Nell’antro della Sibilla

Le gambe reclamano il giusto riposo ma il cuore e la mente non hanno tempo per queste richieste di tipo sindacale. Debbono godere appieno di quello stato di beatitudine indotto dall’aria cristallina, dai verdi panorami sconfinati e dagli oltre 1500 metri di altezza.

Camminiamo da circa due ore ma per libera scelta. Avremmo potuto lasciare la macchina in paese o in un comodo parcheggio nei pressi di Castelluccio di Norcia, ma volete mettere?

È il sette luglio, perché quest’anno il miracolo, l’esplosione dei colori si è fatta attendere un po’, questo ci ha permesso di organizzarci meglio, di arrivare in tempo per lo spettacolo e ormai ci siamo, il fiatone lascia spazio ad un lungo sospiro di ammirazione il Pian Grande è lì sotto di noi con il suo incredibile tappeto colorato, un’esplosione di colori che lascia senza fiato.

Rosso, viola, giallo, verde, azzurro il buon Dio, quando ci si mette, fa le cose per bene, non lesina e in questo caso ci si impegna proprio.

Rimaniamo incantati come tutti quelli che per circa un mese o poco più (giugno – metà luglio) hanno la fortuna di assistere a questo continuo mutare e rincorrersi di colori.

Foto a non finire e solo dopo essersi a lungo beati di quella visione riprendiamo il percorso torniamo verso la spina di Gualdo, verso la piccola cappella della Madonna della Cona dove sorge anche il monumento al pastore, figura da sempre molto importante in questo territorio così bello ma anche così duro ed ostico per l’uomo con i suoi gelidi inverni e con le lunghe distanze da percorrere a piedi.

La Forca di Gualdo e il Pian Perduto ricordano epiche battaglie tra Norcia e Visso per il dominio del vasto altipiano e per la presenza strategica proprio di Castelluccio che dominava le due grandi piane il Pian Piccolo e il Pian Grande.

Grandi territori pianeggianti, preziosi luoghi costellati da un alternarsi di montagne aspre. Proprio questi monti sono luoghi da sempre custodi di antiche leggende tante che uno di essi e l’intero parco prendono il nome dalla Sibilla Appenninica, oracolo al quale si rivolgevano i più coraggiosi per ottenere divinazioni e risposte.

Ad oltre duemila metri, su monte Sibilla, esiste una grotta che si crede possa essere stata il luogo magico dell’origine del mito. Ma le leggende non finiscono qui e continuano già sul monte di fronte… Sì il monte Vettore, il più alto, racchiude un piccolo ghiacciaio perenne che dà origine ad un laghetto di acqua blu cristallina, chiamato il lago di Pilato, sì proprio lui, Ponzio Pilato che, tramite un carro leggendario, dopo una lunghissima cavalcata, trovò l’eterno riposo nelle gelide acque insieme al mitico carro.

Io stesso ho conosciuto, tanti anni fa, quando iniziai a frequentare questi luoghi, un vecchio pastore chiamato Peppone che, custode di antichi saperi, si trasformava a volte nel mago dei Monti Sibillini.

Insomma, tra passeggiate, viste mozzafiato, visioni, miti e leggende si è fatta l’ora di pranzo e allora fermatevi nella piccola bellissima frazione del comune di Castel Santangelo sul Nera, chiamata Gualdo e andate a ristorare le vostre stanche membra alla trattoria dell’Erborista dove, spendendo il giusto, mangerete squisiti prodotti locali, costolette di abbacchio doc, crostini al tartufo e tante altre cose buone.

Ah, a proposito di magie, sapete come la gente del luogo chiama i due gemelli gestori del posto? I Maghetti… Tanto per rimanere in tema!

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Vino e musica nel borgo: quale abbinamento scegliereste?

Un borgo medioevale, una degustazione di vini selezionati, musica jazz, assaggi di prodotti locali, musica folk, panorama mozzafiato, strade e palazzi in pietra bianca che riflettono la luna. Tutto questo nella notte di Calici nel Borgo a Gavignano.

Di fronte a tanta perfezione, l’unico dubbio che viene è quale vino è più adatto al jazz e quale al salterello. E’ meglio ascoltare il jazz con un prosecco, un vino bianco fresco o un corposo rosso? Perché certamente il jazz è più da aperitivo mentre la danza è un dopocena che continua fino a notte fonda.

Questa è la magia che si ripete ogni anno a Gavignano per un numero ristretto di persone, quelle che possono entrare nel borgo antico. I viottoli si animano con una raffinata degustazione di vini e prodotti locali, accompagnata da diversi gruppi di musica dal vivo che si esibiscono nelle due piazze e nelle terrazze che dominano la Valle del Sacco.

E’ una di quelle serate che ti penetrano nel sangue e ti lasciano un ricordo che dura una vita. Tutto è perfetto: il borgo, la selezione di vini e le note musicali che sottolineano i diversi stati d’animo. Ma andiamo per gradi.

Il primo ingrediente della serata è Gavignano: un paese che occupa tutta la sommità di una collina. Il centro storico è come un ‘occhio allungato’ e non è accessibile alle auto. Si entra da una porta e ci si incammina in viottoli e scale di pietra che hanno un fascino particolare.

Non ci sono i mattoni della Toscana, qui la poesia del passato è diversa: più asciutta e vera. Le strade e le case, infatti, sono fatte con calcare bianco locale, talvolta lavorato con qualche inserto di pietra vulcanica scura, e l’effetto finale è quello di una immersione totale nella storia medioevale.

Qui è nato uno dei papi più interessanti della storia pontificia, Papa Innocenzo III che ha dovuto accettare la riforma morale di San Francesco e l’indipendenza inglese dei baroni della Magna Charta ai tempi di Giovanni Senza Terra. Su questi viottoli passeggiava il re di Polonia che studiava la cultura scientifica nella prima metà del Settecento.

Il secondo componente della serata è il vino selezionato da esperti che scelgono piccole produzioni di nicchia. Vini locali ma anche da altre zone speciali italiane. Il percorso parte con un prosecco di avvio, continua con i bianchi e i arriva infine ai corposi rossi. Un crescendo accompagnato da assaggi di prodotti selezionati per la qualità e l’attenzione con cui sono stati prodotti.

Poi c’è la musica, da sempre parte integrante della magia della serata e le note si diffondono lungo i vicoli rimbalzano da una casa di pietra all’altra. Sin dalla prima edizione, la festa di Gavignano è stata affiancata dai ‘Parquaria’, che prende il nome da una fontana e in dialetto locale vuol dire ‘incontro’, un gruppo di musica folk che ha ripreso le tradizioni del salterello e delle ballate. Vengono da Montelanico, e da molti anni si riuniscono per riscoprire le tradizioni.

Non si può non essere travolti dalla loro potenza e gioia. Il salterello è decisamente più efficace della ‘taranta’ e le gambe non possono non seguire i ritmi, i piedi semplicemente non riescono a stare attaccati a terra e iniziano a ‘saltare’. Se le vostre mani non vanno sui fianchi e non iniziano a scandire i ritmi indiavolati, allora avete problemi.

Il jazz è diverso. Serve per preparare alla notte, si sposa con la luna e con i pensieri che vagano fra le luci lontane della vallata. Vanno in profondità nell’animo.

Ora devo prendere una grande decisione. Abbino il fresco vino bianco con il jazz o con il salterello? Si danza meglio con il rosso?

Ho deciso! Prima le bollicine del prosecco per preparare l’atmosfera e iniziare la serata con un brindisi gioioso. Poi un vino rosso che posso gustare stretto nelle mani mentre ascolto il jazz e cerco di riconoscere tutti i comuni della valle riflettendo sulla bellezza della vita. Infine un fresco vino bianco tra un ballo e un altro per rinfrescarmi.

E nel frattempo cercherò di capire ca e se mai abbia ballato in piazza al suono di qualche gruppo dell’epoca. Quanta magia in questo connubio di emozioni che soddisfa la mente, il cuore e la pancia!

Foto di Fernando Conti.

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Carpineto Romano cena con il Cardinale Aldobrandini

E’ una calda serata di mezza estate di Luglio, non importa esattamente di quale anno, ma mi sembra che forse sia il 1611.

Siamo a Carpineto Romano, il feudo del Cardinale Pietro Aldobrandini, nipote di Papa Clemente VIII. Sua sorella, Donna Olimpia Aldobrandini, ha trasformato questo paese nel centro del suo "grande stato", unendo i territori dei vicini comuni di Montelanico, Gorga, Gavignano e Maenza.

La nostra fortuna è quella di essere stati invitati ad una cena celebrativa nell’occasione della visita del Cardinale. E’ raro per noi umili cittadini del futuro, di essere trasportati indietro nel tempo e di condividere una cena con sua Eminenza. Eppure con circa altre 100 anime provenienti da varie ere, aspettiamo l’arrivo del seguito del Cardinale. Siamo all’entrata del Convento dei Frati Riformati collegato alla chiesa di San Pietro (da poco ultimai) e fra i favoriti del Cardinale.

Carpineto si trova fra due ‘gobbe di cammello’ e da qualsiasi parte guardiamo dal colle della chiesa, ad eccezione della valle verso Montelanico, le montagne ci sovrastano come torri.

Al crepuscolo ci hanno fatti entrare nel chiostro e le pareti di questa piazza ci hanno immediatamente avvolto. Si tratta di un alto edificio a due piani con le finestre del secondo piano che si aprono sul cortile. Abbiamo lasciato la natura e ora il nostro mondo è quello monastico. Nessun pensiero delle gioie della natura può nascere in questo luogo studiato per le anime che cercano Dio, magari volgendo il loro sguardo verso il cielo. Il periodo è quello barocco, ma lo stile ha evitato la sua influenza in questo chiostro. Ma non siamo qui per una lezione di stili architettonici.

Una fanfara suona ed entra il corteo del Cardinale. Donna Olimpia con il suo secondo marito, governatori, signore, e, interessante, Frati Riformati dell’ordine dei Francescani. Ci sentiamo proprio dei comuni montali nei nostri vestiti a confronto con le vesti della famiglia Aldobrandini e del suo seguito, ma siamo più comodi con i fratelli francescani e la servitù.

La cena inizia dopo l’oscurità con i tradizionali antipasti Lepini, lardo di Carpineto e ricotta di Amaseno, cipolle arrostite e formaggio Lepino, accompagnato da un vino rosso corposo delle vigne dei papi. Quando il vino inizia a scorrere viene servito il primo piatto, una grande scodella di polenta con maiale, salsicce e funghi porcini che lascia molti di noi sazi.

Gli intrattenimenti sono iniziati con un gruppo di quattro sbandieratori che hanno fatto fare una incredibile serie di voli aerei alle loro bandiere. Una commedia teatrale, poi, si faceva gioco dei personaggi politici e degli ospiti, anche quelli oggetti di beffe amichevoli.

Mentre la festa proseguiva con arrosto di maiale e patate, l'orologio ha segnato un'ora ammaliante e gli ospiti si alzavano completamente sazi, anche se continuava ancora il fluire di cibo dai cuochi per soddisfare il palato di molti contadini locali.

Aspettiamo di ritornare dal Cardinale nei suoi appartamenti in Carpineto il prossimo anno, come in un ‘giorno della marmotta’.

‘da un cittadino del XVII secolo’

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Bellezza nella vita e Arte a Santa Scolastica

Guidando sulle colline prima di Subiaco, appena passata la Villa di Nerone di cui rimane molto poco, si raggiunge il Monastero di Santa Scolastica, in onore della sorella di San Benedetto.

E’ uno dei 12 monasteri fondati da San Benedetto da Norcia a Subiaco, e il più vicino a quello di San Clemente, più in alto sul Monte Taleo, dove Benedetto ha vissuto per tre anni.

La dimensione e la magnificenza di questo monastero è confermata anche da alcune delle originali pietre lavorate che devono ringraziare, inavvertitamente, il famoso imperatore provenendo dalla sua villa.

Il giro dell’abbazia mi porta indietro nel tempo confrontando la perfezione di oggi del complesso, impeccabilmente riparato dai danni del bombardamento 1944, alla tragedia che ha condiviso con altri monasteri di San Benedetto.

Ci sono tre diversi periodi architettonici di questa abbazia che ospita 20 monaci, per un celibato a 5 stelle in una vita scandita dalla pace e dalla bellezza.

Visivamente la parte più vecchia è quella costruita dopo l’arrivo ‘non gradito’ di Unni e Saraceni nel IX e X secolo. Nel 1052, all’incirca, è stato eretto il magnifico campanile romanico, posto in un angolo del chiostro con i suoi inconfondibili lavori in pietra dei cosmateschi.

Eravamo venuti per visitare il monastero di Santa Scolastica e il nostro obiettivo era di partecipare ad un seminario sulla Bellezza nella vita e nell’arte. Comunque, per prima cosa è stato pertinente considerare l’ambiente in cui era ospitato questo evento.

La chiesa del 1770, disegnata da Giacomo Quarenghi, è più recente del resto del monastero ed è un progetto neo-classico. La guida ci riferisce che i ‘potenti’ di allora erano meno entusiasti del progetto di Quarenghi di quanto lui avrebbe voluto e che la chiesa attuale è stata ultimata da altri architetti.

Nel mentre Quarenghi soggiornava in Russia. Da notare che Quarenghi è descritto come ‘l’ultimo grande architetto Italiano’ arrivato a San Pietroburgo dove ha promosso l’architettura Palladiana ‘par excellence’.

Quando ho capito questo, è diventato chiaro da dove Quarenghi ha ricevuto l’ispirazione per la chiesa di Santa Scolastica.

Apparentemente, un po’ prima, deve aver ricevuto una copia del trattato di architettura di Palladio (pubblicato esattamente due secoli prima di questo progetto) ‘Quattro Libri d’Architettura’, e il disegno di questa chiesa potrebbe essere stato un suo esempio di una lezione da Palladio.

Se questa sia la bellezza nella vita lo giudica solo l’osservatore.

La storica chiesa dell’abbazia era totalmente gremita ‘packed to the gunwales’ con una elegante presenza di accademici, storici, e monaci e suore di clausura di Subiaco.

Mi sono ritrovato seduto sulle sedie del coro, alla fine della seconda fila, e guardavo la schiena degli oratori.

Di fronte a me sedevano sei suore che coprivano l’intero spettro dell’età e delle razze umane, la più anziana appariva centenaria.

Avendo solo una descrizione verbale dei quadri presentati dall’eminente direttore dei Musei Vaticani, mi sono concentrato sulle mie riflessioni sulla bellezza.

Il mio primo pensiero era che la bellezza è un concetto totalmente qualitativo senza misure fuori dall’esperienza personale e analisi comparativa con altri, similmente affascinati da un particolare esempio di ‘bellezza’.

Allora che cosa è oggettivamente?

Forse è la riposta integrata alla reazione dei segnali dei nostri sensi.

Non è la perfezione, come alcuni sostengono, dal momento che la grande bellezza nel paesaggio e negli esseri umani inevitabilmente si scontra con la definizione che ‘ solo Dio può creare la perfezione’ (e Lui non ci ha lasciato alcun segreto). Ma la bellezza sembra essere disegnata su un equilibrio, un semplice equilibrio fra impatti visuali.

Ciò nonostante, sostengo che la bellezza per un uomo cieco potrebbe essere la canzone di un uccello, la brezza che sussurra fra gli alberi, o il suono di un’aria di Puccini cantata con ‘assoluta’ perfezione.

Che ruolo ha il cervello in questa risposta? C’è una connessione con il cuore, ed è questo il modo in cui nascono le nostre emozioni quando ci confrontiamo con qualcosa vicino alla ‘grande bellezza’?

Forse la connessione fra la mente e il cuore dona all’umanità l’opportunità di comprendere la bellezza, e per questo riempie di gioia la nostra anima.

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La storia del narratore del Museo delle Macchine per Scrivere, Ebraico e Diocesano

Natale Pagano è una veramente persona speciale. Come ha potuto realizzare un Museo della Macchina per Scrivere a Trani? Che cosa lo rende speciale?

Il 21 Aprile 2016 è un giorno speciale che fa di Trani, la capitale della Puglia prima dell’interferenza di Napoleone, un Posto Speciale.

E’ il giorno dell’inaugurazione del Polo Museale, una strana congiunzione fra il Museo dell’Archidiocesi di Trani-Barletta-Bisceglie-Nazareth, il Museo delle Macchine da Scrivere, e il Museo Storico Ebraico nella Sinagoga Scolagrande meglio nota come Sant’Anna.

Questo giorno è anche il compleanno della fondatrice di Energitismo, Claudia Bettiol. Che cosa hanno in comune questi fatti?

Un elemento che rende ‘speciale’ una persona è la dedizione al risultato, l’anelito di vedere il suo raggiungimento e di arrivare al più alto livello possibile di eccellenza.

Natalino Pagano e la sua squadra lo hanno raggiunto nella creazione del Museo delle Macchine per Scrivere, che racconta la storia completa delle macchine da scrivere e delle sue molte varianti dalla sua creazione nel 1873 fino ai giorni nostri. Nascita, vita e morte delle macchine che hanno rivoluzionato la corrispondenza.

Nel far questo ha evidenziato i tre requisiti per il successo – Non Mollare, Non Mollare, Non Mollare.


Il secondo elemento è la passione. Abbiamo ascoltato all’inaugurazione Natale raccontare dal suo cuore la sua storia e la gioia nella costruzione di questo museo della tecnologia, della sua devozione per Adriano Olivetti, un imprenditore con il quale ha condiviso la passione della creazione.

Il terzo elemento è il lavoro di squadra. Mentre un maestro ha un ruolo chiave nella creazione del suo capolavoro, i collaboratori sono essenziali nel suo cammino verso il successo, ma non sempre questi sono ricordati con l’amore e il rispetto che Natalino Pagano ha avuto nel suo discorso inaugurale.

Ha condiviso la gioia del palco con la sua compagna Isabella, la sua anima e devota collaboratrice. La professionalità del team del museo nella organizzazione, direzione e gestione di questo perfetto evento inaugurale ha dimostrato il rispetto che il gruppo ha per il suo leader, qualcosa che si verifica solo quando c’è rispetto da ambo le parti.

Il quarto elemento di una persona speciale è la sua abilità nel creare una sinergia fra persone che normalmente non andrebbero d’accordo.

In questo giorno gli ospiti d’onore sul palco e in platea sono venuti da sei percorsi di vita diversi. Protagonisti nel commercio, nel clero, militari, civili, politici e giudiziari, tutti hanno condiviso il calore della creazione di un inaspettato Polo Museale, la combinazione di un museo ecclesiale con un museo tecnologico, tutto creando nuove forme d’arte.

Certamente questa era l’ambizione. La fondazione che ha avviato l’unione di questi musei è la Fondazione SECA (Scripturae Evolutio cum Arte).

Il quinto elemento di questo pentagono delle ‘persone speciali’ è il ‘cameratismo’, la gioia di condividere con tutti i momenti di successo, di creare situazioni dove le persone che arrivano da diversi percorsi di vita si sentano accolte.

Dove si creano nuovi amici e nuove opportunità per collaborare, dove i risultati sono potenziati dal potere di due o più che si uniscono per uno raggiungere uno scopo.

Natale Pagano è già stato insignito dallo Stato Italiano come Cavaliere della Repubblica per essere una persona molto speciale.

Ma in sostanza, che cosa condividono Natale Pagano e Claudia Bettiol? In questi cinque elementi che definiscono una persona speciale, Natalino ha condensato la visione che Claudia aveva quando ha definito la mission di Energitismo – trovare Persone Speciali in Luoghi Special.

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Colle di Fuori: la chiesa che non ti aspetti

Osservando il panorama da Rocca Priora, il paese più alto dei Castelli Romani, si scorge tra due lembi di terra un piccolo insediamento urbano dominato da una insolita chiesa con un alto campanile che ci lascia la sensazione di essere in un paesaggio alpino.

E invece no, ci troviamo a Colle di Fuori piccola frazione di Rocca Priora ad una ventina di chilometri da Roma.

Oggi Colle di Fuori è un piccolo centro, una borgata rurale costituito da case di una o due piani circondate da vigneti e frutteti che si nasconde fra le pieghe delle montagne dei colli laziali. Per arrivare in questo borgo bisogna percorrere la strada che dal casello di San Cesareo porta al paese stesso.

E proprio percorrendo questa via che riusciamo ad osservare da vicino la Chiesa simbolo del paese, nata per volere dell'allora vescovo della diocesi tuscolana Michele Lega che nel 1929 si recò in visita nel piccolo villaggio.

In quel tempo Colle di Fuori era solo un gruppo di capanne di contadini che da Capranica Prenestina si stabilirono in questi luoghi .

La prima pietra, su progetto dell'ingegner Carlo Strocchi, fu posta il 24 agosto del 1930 durante una solenne cerimonia alla fine della quale il vescovo pose una pergamena, firmata da tutte le autorità presenti, in un tubo di piombo a sua volta fu inserito in una cassetta di pietra sotto le fondazioni della chiesa.

Per osservarla da vicino si passa per la piazza del paese, dove troverete sempre cittadini che incuriositi dal vostro passaggio non perderanno l'occasione di intercettare il vostro cammino e di narrarvi la storia di un piccolo ma importante monumento simbolo di un paese che nasce.

Il declivio naturale del terreno accoglie la Chiesa e sottolinea ancor di più il suo prospetto principale caratterizzato dalla mole dell'alto campanile da cui si accede direttamente all’interno della chiesa.

L’imponenza dell’edificio è alleggerita da lunghe feritoie su ogni lato del campanile e dalla presenza di due piccoli porticati che incorniciano il portale ligneo di ingresso.

Lo sguardo corre attraverso l'unica navata verso la profonda abside,nella quale è posta la Madonna del Buon Consiglio a cui la Chiesa è dedicata. La luce penetra attraverso le vetrate colorate che disegnano i prospetti laterali e ci ricordano con immagini e simbolismi la vita di Cristo.

Camminando, non si può non notare il disegno del pavimento articolato in lastre di marmo e mattone di gress e ancora procedendo verso il presbiterio, rialzato rispetto al piano dell'unica navata, troviamo un altro elemento insolito la cui bellezza non può sfuggire neanche all'occhio più disattento.

L’altare è un paliotto ornato con stucchi dorati su sfondo bianco con lo stemma Bernardiano, intrecci vegetali e un’ancona con due colonne corinzie che sorreggono una trabeazione.

Questo altare era precedentemente ubicato a Villa Mondragone, oggi sede di rappresentanza dell’Università di Tor Vergata, e donato dai Padri Gesuiti in occasione della cessione della villa all’Università.

Tanto basta per essere invogliati a percorrere la strada che porta al piccolo borgo e che tante sorprese riserva a chi come me ama la storia e l'unicità di luoghi sconosciuti ai più.

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Ci vediamo al Foro di Palestrina

Palestrina è una enigmatica città vicino Roma dove letteralmente si cammina dentro una storia millenaria.
Pochi giorni fa è stata riaperta una parte dell’antico Foro di Palestrina per ridonarlo alla città proprio come un moderno ‘Foro’. Un gioco di specchi storici di estrema suggestione in cui forse ci si ritrova a vivere le stesse emozioni di due millenni fa.

Una sensazione che mi ha fatto sentire i brividi nel profondo.

Passeggiare fra le antiche mura, ascoltare i discorsi dei ‘reggenti del paese’, assaporare un aperitivo nel grande cortile del foro e ritrovare le bellezze del passato con un gioco di luci, che proiettava i mosaici sul pavimento, mi ha fatto sentire come se la storia di duemila anni non fosse esistita.

Eravamo tutti lì e continuavamo a sentire la vita della comunità di Palestrina che palpitava. Il centro che torna alla città, e dalla città ai cittadini, proprio come un moderno Foro di Palestrina con una sala conferenze e un luogo di incontri culturali e sociali. Viene così recuperato non solo il luogo architettonico ma anche quello sociale, ancora più importante per dimostrare la vitalità di questa città moderna e antica.

Quando guardiamo al passato spesso ci immaginiamo persone serie, tutte comprese nelle grandi gesta che leggiamo nei libri di storia e ci dimentichiamo gli aspetti quotidiani della loro vita. Il Foro, la Basilica e le terme erano luoghi sociali. Qui avveniva di tutto, dallo svago alla giustizia, dal mercato ai divertimenti.

E cosa c’è di più emozionante di assaporare un bicchiere di vino fra gli imponenti resti di questo foro, in mezzo a persone che provavano il tuo stesso stupore? E cosa c’è di più incredibile che vedere il retro delle pareti della cattedrale di Sant’Agapito che ancora mostrano le colonne del Foro di Palestrina e di un tempio dedicato a Giove?

Eravamo arrivati nel pomeriggio per visitare il Tempio della Fortuna Primigenia e il Museo Archeologico a Palazzo Barberini e subito abbiamo capito che non avremo mai fatto in tempo a fare tutto quello che ci eravamo prefissi.

Ovunque si poteva sentire la concitazione e l’eccitazione per quello che stava accadendo.

Alla biglietteria del museo subito una gentilissima addetta ci ha informato che alle sei avrebbe lasciato il suo posto per andare a prendere parte alla inaugurazione e ci ha consigliato di non perdere l’evento atteso da oltre 10 anni.

Discendendo le scalinate laterali, una volta parte del tempio e oggi centro storico di Palestrina, ci siamo imbattuti in eleganti signore di una certa età che si stavano preparando per andare alla inaugurazione. Ovunque risuonavano voci e parole che richiamavano la nuova apertura del Foro.

Siamo stati fortunati: siamo arrivati in tempo e abbiamo trovato posto a sedere. Ma il brusio delle centinaia di persone in piedi nella sala e nel cortile laterale impedivano di sentire la storia di questo particolare intervento di recupero. Vado a memoria di quello che ho capito.

Per molti secoli questo edificio era appartenuto alla diocesi vescovile che lo aveva adattato alle proprie necessità, realizzando stanze per i seminaristi. Non esistevano piante e quando gli architetti decisero di intervenire, il loro progetto si era basato su un paio di stampe di epoca barocca.

La verità è stata un’altra e appena iniziati i lavori si è capito che le stampe non corrispondevano alla reale situazione e i progettisti si sono trovati davanti a scelte. Da qui i dubbi su quale strada percorrere. Tutto l’edificio era parte integrante della storia millenaria della città ma la decisione era quale storia far prevalere: la storia romana o quella medioevale?

E’ stato scelto di investigare su quella romana e, per demolire alcuni muri, sono stati effettuati arditi interventi di consolidamento murario a base di fibre di carbonio e resine. Finché tutto il lavoro non è stato premiato con la scoperta di una antica abside, scavata nella roccia, alla cui base si trovava il mosaico del Nilo oggi visibile a Palazzo Barberini. Oggi i colori di questo mosaico rivivono con un gioco di luci che proietta il disegno nel luogo in cui si trovava.

Che strana la storia passata e chissà cosa resterà di quella che stiamo scrivendo. Questo Foro di Palestrina, dimenticato per anni, depredato di marmi e rivestimenti, poi usato come cantine dai Barberini, poi diventato seminario vescovile e infine gestito dalla Soprintendenza che lo ha portato a nuova vita e donato alla città come un nuovo Foro di Palestrina.

E in questa vicenda, un ruolo insolito lo giocano i bombardamenti della seconda guerra mondiale che distruggono molte case del centro e riportano in luce i resti romani sui quali erano state edificate le abitazioni. In una area proprio sul retro della chiesa è ancora visibile l’effetto di una di queste bombe, che aveva colpito quello che allora era il Museo di Palestrina, .

Il luogo è magico, l’atmosfera era partecipata e quando il sindaco ha dato la cittadinanza onoraria alla direttrice Sandra Gatti per ringraziarla del lavoro svolto in tutti questi anni, l’applauso del pubblico è stato forte e potente.

Penso che tornerò a prendere parte della vita del Foro e penso che questo recupero architettonico entrerà a far parte della storia dell’architettura per la grande sensibilità con cui moderno e antico sono messi a confronto in un dialogo semplice, elegante e coinvolgente. Auguri Palestrina e auguri a Sandra Gatti, l'architetto Roberto Pingi e i loro gruppi.

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Rappresentazioni di Pasqua: i ‘Quadri Viventi’

Fra le più suggestive manifestazioni dei giorni di Pasqua in Umbria, i ‘Quadri viventi’ di Città della Pieve meritano certamente una menzione.
Un gruppo di figuranti del Terziere Borgo Dentro interpreta quadri di grandi pittori ispirati alla passione di Cristo e alla Pasqua. Le scene ricostruite con maestria sono ambientate nei sotterranei di Palazzo Orca e visibili nei giorni di Pasqua e Pasquetta.
I Quadri viventi sono rappresentazioni statiche di celebri quadri ricostruite in scene vere con figuranti in costume. La suggestione è data dalla qualità delle ricostruzioni, sia negli aspetti artigianali dei costumi e delle scene che in quelli scenografici del gioco di luci, che ricreano l’atmosfera dei dipinti originali. In particolare i quadri del Caravaggio sono molto difficili da realizzare per l’uso della luce in questo pittore, ma le rappresentazioni viventi sono di grande impatto emotivo.
La tradizione di rappresentazioni sceniche di questo tipo risale al 1800, ai ‘Tableaux Vivants’ che arricchivano importanti eventi reali come matrimoni o incoronazioni.
E’ passata alla storia la scena organizzata da Edouard Manet che riprendeva un quadro perduto di Raffaello descritto in una acqauforte. La scena è stata poi dipinta da Manet nel suo celeberrimo “Le Déjeuner sur l’herbe” che, nel 1863, sconvolse i benpensanti e cambiò gli stili della pittura dando definitivo avvio all’impressionismo. La nudità di Victorine Maurent accanto a uomini vestiti è forse uno dei quadri più famosi al mondo.
In cinematografia i Quadri Viventi sono stati utilizzati da grandi registi, quali Pasolini, Godard e Greenway, per descrivere qualcosa che non si sarebbe potuta rappresentare in una normale sequenza cinematografica.
Il Terziere Borgo Dentro è uno dei tre rioni della città che in agosto si contende la vittoria durante lo storico Palio dei Terzieri. In queste associazioni si ritrovano i cittadini di Città della Pieve che sono impegnati tutto l’anno ad animare la loro comunità con eventi e manifestazioni di grande richiamo turistico.
La rappresentazione pasquale dei quadri viventi coglie appieno lo spirito di questa città che ha dato i natali a Pietro Vannucci, detto il Perugino, il maestro del Raffaello Sanzio e forse il maggior pittore umbro.
Di sicuro questi ‘quadri viventi’ sono i più realistici che siano mai stati “dipinti”.
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