Un taglio a tutto: la grande Britola di Valboddiadene

Toni Venzo è un grande scultore del legno e un membro di Energitismo, il cui amore per la forma femminile, il vino e la natura precede qualsiasi altra cosa. La sfida di Tony è quella di riportare in vita grandi alberi attraverso la sua scultura.

Valdobbiadene è una località collinare nel cuore del Veneto, un’area di grande tradizione vinicola conosciuta per la produzione del Prosecco. Un’usanza tipica del luogo è quella della Britola, un coltello usato nei vigneti per potare le vigne e che veniva dato ai ragazzi, raggiunta la maggiore età.

E’ uno strumento molto importante per il coltivatore d'uva e spesso veniva fatto in casa. La festa della Britola si tiene a Valdobbiadene in marzo e nel 2014 ha presentato qualcosa di diverso e grandioso che ha unito Toni e Valdobbiadene: un grande albero.

A Valdobbiadene, diversi anni fa, era stato abbattuto un grande cedro del Libano nella centrale Villa dei Cedri e il tronco, che aveva assistito a parecchi secoli di storia locale, era stato salvato portandolo nel parco.

Enzo Dienes era così affascinato da questo albero che ha cercato un modo per salvare il tronco utilizzandolo come simbolo dell'etica del lavoro e delle tradizioni del territorio. Un albero 'così superbamente curato e prospero’. Il tronco del grande vecchio cedro era enorme, con un diametro di 2 metri. Così pian piano, ha preso forma il sogno di un memoriale dall’albero ed è nata l’idea di creare 'il più grande coltello al mondo', una Britola senza pari.

Nel dicembre 2013, Toni Venzo è entrato in 'campo' e ha impiegato due mesi per creare il manico del coltello. Ha iniziato il suo lavoro dapprima con la motosega per poi rifinire il tutto con i suoi utensili a mano. L’albero ha liberato profumi intensi e unici, profumi che erano stati bloccati per centinaia di anni all’interno del fusto.

L'impenetrabilità e la forza dell’albero è stata dimostra quando è stato trovato un chiodo nascosto all’interno del tronco, perfettamente conservato dopo oltre 100 anni. Sicuramente un chiodo che è stato inserito da un vecchio antenato di Valdobbiadene. Il manico del grande coltello è stato decorato con un grappolo d'uva che rappresenta la grande risorsa naturale di Valdobbiadene.

Nel frattempo, i fabbri Walter Fornasier e Giovanni Cenedese hanno lavorato per creare la tradizionale lama del coltello. La lama e il manico sono stati assemblati nella più Grande Britola e la sua inaugurazione è avvenuta nel 2014 in occasione della tradizionale Fiera di San Gregorio a Valdobbiadene.

Questa opera rimarrà installata nel parco della Villa dei Cedri a Valdobbiadene, dove i locali e i visitatori potranno continuare a godere dei sapori e dei profumi del Prosecco, ammirando la loro Grande Britola.

per saperne di più: www.opere.tonivenzo.it

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Bossa Buffona Regalo Matrimonio

La creatività non è sempre seria, e molti grandi artisti in diversi modi hanno dato sfogo al loro desiderio di ridere, sia alla loro forma d'arte che ai loro clienti, creando un buffone o una storiella.

In tutta la storia del teatro, il buffone è stata una fonte di risate, una fonte di auto-derisione, ma anche una fonte di quella saggezza perduta dai personaggi ordinari e pieni di se della commedia. Nel mondo della ceramica, la Bossa Buffona (o Boccia) e il Bummulu Malandrinu (da Caltagirone in Sicilia) sono come questi personaggi, ma con una progettazione idraulica abbastanza diversa.

Concentriamoci sulla Bossa Buffona. Si tratta di una bella ceramica artigianale e artistica, una brocca collezionabile con un fascino delicato e rustico. Eppure, provate ad utilizzarla come una brocca per versare o bere e scoprirete che esige una intelligenza superiore alle vostre abilità che solo un buffone, pratico nell'arte di 'giocare' la Boccia, può sorseggiare il suo vino prezioso, mentre l'elegante Dandy è lasciato fuori, ma con una riserva di risate.

Questa caraffa artistica, che racchiude il meglio dell'artigianato ceramico con l'esperienza dei maestri idraulici, nasce oltre 200 anni fa nelle botteghe ceramiche intorno Nove, nel Veneto, ma a parte un piccolo numero di pezzi nel Museo della Ceramica di Nove, sembra essere sfuggita alla attenzione degli storici.

Boccia o Bossa Buffona tradotto dal dialetto locale, significa 'caraffa burlona'. Innanzi tutto è un oggetto d'arte tradizionale tutto confuso con grappoli d'uva, steli, foglie, rami ... che richiede una montagna di lavoro sia nella costruzione e che nella decorazione.

Tuttavia, questa caraffa non è utilizzabile come qualsiasi altra, perché ci sono buchi e aperture da cui il vino potrebbe venir fuori alla minima inclinazione. Il bevitore dove capire il segreto per essere in grado di bere. Deve succhiare il vino da una delle tante cavità che si trovano tra le decorazioni e gli ornamenti, forse su suggerimento di qualcuno che sa come giocare la partita.

I fori all'interno delle pareti della brocca in ceramica, essendo interconnessi, devono essere gradualmente tappati per evitare il fallimento. Alcuni fori sono spazi vuoti che portano solo correnti d'aria.

Ci sono stati artigiani specializzati specificatamente nella creazione di questo oggetto, amato dagli intenditori, ma sfortunatamente trascurato per alcuni anni. E ora ha il suo “rinascimento”, attraverso il divertimento di alcuni uomini di Nove, artigiani della Bossa Buffona da molti anni, fra i pochi che si ricordano i trucchi della progettazione e produzione e che hanno ancora gli occhi e sentimenti nelle loro mani per creare la brocca e farne un'opera d'arte. E, naturalmente, lo spirito per utilizzarla per un unico scopo, un sorso o due di vino.

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Le Tragedie Greche a Siracusa

Tra i migliori festival primaverili ed estivi in Italia c’è quello delle Tragedie Greche a Siracusa al Teatro Antico, un teatro che fa sembrare “adolescenti” molti dei monumenti romani.

I Siciliani sono orgogliosi della loro storia articolata. Sono stati invasi, catturati, infiltrati e inseminati da quasi ogni megalomane costruttore di imperi nella storia, e ogni volta sono risorti migliori. Forse una delle prime e meno temibili forze che ha portato la sua cultura nell'isola ha lasciato il segno più grande.

I Greci arrivarono in Sicilia circa nel 700 a.C. e per i successivi 200 anni hanno costruito Siracusa che doveva primeggiare con Atene in dimensioni e importanza.

Non sorprende, quindi, che nelle cave vicino a una grande grotta hanno costruito un magnifico teatro che ha subito due modifiche con il tempo: i romani lo hanno convertito per i loro giochi e, più recentemente, il furto dei blocchi lapidei per altre costruzioni locali.

Fortunatamente, l'orgoglio verso il loro patrimonio ha portato a tutelare questa area come un patrimonio dell'UNESCO. Il 2014 è stato il centenario della creazione nel 1914 dall'INDA-Istituto Nazionale del Dramma Antico e delle rappresentazioni delle tragedie classiche al Teatro Greco.

Le tragedie greche a Siracusa sono in italiano e iniziano al tramonto. Il palco è grande e completamente aperto e una grande pietra è posta come cancello di ingresso alle viscere del retro palco.

Ci viene detto che, nei tempi passati, dal proprio posto sulle gradinate si poteva guardare la baia in lontananza, e le attività marine completavano lo sfondo sul palco ed erano parte dello spettacolo. Oggi lo spazio in primo piano è riempito dai grandi alberi di un parco, poco oltre passa una ferrovia vicino all'orizzonte del mare.

Arriviamo circa alle sei per un bicchiere di vino bianco locale e per guardare la varietà degli ospiti in arrivo. Al momento di prendere i nostri posti, che per fortuna sono con cuscini, è evidente che i posti sulla sinistra dell'anfiteatro, sotto il sole, sono vuoti. Diventiamo consapevoli delle conoscenze locali di come questi posti, forse un po’ meno costosi, si riempiono rapidamente solo quando le ombre del crepuscolo scendono sopra il teatro.

La tragedia?

Agamennone è una storia abbastanza universale che non differisce troppo dalla vita normale, seppure con piccole eccezioni. Agamennone sacrifica la figlia agli dei per guadagnare fortuna nella guerra con Troia.

Dopo dieci anni di duro lavoro torna vittorioso (con una signora in mano) dalla moglie Clitennestra che, nel frattempo, è diventata amara nel corso degli anni e si è impegnata in una sua “liason” e in suoi giochi di potere. Ha deciso che il suo futuro sarebbe stato con il nuovo amante e dispone la morte di Agamennone e della sua amante, mentre giustifica il suo delitto passionale a tutti gli altri.

Lo spettacolo è inframmezzato dai suoni della vita serale degli uccelli locali e dal fruscio morbido degli alberi con la brezza che viene dal mare.

La performance supera la banalità della trama e la produzione è sorprendente con in più un insolito un coro maschile. Il ritorno di Agamennone è particolarmente suggestivo e sembra essere un ritorno da 'morto'. Quasi in tempo con l’arrivo della notte, la tragedia è finita con un omaggio particolare a Clitennestra e al suo “bello”.

Per i visitatori stranieri, non temete la lingua italiana: lo spettacolo è nelle effusioni emotive degli attori.

Un ringraziamento alla fotografa Franca Centaro.

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Caltagirone: Accendendo la Scala

Caltagirone ha avuto un suo secondo Rinascimento nella seconda metà del 20° secolo grazie ai fondi e agli sforzi per riqualificare l’architettura della città, stesso avvio di molte altre grandi rinascite artistiche. In questo caso il catalizzatore sono stati i lavori di restauro della Scala di Santa Maria del Monte, l'emblema della città di Caltagirone.

I 142 gradini di maiolica che si arrampicano fino alla cima della città, sul Monte Erei, sono stati rivestiti da piastrelle in ceramica. Quest’opera monumentale non solo ha creato un indotto lavorativo per i laboratori esistenti, ma è stata catalizzante per la nascita di svariate nuove imprese di prodotti in terracotta e in argilla "bianca" sia tradizionali che moderni.

Anche se tutta l'argilla arriva da lontano (non ci sono più impianti per raffinare le argille locali), questo non ostacola le capacità artistiche dei ceramisti nel creare opere davvero uniche e belle.

Uno degli elementi evidenti di un rinascimento è la capacità di riportare in vita le tradizioni del passato. A Caltagirone gli elementi della tradizione sono i due santi protettori della città. San Giacomo è il santo patrono di Caltagirone (sin dalla battaglia del luglio 1091 quando il conte Ruggero il Normanno, assistito dai genovesi del posto, cacciò le incursioni arabe a sud della città).

Il Conte fece un ingresso trionfale in città e decise di costruire una chiesa in onore di San Giacomo: la vittoria avvenne il 25 luglio. Oggi, il 24 e 25 luglio si celebrano le feste in onore di questo Santo patrono di Caltagirone. Inoltre, nei giorni del 14 e 15 agosto, si celebra Santa Maria del Monte.

Questa “devozione”, per quattro notti all'anno, si manifesta attraverso l’allestimento della scala che si “accende” con miriadi di luci posizionate in modo artistico seguendo un disegno con varie sfumature cromatiche.

Solo una famiglia è autorizzata a prendersi cura di questo grande compito. Migliaia di lanterne vengono colorate rigorosamente a mano secondo un'antica abilità che si tramanda di padre in figlio.

Queste lanterne vengono posizionate lungo tutti gli scalini per formare un bel disegno. La lampada è formata da una carta traslucida dipinta e posta su un vaso riempito con olio d'oliva.

Dopo che ognuna di queste migliaia di lampade è stata accesa, una luce fiammeggiante illumina le piastrelle e tutta la scala creando uno spettacolo meraviglioso soprattutto al tramonto. Il bagliore delle piastrelle è un crescendo continuo di luci tremolanti in una notte magica fino a quando, con l'esaurimento naturale dell’olio, le scale si oscurano lentamente e il sonno arriva sulla città.

Forse le posizioni migliori per godere lo spettacolo sono dalla Piazza del Municipio o lungo la Via Principe Amedeo. Due postazioni che permettono di vedere l'intera immagine della scala e di scattare foto di questo unico evento che rimarrà “bruciato” nella vostra memoria.

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Grande Lirica a Città della Pieve

Karen Saillant è una cantante d’opera che crea una nuova opera lirica ogni anno e la presenta in prima assoluta in una delle città d’arte più belle d’Italia. Siamo stati a Città della Pieve a fine agosto per vedere la prima di Azaio.

Karen Saillant può essere definita in tanti modi, la sua vita è stata un susseguirsi di iniziative e invenzioni con un tema conduttore: la musica. La musica non è solo quella che ascoltiamo, quella scritta e recitata da grandi interpreti, ma anche quella che ognuno di noi produce quando è in armonia con il proprio corpo.

Studiando le funzioni della respirazione nella vita, seguendo gli insegnamenti di Carl Stough che è stato il suo maestro, Karen è riuscita a togliere suo marito, che era in coma vegetativo, dal polmone artificiale riportandolo ad una respirazione autonoma, un fatto considerato fino ad allora impossibile.

Ma torniamo alla Lirica e alla sua più forte passione: creare nuove opere liriche con professionisti, bambini e giovani. Quest’ anno ha selezionato 16 giovani cantanti a Philadelphia e un basso dall’Inghilterra per poter cantare e recitare in AZAIO, una storia originale scritta da Karen Saillant e Christian Bygott (il figlio più giovane) per celebrare il 450esimo anniversario della nascita di Shakespeare e il 180 anniversario della morte di Samuel Taylor Coleridge.

Ma che cosa è IOT? International Opera Theater! Nasce nel 2003 con due sedi, Philadelphia e Città della Pieve, secondo le due anime di Karen che si dividono fra l’Italia e gli Stati Uniti. IOT cerca di recuperare il ruolo della spontaneità nell’opera, come era nelle tradizionale “commedia dell’arte” del Rinascimento italiano, quando l’opera fu creata a Firenze dal Camerata.

Azaio è la terra dei sogni e della fantasia, un luogo segreto dentro ognuno di noi che ci collega alla nostra creatività, un luogo popolato da personaggi bambini. Il ponte che ci collegava ad Azaio, però, si è rotto a causa del disuso, lasciando i bambini soli e dimenticati. Toccherà ad un Marinaio, il famoso Marinaio de “La Ballata del Vecchio Marinaio” di Coleridge, ricostruirlo, e redimere se stesso e tutta l’umanità.

Ma il primo vero Azaio è forse Città della Pieve, il luogo dove l’International Opera Theater presenta ogni anno una nuova opera lirica a fine agosto. Siamo arrivati alla 11esima edizione e questa città magica non ha ancora smesso di far sognare Karen e i suoi amici.

Città della Pieve è conosciuta per aver dato i natali a Pietro Vannucci, detto il Perugino, forse una delle personalità che ha contribuito maggiormente al Rinascimento nell’Italia Centrale.

Era un grande pittore, capace di dipingere persone e paesaggi con luce chiara e una morbidezza insolite per l’epoca, ma è anche stato il primo artista-imprenditore. Il Perugino gestiva due botteghe artigianali, una a Firenze e una a Perugia (sacro e profano), da cui sono usciti artisti del calibro di Raffaello.

Per ricordare quel periodo di grande splendore, ogni anno a Città della Pieve si svolge il Palio dei Terzieri, 12 giorni di gare e contese medioevali per contendersi un Pallium (arazzo) e la gioia di vivere in uno dei luoghi più belli d’Italia, in un paese costruito all’80 % da mattoni di terracotta nel classico colore della Toscana e dell’Umbria.

Ed infine, la ciliegina sulla torta, l’opera si volge nel piccolo Teatro degli Avvaloranti, un gioiello realizzato fra il 1830 e il 1834 dopo qualche “secolo di pressione” esercitato da una locale Accademia Letteraria nata nel 1590 proprio a Città della Pieve.

Gli amanti dell’arte e della musica non possono non andare a Città della Pieve ad assistere ad Azaio! Se avete fortuna conoscerete anche Karen, che avrà sicuramente un sorriso per voi!

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I Crodaioli in Lusiana: voci eleganti in armonia

Dopo circa 15 tornanti e 20 minuti di guida su una pittoresca strada di campagna sopra Marostica, la bella città muraria che si adagia alle pendici delle Prealpi, si trova una cittadina arroccata a circa 750 metri sul fianco della montagna, chiamata curiosamente, Lusiana, a quanto pare dalla parola tedesca Lusaan.

La città è conosciuta per aver dato i natali a Sonia Gandhi, ma ancora più importante per i residenti, per l’architettura 'palladiana' della chiesa – la Chiesa Arcipretale di Lusiana – a cavalcione del lato inferiore della vecchia piazza della città.

Un sabato sera del 15 marzo, per molti il giorno di San Patrizio, la chiesa era gremita fino a traboccare (e molte persone erano in piedi) per ascoltare diversi cori celebrare i canti di Bepi De Marzi. La serata è iniziata verso le 9 con un coro dei bambini del posto (in realtà erano sia bambini che ragazzi) e una delle loro musiche era l’Ave Maria di Bepi De Marzi.

Il coro maschile, giustamente chiamato L'Eco delle Valli, ha poi cantato quattro brani tra cui il Rifugio Bianco, che ritrae un tema musicale di De Marzi sull'importanza della neve nelle sue varie forme per il popolo del nord, la creazione e un fiore nato nella mattina.

Come ci racconta Maurizio Signorini che canta nel coro da più di 30 anni, i Crodaioli sono uomini che attraversano gli stretti e ripidi sentieri che conducono verso le vette delle montagne, raggiunte dopo lunghe scalate. L'allegoria alla voce del coro è una composizione che richiede delle voci più alte rispetto a quelle dei canti dei cori maschili tradizionali. Le canzoni di Bepi De Marzi sono tutte fortemente religiose e legate al territorio, alla famiglia, alle madri, ai pascoli, alla neve e all'acqua.

 

I Crodaioli sono uomini che si elettrizzano al loro canto, cercando la perfetta armonia, creando note ammalianti, un momento a malapena sussurrando eppoi crescendo fino a un suono puro e vibrante, con singole voci che si elevano sopra le armoniche basse, due voci che cantano in modi e forme diverse per richiamare la morbidezza della neve, un sapiente controllo fuso con la gioia nelle voci.

Bepi De Marzi ha scritto canti che sono stati tradotti in molte lingue, e tutti i cori si sono uniti nella sua opera più famosa dedicata alla montagna - 'Signora delle Cime', un canto che porta pace per le anime tormentate - 'lascialo andare per le tue montagne'.

Una tranquilla luna piena splendeva sulla chiesa nel frattempo che ci allontanavamo ha suscitato in noi un senso di gratitudine per le interpretazioni dei canti di Bepi De Marzi.
per saperne di più: www.signoriniarchitetto.com

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Storie di Castelfranco Veneto - Fortezza della libertà

La fortezza di Castelfranco Veneto è stata costruita dai trevigiani nel 12° secolo con quattro torri poste di fronte alle quattro strade che si intersecavano in quella importante parte della pianura. Il forte era un avamposto di Treviso nella sua perenne battaglia contro Padova.

Castelfranco era una fortezza per le “persone libere”, un porto franco per incoraggiare la gente a popolare quella zona. E’ una delle diverse città murate di questa area del Veneto. Il cortile della fortezza non è grande ed è ancora circondato da un fossato.

Dalla cima della Torre Civica si può vedere la campagna circostante nelle quattro direzioni e per una grande distanza. Si può scalare la torre, circa 100 gradini, e ciascuno dei 4 livelli intermedi mostra i diversi ruoli storici della torre, mentre oggi è una galleria d'arte per gli artisti locali.

Castelfranco ha una grande tradizione di arte con un figlio prediletto, Zorzon di Castelfranco altrimenti noto come Giorgio Barabarelli, o Giorgione, il ‘ritrattista enigmatico del rinascimento' la cui opera superstite più famosa è la pala d'altare nella cattedrale appena dentro le mura della Torre Civica. Ha il titolo imponente 'Madonna e Bambino in trono con San Francesco e San Nicosia' ed è stata completata nel 1505 circa.

Vicino alla cattedrale si trova la Casa del Giorgione che è famosa per 'Il Fregio delle Arti Liberali e Meccaniche' che decora la stanza principale, forse influenzato dalle previsioni di un tragico destino dell’astrologo e astronomo Giovan Battista Abioso.

La casa è ben documentata con targhe che raccontano la storia di Giorgione. Abbiamo trovato particolarmente interessante un particolare riferimento a Caterina Cornaro, una elegante signora che è stata la regina di Cipro per 15 anni prima della nascita di Giorgione. Apparentemente la regina apprezzò l'arte di Giorgione e gli diede il suo appoggio.

La storia di Caterina è ben documentata. Era la figlia di una famiglia ben consolidata di Venezia con forti legami commerciali a Cipro. È stata sposata per procura a 14 anni con 'Giacomo il Bastardo' re di Cipro e successivamente portata lì per diventare la sua sposa. Purtroppo il re morì e lei rimase come regina.

Alla fine i nobili interessi di Venezia negoziarono, si presero il controllo di Cipro e la fecero tornare in Italia, dove ricevette l’area di Asolo come suo dominio e mantenne il titolo di regina. Ed è qui che Giorgione o il suo allievo Tiziano potrebbe aver dipinto ritratto mezzobusto della regina all'inizio del 16° secolo.

Asolo non è molto a nord di Castelfranco, quindi una breve visita al castello della regina può contribuire a completare l'immagine. Purtroppo, la Domenica della nostra visita, quando tutti i musei e castelli in questa zona del Veneto sono aperti, gli dèi di Asolo sembrano aver preso una vacanza (per mandare via i turisti?) e abbiamo potuto scorgere solo la vista che la regina avrebbe avuto dal suo parapetto su un bellissimo paesaggio verdeggiante e sulle pianure sottostanti che scivolano verso Venezia.

Una pace meravigliosa e forse la regina ha avuto la meglio dall’accordo.

Nel 1510 Giorgione morì con la peste a Venezia (il retaggio di essere una potenza mercantile?) senza lasciare il corpo dei suoi lavori, e lasciando gli storici con l'enigma del suo ruolo definitivo nel rinascimento in Veneto - uno dei diversi fondatori o una forza fondatrice.

Iniziate la vostra ricerca a Castelfranco e seguite le luci e le ombre di questo uomo libero.

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Bassano Del Grappa - Un Museo di Classe

Bassano del Grappa è stato il centro di molte guerre e conflitti per oltre 1000 anni, praticamente fino al secolo scorso. Ma da quasi due secoli è anche la sede di un museo classico - un museo di classe - oggi uno dei più bei musei d’Italia che vanta opere che spaziano dal XIV al XIX secolo.

Non è solo un museo d'arte, ma anche un centro studi degli archivi di Canova e una biblioteca con oltre 120.000 volumi. Una visita a questo museo classico richiede un po' di assistenza. Il museo si trova nella zona pedonale della città vecchia in quello che, 200 anni fa, era il monastero della Chiesa di San Francesco. La breve passeggiata per raggiungere il museo viene ricompensata da collezioni raffinate e alcune piacevoli sorprese.

Le sale principali del primo piano sono allineate in modo tale da formare una croce e presentano eleganti alti soffitti raffiguranti storie ecclesiastiche. Accediamo al museo attraverso una galleria in onore di Antonio Canova, le cui sculture si trovano nel suo vicino paese natio Possagno, ma le lettere e i lavori grafici sono quasi tutti in questo Museo Civico. Delle sculture, invece, abbiamo principalmente i modelli creati per rassicurare la mano e gli occhi prima di lavorare sui blocchi di marmo.

Abbiamo avuto la fortuna di assistere ad una meravigliosa mostra fotografica di alcune delle sue più belle sculture che mostravano la grande maestria nel raggiungere la traslucenza del marmo e il suo amore per le forme umane.
Nella galleria di Canova c'è una porta a destra che conduce a tre stanze più piccole che ospitano le opere d'arte del XIX secolo tra cui dipinti di Antonibon, il padrone di casa delle ceramiche di Nove che ha dato anche il nome ad una fabbrica di ceramica sita nella piazza della città.

Ancora più importante per il fortunato visitatore sarà quello di sentire la voce di un baritono che canta un'aria, forse La Tosca, Simone Boccanegra, Don Giovanni, o il Rigoletto. Questa è la sala dedicata allo splendido cantante d’operae attore Tito Gobbi, ai costumi che ha utilizzato nei circa 30 anni della sua carriera. Stare lì e ascoltare fa venire i brividi soprattutto nel sentire Scarpia mentre canta il duetto con Tosca.

Tornando alla galleria Canova, passando attraverso la sala ottagonale si entra in una galleria dedicata al più famoso e leale dei figli di Bassano, l'artista rinascimentale Jacopo Da Ponte, che ha adottato il nome di Bassano, una volta diventato famoso.

Le opere di Jacopo Bassano sono esposte nella sua città natale insieme ad alcuni dei suoi eredi. Queste opere sono principalmente di natura pastorale, nei suoi due significati di vita spirituale e agricola. La storia cristiana predomina con una delle opere più importanti: la Circoncisione oltre ad una curiosa selezione di argomenti adatti anche ad un pubblico laico.

Si potrebbe impiegare anche un intero giorno per vedere tutte queste opere e in particolare quelle che vanno del periodo rinascimentale al XVIII secolo. Questo è un Museo gradevolmente ordinato, le cui pregevoli opere meriterebbero un pubblico più vasto e una maggiore promozione per chi ha intenzione di visitare il Veneto, o anche Venezia.

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