vengono accesi in ogni angolo di Aquino e anche nei paesi limitrofi, secondo una consuetudine secolare.

Monte San Giovanni Campano

A Monte San Giovanni Campano si può visitare il castello dove è stato imprigionato San Tommaso che ora è parte di un complesso recettivo di rara bellezza.

Il paese dedica a san Tommaso, nei giorni precedenti al 7 marzo, incontri culturali e religiosi come le Sante Messe e l’Adorazione Eucaristica. Il giorno della festa, di mattina, si celebra la Santa Messa nella chiesa collegiata e si fa una visita guidata del borgo cittadino.

Sempre di mattina, parte la Processione-Corteo accompagnata dalla banda musicale del paese diretta al Castello Ducale dove nella Cappella di San Tommaso, viene celebrata la messa con il Canto dei Vespri. Poi la processione termina alla Collegiata con la partecipazione delle Confraternite.

Anagni

Ad Anagni, nella Chiesa di San Giacomo in San Paolo, su un altare della navata sinistra si ammira la "Croce di San Tommaso", o Croce Mistica, o Croce Angelica donata da Papa Gregorio XVI quando visitò Anagni. Nella “Relazione del viaggio" del 1843, di Vittorio Massimo, si legge:

"Celebre Croce di San Tommaso d'Aquino che abitò ed ebbe cattedra nell'annesso convento, ed ivi colle proprie mani delineò sul muro in lettere gotiche le devote parole + Crux Mihi Certa Salus, + Crux est quam semper ador, + Crux Domini mecum, + Crux mihi refugium, le quali partendosi dal centro ove trovasi l'iniziale C, e diramandosi da quattro parti in cinque linee, formano la mistica Croce, che da suo titolo viene detta Angelica e la cui immagine ha una sì sperimentata virtù contro i fulmini e le tempeste".

Maenza

A Maenza si può visitare Il Castello Baronale di Maenza, ristrutturato nel 1986 ed oggi visitabile gratuitamente. E’ utilizzato per iniziative culturali e si possono visitare le sue 25 stanze distribuite su quattro piani che ospitano una mostra permanente sulla storia del castello, e i costumi medievali e rinascimentali utilizzati dall’Associazione del Venerdì Santo in occasione delle diverse rappresentazioni.

Il castello risale al 110-1200 ed inizialmente era una torre di avvistamento, e le modifiche più importanti sono avvenute grazie all’insediamento dei Conti di Ceccano.

Al terzo piano del corpo centrale si trovava il piano nobile dove è possibile visitare la stanza dove soggiornò San Tommaso d’Aquino nel 1274 e che apparteneva alla nipote Francesca d’Aquino. La stanza con volta a crociera era interamente affrescata.
Da Maenza, San Tommaso malato fu trasferito nell’Abbazia di Fossanova, nella quale morì il 7 marzo.

Fossanova - Priverno

Fossanova, che fa parte del comune di Priverno, nasce intorno alla splendida abbazia gotico cistercense del 1100. Oggi si può visitare insieme al borgo medievale che si illumina in occasione di eventi con musica dal vivo e degustazione di prodotti tipici.

Il paese festeggia san Tommaso nei giorni precedenti al 7 marzo con il pellegrinaggio dell’ultimo cammino di Tommaso da Maenza a Fossanova, l’accoglienza nel borgo con la polentata del pellegrino e alcune rappresentazioni teatrali dell’ultimo viaggio di San Tommaso.

Il cranio di San Tommaso d’Aquino si trova nella Cattedrale di Priverno ed il 6 marzo, dopo la Santa Messa, si svolge la processione con la reliquia della testa del Santo mentre il 7 marzo la tradizionale fiera con il mercatino artigianale.

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Un modo diverso di vivere Albano Laziale e la sua storia, un legame con Roma talmente forte da far scrivere una storia in versi ad Orlando Filippucci che racconta la nascita di Roma in modo originale e sottolinea il suo amore per Albano Laziale, il paese d’origine della madre dei Castelli Romani.

Questi versi di Orlando Filippucci nascono dal ricordo frammentato di una lettura giovanile, pochi gruppi di versi: una quartina di senso compiuto e qualche distico dall’effetto comico.

Orlando, era nato nel 1913 e non si stancava mai di tessere le lodi di quello che definiva «’o mejo paese d’oo monno» ovunque incontrasse qualcuno che avesse voglia di fermarsi ad ascoltarle. E tra gli aneddoti che infiorettavano i suoi racconti non mancava mai la citazione di un arguto componimento poetico dedicato alla fondazione di Roma, in cui si era imbattuto da studente.

Quel componimento iniziava così: «Ar tempo de l’antichi, ... antichi assai, / già s’ereno imbrojate le matasse: / Notaveno ner mare de li guai, / ognuno co la febbre de sarvasse! ...». Orlando era sicuro di questo inizio, tuttavia gli anni avevano scolorito i dettagli più sostanziali. Ma i suoi sforzi empirici di risalire all’autore e recuperare l’opera recitandone l’incipit davanti agli addetti delle biblioteche, dove andava per cercarla, si sono sempre rilevati fallimentari.

Di incontro in incontro e di racconto in racconto, Orlando aveva cominciato allora a riempire con la propria fantasia poetica i vuoti tra quella prima quartina e gli altri versi tenuti a mente. E quella originaria narrazione sulla nascita di Roma era diventata l’occasione (ironicamente capziosa) di ristabilire il primato di Albano Laziale sulla città eterna!

Insomma, per lui, sempre affascinato dall’incomparabile magnificenza di Roma ma devoto all’incanto morbido del paese materno dove aveva trovato una moglie amatissima e un meritato successo lavorativo, la genesi della capitale d’Italia era conseguente alla fondazione del paesello limitrofo.

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Nella foto: Orlando Filippucci[/caption]

In barba alle cronache di Tito Livio, di Plutarco e di Dionigi di Alicarnasso, la versione della vicenda di Rea Silvia “secondo Orlando” contemplava il fatto che la sfortunata fanciulla fosse stata impalmata da Marte ad Albano nel santuario dedicato alla dea Vesta, e attuale chiesa di Santa Maria della Rotonda.

Romolo e Remo, fortunosamente tornati ad abbracciare Numitore dopo l’abbandono sul fiume e la conseguente adozione da parte della Lupa, avevano poi deciso di emigrare per questioni di spazio: regnare insieme al nonno in un piccolo paese sarebbe stato frustrante.

Negli ultimi anni di vita, libero dagli impegni professionali, Orlando aveva intensificato le ricerche del testo originario senza alcun esisto. Così, alla fine, ha deciso di mettersi alla scrivania e ricostruire la storia… a modo suo. Non senza la giusta dose di auto-irrisione, come dimostra la chiusa del suo Natale de Roma. «La storia ecchela qua, che nun me credi? / È tutta verità, parola mia… / me possino cecamme! Che nun vedi / che nun potrei mai dilla ’na bucia?», diceva strizzando l’occhio per sottolineare la fandonia.

Se avesse avuto accesso a internet, Orlando avrebbe scoperto con facilità che quel componimento letto in gioventù era Er Natale de Roma di Romolo Bacchini. Pubblicato dalla stamperia dei fratelli Strini di Albano Laziale nel 1929. Per fortuna, non è andata così e a noi resta oggi questa deliziosa bagattella intessuta di una vis comica che dà conto dell’anima castellana di un “arbanese”… non proprio DOC!

Per ascoltare la poesia clicca qui sotto: 

[audio mp3="http://discoverplaces.travel/wp-content/uploads/2019/02/Natale-de-Roma.mp3"][/audio]
Ed ora la storia in romanesco de ‘Er Natale de Roma’ di Orlando Filippucci:

ER NATALE DE ROMA


A noi de li Castelli ce fa spece
d’esse considerati la provincia:
ma ce la sai ‘na storia che se dice
che all’epoca de Zeuse ‘ncomincia?
Sì nato a Roma, embè, che d’è ‘sta boria?
Er Papa, er Colosseo… che sarà mai!
Pe’ fatte capì quanto te sbaj.
 
Ar tempo dell’antichi, antichi assai,
già s’ereno ‘mbrogliate le matasse
e notavano ner mare de li guai,
ognuno co’ la smania de sarvasse.
Puro all’Olimpo, in seduta generale
pe’ discute ‘na tassa ar parlamento
se scatenò ‘na buriana tale
da fatte ammutolì pe’ lo sgomento.
 
Volarno inzurti, cazzotti, sediate,
quarcuno cominciò a tirà serciate,
finché Marte, er dio de la guera,
sfilò la daga, la buttò pe’ tera
e disse: - Uffa co’ ste discussioni,
me so’ stufato: do le dimissioni!
Io me vergogno d’esse ‘n olimpiese
basta: ho deciso de cambià paese. -
 
E detto fatto, senza ripenzacce
manco nun fosse ‘n grande perzonaggio
prese co’ sé sortanto le bisacce,
ce mise drento er pane cor formaggio
e ‘mboccò de corza lo scalone
che dall’Olimpo scenneva ‘n de ‘ste zone.
Perchè vedi lui ce lo sapeva già
che questo è er mejo posto che ce sta.
 
E ‘ste parole mie so’ dimostrate:
er Papa, de cui tanto ve vantate,
a Roma ce sta solo a lavorà,
si ha d’annà ‘n vacanza… viene qua;
e ce sta tanto be’ che si potesse
ce resterebbe puro a di’ le messe.
Ma ‘sto discorzo lassamelo da parte
pe’ ritornà a vedè che sta a fa’ Marte.
 
A furia de camminà è arrivato a Arbano
e siccome se sente stracco e zoppo,
sulla porta chiede ad un guardiano
un bon arbergo da nun spenne troppo.
Questo, che dei sui ce n’ha già tanti,
nun se degna nemmanco de guardallo
e co’ la mano je fa segno d’annà avanti
comme si fusse facile trovallo.
 
- Ahò! burino, guarda che so’ Marte,
me devi da trattà co’ deferenza. -
Ma quello s’arivorta all’antra parte
mostranno la più grande indifferenza.
Er dio, che pe’ ‘st’iriverenza ce va ‘npuzza,
nun domanda arcun’antra spiegazzione
e se ‘cammina giù pe’ ‘na viuzza
cercanno a naso de trovà la direzione.
 
Perchè devi da sapè che l’arbanese,
che de tutto e de tutti se ne frega,
si tu je stai simpatico è cortese
ma si fai parte de quella congrega
che se dà l’arie, inzomma, puta caso
si c’hai ‘n po’ de puzza sott’ar naso,
pôi esse’ puro ‘n dio, tanto pe’ lui
nun conti più de li sputarci sui.
 
La dea Vesta, fatte conto, allora
all’arbanesi de quer tempo llà
je doveva piacè davero ‘n monno
si la trattarno tanto da signora
da dedicaje (e ce sta ancora sa?)
‘n palazzetto bello, tonno tonno,
‘na meravija che sorprenne ancora
qualunque sia perzona viè da fora.
 
Mò ‘sto palazzo, ar centro der paese
corpì er dio Marte, che ormai stracco morto
de chi fusse nemmanco se lo chiese
e gnisuno potrebbe daje torto.
- Sarà l’arbergo – mormorò fra sé.
Bussò. Da drento chiesero: - Chi è? –
- So’ Marte! sverti aprite che so’ ‘n dio
e tutti hanno da fa’ er volere mio. -
 
Quanno che spalancarono er portone
all’improvviso, fu ‘n’apparizione!
Ar dio Marte che fra celo e tera
de regazze n’aveva viste tante,
nun je parve che fusse manco vera
tant’era bella, e subbito, all’istante
se ‘ntrufolò, je fece lo sgambetto,
chiuse la porta e ce appuntò er paletto.
 
La povera dea Vesta, senza foco
paonazza dar freddo e intirizzita,
fu costretta a assiste, lì in quer loco,
finché quei due nun l’ebbero finita,
a tutta la faccenna: e sai che te dico?
Ce pôi scommette, se la legò ar dito.
L’affronto de faje spegne er foco
nun je se doveva fa’ manco pe’ gioco.
 
- A ‘sta vestale che oggi s’è permessa
de provocamme qua ‘sta gran gazzara
doppo d’avemme fatto la promessa
de sorvejamme sempre er foco all’ara,
je la farò pagà: è davero troppo! -
e detto fatto, quarche giorno doppo,
la povera vestale spaventata
se rese conto d’esse ormai fregata.
 
Annò da Marte: - So’ ‘ncinta! che se fa? –
- A me lo dichi? Ma levete de qua! -
E ‘sto morammazzato de ‘n vijacco
ch’era arivato lemme lemme e stracco,
se la filò de prescia e ‘sto cornuto
se ne tornò all’Olimpo e te saluto.
Rimase sola, nei guai de questo monno
Rea, la vestale der palazzetto tonno.
 
Rea Silvia, era lei quella vestale
la fija der poro Numitore
ridotto a poco più d’un servitore
da Amulio, er fratello suo carnale,
che l’aveva deposto e nun contento
aveva chiuso Sirvietta in quer convento.
E ner convento, doppo de ‘sto fatto,
è normale che je dessero lo sfratto.
 
Defatti quella pora disgrazziata
ner giro de du’ giorni fu scacciata
e doppo nove mesi tutti interi
te mise ar monno du’ gemelli veri.
Ma appena Amulio ne venne a conoscenza
pronuciò de gran prescia ‘sta sentenza:
- Io li gemelli li condanno a morte
e a Rea Silvia toccherà la stessa sorte. -
 
Er boja, ch’era ‘n fonno ‘n bon bojaccia,
penzò: - Me dispiace pe’ ‘sta poveraccia,
la devo da fa’ fora; ma si posso
je sarverò li fiji, me so’ commosso. -
E così Romolo e Remo se sarvorno
drento a ‘na cesta, giù giù lungo er fiume,
finché ‘n pastore che steva de llì ‘ntorno
nun li pescò, tiranno a sé la fune.
 
- Mò che ce faccio co’ ‘sti regazzini? -
se domannò er pastore preoccupato:
- Nun cianno ancora manco li dentini
e pescalli ber fesso che so’ stato.
Ce vorebbe er latte de ‘ste pecorelle,
però si nun ce faccio le caciotte
me tocca venne er gregge e buonanotte,
sull’ossa nun ce resta che la pelle.
 
Ner mentre se poneva ‘sto busilli,
passò ‘na lupa lì, co’ l’intenzione
d’alleggerirlo de tre-quattro agnelli
pe’ magnasseli giusto a colazzione.
S’avvicinò a quer cesto ‘ncuriosita
co’ l’acquolina e leccannose le dita.
E qua vie’ er bello, stamme ‘n po’ a sentì
che t’aricconto come annò a finì.
 
La lupa, ner vedè ‘ste creaturelle
morte de fame e tutte ‘ntirizzite,
se sentì strappà er core e le budelle;
fece: - Le genti qua se so’ ‘mpazzite!
Li allatterò io ‘sti du’ fijetti,
li farò cresce grandi ‘sti pupetti
e chissà, forze quelli de domani
me chiameranno madre dei romani.
 
E tutta presa da ‘sta bona azzione,
se scordò de botto de scannà l’agnelli
e ner mentre ch’allattava li gemelli
vidde er futuro coll’immagginazzione:
sentì la gente urlà: - Dai, forza lupi! -
rivorta ai discendenti delli pupi
e vidde puro, e co’ giusto orgojo
la statua sua ‘n cima ar Campidojo.
 
‘Sta lupa era davero ‘na gran bestia,
ciaveva ‘n core comme ‘na capanna
e puro si nun peccava de modestia
però pe’ li gemelli fu ‘na manna.
Defatti ‘n pochi anni ‘sti du’ pupi
allevati cor latte delli lupi,
se fecero tanto belli e coraggiosi
che so’ ancora li gemelli più famosi.

 
Quanno ‘sti du’ regazzi ormai cresciuti
seppero d’avecce ‘n dio pe’ padre;
che appena ar monno erano venuti
j’àvevano ammazzata Rea, la madre;
e che Amulio, quer grande farabbutto
era er solo corpevole de tutto;
partirno subbito, punti sull’onore,
alla ricerca der nonno Numitore.
 
Giunti davanti ar palazzo de ‘sto vecchio
trovarno du’ gendarmi corazzati:

Qua nun se passa, nun sete autorizzati! –

fecero quelli e s’opposero parecchio,
ma Romolo e Remo, forti e ben pasciuti,
li scazzottarno, e doppo du’ minuti
li poveri gendarmi corazzati
pareveno gianduiotti ciancicati.

Chi è che osa fare questo chiasso? –

E Numitore svejato dar frastono
venne fora urlanno da gradasso;
però subbito dovette cambià tono
ner vedè ‘sti regazzi così belli,
perché capì che erano i gemelli
che ‘n giorno quella fija sfortunata
partorì prima de morì ammazzata.
 
E quell’antico re, quell’arbanese,
‘nsieme a ‘sti nipoti belli e forti,
riescì ben presto a riscattà le sorti
de quello ch’era sempre er suo paese,
anche si quer fetente der fratello
l’era ridotto comme un poverello
er giorno che distrattosi un momento
ciaceva avuto ‘n rincojonimento.
 
Ormai ristabbilita la giustizzia
er paese tornò a esse ‘na delizzia.
Ce fu ‘n giorno però che Romoletto
disse ar fratello: - Qua ce stamo bene,
ma ‘sto paese se farà ‘n po’ stretto
si co’ nonno restamo a regnà ‘nsieme! –
E così, detto fatto, tutt’a ‘n botto,
pijò l’aratro e fecero fagotto.
 
Sulli colli che steveno vicino
Tracciò ‘n sorchetto, appena ‘n quadratino
ma sta’ sicuro, se capiva già
che sarebbe diventato ‘na città.
Roma, così pensarno de chiamalla
quanno quer giorno, quer ventuno aprile
invitarno lì, pe’ battezzalla,
Mamma lupa e l’agnelli dell’ovile.
 
C’era puro er nonno re, e poi er pastore
che dar fiume l’aveva ripescati,
e er dio Marte, che senza fa’ rumore
s’era confuso ‘n mezzo all’invitati.
C’era er popolo e l’aristocrazzia
e puro er capo della polizzia:
tutti assieme pe’ innaugurà er paese
fondato da li fiji de ‘n arbanese.
 
‘Nzomma, Roma è bella, ve l’ammetto
ma si n’era p’Arbano nun ce steva.
Si cioè Marte nun avesse fatto lo sgambetto
alla vestale che tanto je piaceva.
La storia ecchela qua, che nun me credi?
E’ tutta verità, parola mia…
Me possino cecamme! Che nun vedi
che nun potrei mai dilla ‘na bucia?

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Dove festeggiare il Carnevale? Le migliori feste di Carnevale vicino Roma

Avete già scelto dove festeggiare il Carnevale? Il modo più italiano di viverlo è quello di partecipare ad una delle feste di Carnevale nel Lazio all’aperto dove la tradizione di ieri si intreccia con il divertimento di oggi. Carri allegorici e maschere sfilano per i paesi mentre sono organizzate manifestazioni enogastronomiche dove è possibile assaggiare i dolci tipici della tradizione locale.

Alcune manifestazioni si rifanno alla vita popolare, come la maschera di Rugantino a Roma che sottolineano e accentua le caratteristiche tipiche dei popolani. Altre sono un vero richiamo alla vita rurale come nel Carnevale di Velletri, chiamato Popolare Veliterno, una sfilata nata nel 1931 su carri agricoli addobbati con gli utensili del mondo contadino. Oggi quei carri sono stati sostituiti da grandi composizioni allegoriche.

Ma le manifestazioni più divertenti sono quelle goliardiche come il Carnevale di Frosinone che ricorda la rivolta dei frusinati contro le truppe francesi e si chiama la Festa della Ràdeca in onore delle foglie della pianta di agave che viene portata da tutti i partecipanti. A Pontecorvo il Carnevale affonda le radici nella storia della città, quando in passato era posta sotto l’attacco dei Mori.

Il più antico Carnevale del Lazio, e fra i più belli d’Italia, è senza dubbio quello di Ronciglione con le sue oltre 130 edizioni, i cui spettacoli ricordano episodi come le cavalcate degli Ussari e la Corsa dei Barberi. Le scuderie in cui la città si è divisa si contendono il Palio della Manna.

VITERBO

Il Carnevale di Ronciglione
Il Carnevale di Acquapendente
Il Carnevale di Civita Castellana

ROMA

Il Carnevale di Frascati
Il Carnevale di Tivoli
Il Carnevale di Velletri
Il Carnevale di Marino

FROSINONE

Il Carnevale di Frosinone
Il Carnevale di Pontecorvo

LATINA

Il Carnevale di Latina
Il Carnevale di Itri
Il Carnevale di Santi Cosma e Damiano

RIETI

Il Carnevale di Poggio Mirteto
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Proposte di viaggio per donne di 50 anni. Impariamo a volerci bene?

Credo che essere donna sia una delle esperienze più travolgenti, faticose e appaganti di questa vita. Saremmo potute nascere uomini e avremo perso l’emozione della maternità che invece ci è stata regalata.

Quante volte abbiamo sognato di prenderci cura di noi? E quante volte lo abbiamo veramente fatto?

E dopo la nascita dei nostri figli ci aspettano anni di corsa, di organizzazione metodica della giornata per rispettare tutti gli impegni, per assicurarci che crescano bene con una guida rassicurante, che si divertano e che apprendano.

Poi imparano a vestirsi e improvvisamente abbiamo più tempo libero, imparano a fare i compiti da soli e sentiamo che possiamo tornare ad occuparti un po’ più di noi. Dopo arrivano all’università, all’indipendenza e torniamo ad essere il centro della nostra vita.

E allora da dove cominciare per iniziare una nuova avvincente stagione?

Ci sono da rispolverare le passioni che tornano avevamo messo con il silenziatore ma prima dobbiamo imparare a volerci bene. E quale migliore esperienza che quella di un viaggio alla nostra scoperta del nuovo inizio.

Un viaggio che possa appagare tutti i sensi per una donna inizia dalla scelta di un bel posto che ci accolga con amore, lo stesso che noi diamo alla famiglia e agli amici, e che abbia quelle piccole attenzioni che fanno la differenza.

Un posto dove ci sia una Spa o un centro benessere è ancora meglio, un bel massaggio prima rilassante e poi rigenerante è quello che serve per liberare la mente e il corpo ed essere pronti alla serata.

Una cena con un buon vino è ancora meglio. Se magari scegliamo di soggiornare lungo una delle strade del vino che si trovano in Italia possiamo veramente soddisfare tutti i sensi. Al mattino dopo possiamo andare a visitare uno dei borghi gioiello che si trovano in Italia.

Le colline delle Langhe non necessitano di presentazioni e sono un patrimonio Unesco, il Chianti è ormai conosciuto internazionalmente come Chianti-shire, ma anche le colline dei Prosecco o la Strada del Cesanese con la visita alla Cripta della Cattedrale di Anagni (la Cappella Sistina del medioevo) vicino il palazzo dello schiaffo di Bonifacio VIII che ha cambiato la storia del mondo occidentale nel Trecento.

Si può andare ovunque, i vini Umbri come quelli Pugliesi o Siciliani, i vini della Campania o quelli del Trentino o del Friuli. Forse la scelta è quanti giorni ci prendiamo e quanto vogliamo allontanarci dalla nostra confort-zone.

Tanto vale sempre la frase di Proust ‘Il vero viaggio di scoperta non consiste nel cercare nuove terre, ma nell'avere nuovi occhi’.

Le zone di campagna o le strutture in centri d’arte senza troppa folla sono forse le situazioni perfette dove si può coniugare storia e cultura italiani ma anche cultura culinaria delle tradizioni locali e benessere. Molto intelligentemente i migliori operatori hanno creato una rete per promuoversi con gli Smartbox e oggi questo è uno dei migliori regali che possiamo ricevere.

Un messaggio velato (ma non troppo) ai nostri figli, amici e partner per una esperienza di viaggio dalla quale possiamo tornare pronte ad affrontare la seconda stagione della vita che, senza dubbio, sarà ancora più bella della prima perché oggi abbiamo la maturità per apprezzarla.

Basta andare sul sito e la sorpresa è fatta. Io ho scelto!

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Premio Town Ambassador al Gruppo La Ciociaria e la Provincia di Frosinone in Foto con l’Associazione Franco Olivetti

Il perché del premio si capisce già dal nome con cui hanno scelto di essere riconosciuti. La loro storia si intreccia fra virtuale e reale, fra il Gruppo La Ciociaria e la Provincia di Frosinone in Foto nei social e l’Associazione Franco Olivetti nel mondo reale con una sede a Frosinone.

Sono un fantastico gruppo di appassionati ciociari di fotografia che da molti anni promuove il suo territorio e organizza corsi di fotografia per avvicinare le giovani generazioni a questa forma d’arte.

Il gruppo su Fb nasce nel 2014 dalla passione di Emilia Trovini, Gerardo Forti e Ferdinando Potenti e oggi è arrivato a 8.500 iscritti con un incredibile numero di splendide fotografie che copre tutti i paesi della Ciociaria.

Grazie a loro molti degli emigrati italiani all’estero hanno potuto rivedere le proprie radici e molti curiosi hanno conosciuto questa terra dalla storia antichissima e che rivela vere e propri sorprese artistiche e naturalistiche.

Sette di loro hanno poi fondato l’Associazione di fotografi Franco Olivetti in omaggio al loro maestro e amico fotografo.

Un fotografo di successo che ha lavorato per Vogue e altre prestigiose riviste. Fondatore e presidente del Foto Club Roma e vincitore di importanti premi internazionali, tanto che una sua foto di una mongolfiera fu scelta alla Kodak nel 1988 per pubblicizzare le nuove diapositive. Le sue foto sono ancora in mostre e una è stata battura da Sotheby’s ed è l’unico fotografo ad aver esposto le proprie foto al Pantheon con la mostra “Uno sguardo dall'alto”.

Erano tutti amici e Franco Olivetti non era avaro e amava insegnare e diffondere la cultura della fotografia dando per primo l’esempio. Per questo il gruppo ha conservato lo spirito di generosità e di amore per il territorio che li ha portati a fondare anche una associazione reale e ad organizzare una sede attrezzata per tutti.

Gerardo Forti, Emilia Trovini, Ferdinando Potenti, Rosetta Terramagra, Enzo Sorci, Tiziana Cosso Olivetti e Daniele Olivetti hanno dato ‘il calcio d’inizio’, ma oggi l’associazione ha circa 50 membri e promuove corsi aperti a chiunque voglia avvicinarsi a questa arte. Corsi frequentati anche da giovani.

E noi sappiamo che nel nostro mondo dei social, di Instagram e di Facebook, la fotografia è l’elemento essenziale per colpire ed emozionare le persone. E sappiamo anche che la fotografia è l’elemento debole nella promozione delle piccole imprese e delle eccellenze locali.

Promuovere la cultura della fotografia, oltre alla bellezza dei territori, è un grande merito e significa gettare ‘semi dello sviluppo’ del territorio in un terreno sempre più vasto. Significa aiutare tanti piccoli imprenditori, tante associazioni locali e piccoli operatori turistici ad essere più attrattivi così da portare ricchezza nei ‘territori minori’.

Questo è il significato del premio ‘Town Ambassador’ dato da Discoverplaces alla loro attività, loro sono un vero seme che favorisce con amore lo sviluppo locale.

Nella loro storia, considerando anche le attività precedenti a questa associazione, questo strepitoso gruppo di amici ha organizzato in varie forme oltre 16 corsi di fotografia dal quale sono usciti anche 4 fotografi professionisti!

Nel corso si insegnano materie come: la tripletta (diaframmi, tempi, ISO), modi di misurare l’esposizione, tecniche di messa a fuoco e MAF (messa a fuoco) avanzata, composizione fotografica ed educazione all’immagine, HDR (High Dynamici Range) e multiesposizione, fotografia notturna e diritto all’immagine, flash e shooting in studio. Tutto termina con una uscita serale in cui si sperimenta dal vivo tutto quanto si è imparato e con uno shooting in studio con un modello. La sede della associazione è attrezzata di tutto! (per informazioni

Nella loro ‘attività reale’ il gruppo organizza anche mostre fotografiche dall’emblematico nome di ‘Stupenda Ciociaria’, tanto per non essere di parte.

La prossima mostra? Una dedicata ai 50 anni dell’Allunaggio al Mattatoio, la casa della cultura del comune di Frosinone che da sempre li appoggia dando loro la sede e sottoscrivendo un accordo per la promozione della città.

Alla consegna del premio è presente Rossella Testa, assessore al Centro Storico, che con orgoglio racconta di come questa collaborazione ha portato ad un nuovo interesse per la città con la riapertura di attività a Frosinone Alta: “Una mostra del 2017 alla Villa Comunale ha visto oltre mille visitatori e una lunga fila quotidiana per andare a scoprire le bellezze locali. Quelle che si hanno sotto gli occhi ogni giorno ma che solo l’obiettivo di un fotografo può far apprezzare ed amare”.

Se allora ogni tanto vedete qualcuno che gira con una macchina fotografica per i borghi della Ciociaria provate ad invitarlo a pranzo e a raccontargli le storie del vostro paese.

E se cade …. (come ogni tanto capita), aiutatelo a tornare in piedi ed offritegli un buon bicchiere di vino ciociaro: un Cesanese, un Atina, un Maturano o una Passerina. Forse le foto potranno venire un po’ sfocate, ma il dolore gli passerà!

Iscrivetevi al gruppo per conoscere la Ciociaria e essere aggiornati sulle loro attività.

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San Sebastiano, da protettore medievale a icona gay

L’immagine di San Sebastiano trafitta da frecce è stata fortemente identificata nell'ultimo secolo come icona gay maschile. Eppure non c’è nulla nella storia di Sebastiano e del suo martirio che sia particolarmente gay ed è il protettore dei vigili urbani e degli arcieri.

La mia introduzione a questa diversa iconografia di San Sebastiano è iniziata quando ero ancora una studentessa universitaria e dopo aver visto il film sulla vita di Mishima ho comprato uno dei suoi libri Colors. Mishima era uno scrittore giapponese omosessuale quando questo era ancora considerato un reato e con i suoi amici comunicavano anche con simboli ed immagini presi dalla tradizione.

Fino al medioevo l’immagine di San Sebastiano era associata a quello di San Rocco e le chiesette dedicate ai due santi si trovavano fuori le porte della città messe a protezione contro la peste e altri mali. Poi tutto cambia dal Rinascimento quando si inizia a rappresentarlo nell’arte come un uomo nudo legato ad una colonna e colpito con frecce.

Ma non furono le frecce ad ucciderlo e per capire questa evoluzione ripercorriamo la sua storia e quella della sua iconografia.
San Sebastiano è stato un antico martire cristiano assassinato nell’anno 288 per ordine dell’imperatore romano Diocleziano. Ad un certo punto è stato legato e gli sono state scagliate delle frecce e fu creduto morto. Invece era ancora vivo e fu curato da Santa Irene di Roma finché guarì per ritornare in vita.

Dopo la guarigione, egli accusò nuovamente l’Imperatore per la crudeltà verso i Cristiani. Infuriato, l’Imperatore ancora una volta ordinò la sua esecuzione. Questa volta venne picchiato a morte, il 20 gennaio 288.

Si sa poco sulla sua vita amorosa, quindi la sua antica popolarità tra gli uomini gay si basa, principalmente, su come è stato dipinto anticamente. A partire dal Rinascimento, la maggior parte delle volte Sebastiano è stato dipinto come un giovane quasi nudo in un miscuglio di piacere e dolore. La posa poi è quasi sempre quella languida di un uomo legato ad una colonna: il volto bello quasi in estasi e un corpo perfetto.

Tutti i pittori hanno fatto a gara a ritrarre un giovane uomo desiderabile trafitto dalle frecce. L’omosessualità di Sebastiano, quindi, deriva da un’invenzione dei pittori italiani rinascimentali che accantonano il santo adulto e villoso dell’iconografia medievale e si concentrano su un solo dettaglio: il torso. Dal Cinquecento Sebastiano è per prima cosa il suo bel torso di soldato romano con una doppia vita: quella di guardia imperiale di giorno e di cristiano di notte.

Per il passaggio definitivo verso una iconografia diversa e laica dobbiamo aspettare gli scrittori del Novecento. Nel 1911 D’Annunzio, durante il suo esilio francese, scrive il testo teatrale Martyre de Saint Sébastien (Il martirio di San Sebastiano) che viene rappresentato con le musiche di Claude Debussy.

Il santo viene rappresentato anche dalle mosse di Ida Rubinstein, la famosa ballerina dal fascino androgino che in questo modo esalta la femminilità e rivendica tutti i secoli passati in cui erano attori efebici che interpretavano ruoli femminili.

Dopo D'Annunzio si sono susseguiti film, spettacoli, quadri, sculture, fotografie, installazioni, romanzi, illustrazioni, poesie, canzoni, mosaici, che lo hanno avuto per protagonista. Alcuni artisti lo hanno eletto idealmente a loro patrono, poiché si sono considerati derisi, incompresi e "saettati" dagli altri. Scorrendo per il web si possono trovare molti artisti che si sono fatti ritrarre come San Sebastiano con vesti succinte, legati a un albero e con le frecce.

E con questo San Sebastiano diventa definitivamente il santo più amato dai gay.

Lungo il Novecento il nome Sebastiano viene utilizzato da molti scrittori per creare il dubbio di una sessualità ambigua attorno ad alcuni loro personaggi, come il Sebastian in Ritorno a Brideshead di Evelyn Waugh o quello in Improvvisamente l’estate scorsa di Tennessee Williams (che è stato anche un incredibile film di successo).

Va ricordato che lo stesso scrittore Oscar Wilde scelse di utilizzare il nome Sebastiano come suo pseudonimo dopo essere stato liberato di prigione.

Negli anni ’80, l’arrivo dell’AIDS fa riprendere vigore all’immagine di San Sebastiano che diventa il tema preferito dell’artista Tony de Carlo che iniziò una sua Serie su San Sebastiano. Da allora la collezione è salita a più di 40 raffigurazioni.

Anche l’artista californiano Rick Herold torna a dipingere un San Sebastiano mettendolo contro un fondale colorato con cartoni animati, uno stile che richiama quello dell’artista Keith Haring. Herold dipinge i suoi quadri con smalto sul rovescio di plexiglas trasparente.

L’artista della Florida JR Leveroni usa ancora una volta il santo per raccontare la morte di un martire gay contemporaneo con l’opera San Sebastián y Matt Shepard yuxtapuestos, la via crucis di Matthew Shepard (1976-1998).  La sua opera è composta da dipinti di stile cubista che ritraggono martiri omosessuali che soffrono in modo tenue, con appena una traccia di sangue.

Un film biografico importante è Sebastiane, diretto dal regista indipendente britannico Derek Jarman. Il film in lingua latina, del 1976, ha scatenato polemiche per il suo omoerotismo ed è considerato una pietra miliare del cinema LGBT. Quel che D’Annunzio suggerisce nel suo Martyre, ci pensa Derek a esplicitarlo nel ’76.

Ma il mito dell’icona di San Sebastiano ha superato ogni confine e anche un potente autore giapponese come Mishima, anche lui omosessuale, gli dedica un intero capitolo nel libro Colors in cui si sofferma a descrivere con passione i suoi ritratti. Lo stesso Mishima si fa ritrarre come il martire.

Con questa lettura diversa, possiamo dire che forse San Sebastiano è il santo che ha resistito più di tutti al passaggio dei secoli. Ma non credo che la chiesa sia molto contenta di questa sua estrema modernità. Quasi ogni chiesa italiana ha un dipinto di San Sebastiano e dopo aver letto questo articolo sono sicura che non lo vedrete più con gli stessi occhi.

In ogni caso San Sebastiano è stato reso realmente immortale!

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La rivincita di ciclisti, giardinieri e sommelier

Siamo oggi in un No Place, nella Cina orientale, in una città che replica ogni altra città che è cresciuta da meno di 1 milione di abitanti 20 anni fa a circa 10 milioni di abitanti oggi.

Una città che ha seppellito il suo stile di vita rurale, una città che ha demolito la sua storia, una città che ha eliminato la sua fabbrica di mattoni rustici, ma una città che ha fatto rivivere un aspetto della "vecchia Cina comunista", la bicicletta.

Ce ne sono centinaia in questa calda domenica estiva, in attesa di essere possedute, solo temporaneamente lunedì per trasportare i cavalieri di qua e di là ai loro nuovi lavori "hi tech" o per diventare servitori al dettaglio nei massicci centri commerciali che ora si sparpagliano in sobborghi ancora solo parzialmente abitati.

Una città di motociclisti e giardinieri.

Anche a quest'ora, abbastanza presto, ci sono spazzini sulle autostrade, forse appena usciti dalle loro case, a spazzare piccole tracce di carta e sigarette per dimostrare la quasi perfetta pulizia delle moderne infrastrutture della città.

Ovunque lungo le arterie principali ci sono i giardinieri.

Ho incontrato quattro persone, uomini e donne, che hanno riportato alla luce alberi giovani che sono stati spazzati via dalla loro incontaminata verticalità dalle tempeste e dalle tempeste di ieri. Sembra che i padri della città debbano avere una semplice regola per combattere i cambiamenti climatici, piantare un nuovo albero per ogni residente che arriva dalla periferia o dalla lontana Cina rurale.

Sì, l'inquinamento atmosferico nella Cina orientale è scoraggiante, ma gli alberi stanno facendo la loro parte per assorbire l'anidride carbonica, mentre le città aspettano la pioggia per lavare via lo smog. E poi vivono per il successo della politica dei veicoli elettrici per eliminare progressivamente gli effluenti dispersi nell'aria dal massiccio afflusso di traffico veicolare.

Indietro in nessun posto. Ho bisogno di un drink?

Era davvero caldo e pieno di vapore, quindi sono tornato al mio No Place 5 Star Hotel per ripararmi nell'intenso condizionamento dell'aria del palazzo di marmo che sembrava un approccio ragionevole ma egoista al primo pomeriggio.

Negli ultimi 20 anni, la Cina ha sviluppato una fiorente industria vinicola, in particolare il vino rosso, con marchi come il famoso Great Wall, i vini che sono piacevoli da bere e circa un terzo del prezzo dei loro cugini francesi.

Riconoscendo che era un po' presto per un aperitivo del genere, ho cercato il caffè per un corto nero. Pur essendo deluso dal prezzo di 25 RMB per qualcosa che non era nemmeno uno standard di Starbucks, ordinai un secondo e mi sedetti a sognare, praticamente da solo nella sala da pranzo imbottita.

Arrivò una coppia americana e chiese un bicchiere di vino rosso, mentre la moglie cercava solo un'acqua per dissetarsi. Ero abbastanza vicino al bancone per ascoltare la maggior parte della conversazione. Sembrava che non fosse possibile acquistare un solo bicchiere di vino in questo hotel a 5 stelle, e che la sua richiesta potesse essere soddisfatta solo con l'acquisto di una bottiglia, a un prezzo vicino a 200 RMB.

Immagino che abbia coinvolto sua moglie nella condivisione, abbia completato l'acquisto (in anticipo) e che abbia preso in consegna i compiti di rimozione del sughero dalla cameriera, quindi ha chiesto di portare due bicchieri di vino. Purtroppo, a quanto pare il bar non aveva bicchieri da vino e poteva offrire solo bicchieri di carta, che sono stati respinti.

L'americano si diresse verso la sezione self-service del caffè e in qualche modo, trovò due grossi barattoli di vetro, forse occhiali da birra, e con un'espressione ironica sul viso e un mormorio alla moglie, si sistemò su una panca e svuotò la bottiglia di vino all'incirca nei due bicchieri.

Sembra che l'infrastruttura alberghiera sia stata completata a un livello 5 stelle, ma la cultura turistica deve ancora essere portata alle aspettative occidentali, a meno che una mezza bottiglia di rosso non sia la fiera del pranzo.

Molti giardinieri, molti motociclisti e presto ... molti sommelier!

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