L’amore per Roma nascosta

L’amore per Roma è travolgente e il mio è cresciuto sui banchi di scuola quando un professore aveva diviso la città in sezione e ognuno di noi doveva investigare in una certa area.
Capitava allora di conoscere le storie “parallele” a quelle dei libri e che solo i residenti conoscevano. Una di queste storie riguarda la “Fontana dell’acquaiolo”, una delle 6 “statue parlanti”, quelle che potevano accogliere (come succede ancora) bigliettini di satira dei romani verso i potenti.
E' la “fontana del facchino” che Vanvitelli erroneamente attribuì a Michelangelo, li ricollocata da altra via e nascosta per proteggerla dagli incidenti dovuti agli urti delle carrozze e dagli sberleffi, a suon di sassi, dei monelli.
Inizialmente questa statua rappresentava solo una delle figure che portavano l’acqua dalle fontanelle alle case, prima del 1500 quando i pontefici ripararono gli acquedotti. Ma nel tempo le leggende hanno modificato il significato di questa figura.
Infatti, nel 1874 questa statua ormai consumata viene spostata In Via Lata, una stradina che si affaccia a destra di chi percorre Via del Corso verso piazza del Popolo, vicino ad una osteria. Qui diventa una parodia per gli osti che annacquavano il vino per guadagnare sempre di più!
E allora la statua diventa la rappresentazione di qualcos’altro o qualcun altro. Nel quartiere si dice che quel facchino (o oste secondo altre versioni) abile nel bere e di forza smisurata, è un tal Abbondio Rizzo. Abbondio si beveva il vino buono e “ricaricava” il contenuto della botticella con fresca acqua di fontana.
Era talmente noto che ai primi del ‘900 il poeta Armando Fefè, con un grande amore per Roma, gli dedicò un vivace e simpatico sonetto che così recita:
St'amico che se fa' chiama' facchino,
faceva invece l'oste,
e fregava le poste,
mettenno l'acqua ar vino.
In fin de vita se la vide brutta
e disse al Padreterno:
“Signore se me sarvi dall'Inferno,
l'acqua vennuta la riverso tutta”.
M'be', so quatrocent'anni e ancora butta.
Amore per Roma, il suo vino e la sua acqua.
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Presepe del Serrone
Presepe del Serrone, una nuova Betlemme

E' un giovedì dopo Natale in un inverno precoce al Serrone, vicino Roma, con un sole luminoso e una brezza che soffia le foglie dagli alberi di quercia e li diffonde in piccoli vortici sulla strada.

Il nostro amico Giancarlo mi ha attirato dalla quiete della mia stanza per cercare qualcosa che dice mi riempirà di entusiasmo: il Presepe di Serrone.

Serrone si trova su un lato del monte Scalambra, a circa un terzo, e il suo centro storico sembra essere costruito dentro la collina, rimodellando il terreno, con gli edifici che si arrampicano gli uni sulla schiena degli altri senza nessun apparente motivo per non scivolare giù nella valle.

Perché questo punto particolare sulle falde dei monti Ernici sia stato scelto dagli abitanti del villaggio medievale non è ovvio. Potrebbe essere stato un modo per evitare le orde barbariche, ma potrebbe anche essere stato il magnifico panorama sui monti Lepini e su tutta la valle del Sacco o forse il calore del sole nel pomeriggio. Dal nostro punto di osservazione abbiamo una visione quasi perfetta delle valli attraverso i quali 'visitatori' sarebbero arrivati. Serrone deve il suo nome ai 'Serroni', ossia i ripidi pendii dei monti Ernici.

Chiedendomi quale sia la particolarità del presepe di Serrone, mi tornano in mente tutte le varietà di Presepe che ho trovato in Italia. Dalla magnifica strada dei presepi nella vecchia Napoli a quello vivente di Città delle Pieve.

Così, dopo aver parcheggiato alla fine della strada, siamo entrati nel centro storico attraverso un'ampia scalinata con un finto ingresso sorvegliato da due centurioni romani o, meglio, manichini a grandezza naturale dei centurioni.

Sotto la porta, su una targa di legno si legge 'Betlemme’ e subito dopo l’ingresso alla nostra destra un post con la scritta 'Censimento' ci ricorda che la nascita di Gesù a Betlemme è dovuta al fatto che Maria doveva tornare a casa a Betlemme per il censimento romano.

Saliamo le scale che costeggiano lentamente il fianco della montagna e troviamo altri personaggi impegnati nei loro lavori quotidiani: uomini e donne, tutti fedelmente in costume locale, con molte delle donne che indossano i tradizionali in gioielli corallo da Torre del Greco. Gli uomini svolgono compiti come fabbro, ciabattino, cacciatore, boscaiolo, costruttore, scalpellino.

Le donne sono immerse in altre attività, come la riparazione dei piatti rotti in ceramica, il cucito, i doveri della cucina, la raccolta di frutta e olive. Altre lavano i panni e, naturalmente, si prendono cura dei bambini.

Continuando la passeggiata incontriamo tutti gli aspetti della raccolta e la vendita del cibo: un braciere di castagne, ortaggi, noci e semi, verdure, frutta. Infine la preparazione del cibo: polenta, formaggio, pane. In una Osteria ci sono uomini che giocano a briscola (un gioco di carte che conoscevano a Betlemme?

Sto perdendo il conto del numero delle scena e delle quinte quando Giancarlo ci presenta la sorella Elisa e il cognato Tonino Serafini, che è presidente dell'associazione locale che crea il magnifico presepe di Serrone da 19 anni. Ci sono oltre 100 manichini in circa 40 scene sparse lungo il presepe.

Ogni volta che troviamo un'apertura tra gli edifici ci fermiamo ad ammirare la magia del Serrone, sembra di essere su un palco reale al teatro dell'opera della natura: la migliore vista di una grande produzione artistica.

Infine, al termine del giro in una piccola piazza a metà strada dalla rocca dei Colonna, sono arrivato al vero presepe e ad una sorpresa che racconterò in un altro capitolo del racconto su questo borgo.

Sì, il presepe di Serrone è unico, è grande, e racconta non solo la storia della Natività ma è un ricordo fedele del modo di vivere in questa parte d'Italia nei secoli passati.

Le scene del presepe resteranno al loro posto fino alla Befana, quindi c'è ancora tempo per chi apprezza la maestria artigianale di guidare arrampicandosi sul lato del monte Scalambra e di passare qualche ora passeggiando e su e giù nella Serrone storica, facendosi catturare dagli scorci e godendo del presepe di Betlemme ‘Serroniano’.

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bagpipe in Trevi nel lazio
Cornamuse al Castello Caetani di Trevi nel Lazio

Il mio tour del pomeriggio con Giancarlo Flavi, nel penultimo giorno dell'anno, mi porta sulle montagne dei Simbruini nel Parco Regionale, attraverso i vigneti Cesanese del Piglio e le alte pianure del Arcinazzo, per sentire le Cornamuse scozzesi a Trevi nel Lazio, una cittadina ciociara appollaiata a 820 metri nell’alta valle dell'Aniene lungo la vecchia strada romana verso l’Abruzzo.

Arriamo ​​vicino al tramonto, con la temperatura che si era assestata temporaneamente intorno allo zero e il cielo che variava da un arancio brillante a ovest e un profondo e avvolgente grigio-blu ad est. La nostra destinazione era il Castello Caetani, la fortezza originale che ha preso nome dal cardinale Francesco Caetani, il nipote di papa Bonifacio VIII che ha acquisito la fortezza nel 1297.

Siamo arrivati ​​all'unisono con il Sindaco che ci ha accolti calorosamente e ci ha portato per le scale attraverso il centro storico fino alla Civita, seduta sulla acropoli. Era ancora troppo presto per vivere l'atmosfera dei lampioni 'Vittoriani', così tipici delle città collinari in Ciociaria.

La forma quadrata del castello con le torri svettanti verso il cielo serale con i loro merli appare come un potente ricordo di un forte passato militare.

Il castello è stato restaurato circa 30 anni fa e oggi siamo saliti sui circa 120 gradini fino al livello più alto per uscire dalla scala a chiocciola nel crepuscolo che mi ha portato un piccolo brivido: uno spettacolo impressionante. La vista spazia dalle cime delle montagne fino alle città e alla pianura. Occasionalmente ascoltavamo i suoni ossessionanti di cornamuse che sgorgavano fuori del grembo del castello.

Sono stato catapultato a ricordare con nostalgia i miei giorni a scuola al Collegio Scozzese a Sydney durante il mio ultimo anno nel 1964, quando ogni mattina una banda di cento fra zampognari, suonatori di tamburo e tube faceva pratica nell’Ovale o nel piazzale della scuola.

Mi sono ricordato anche di quando l'ampia strada principale davanti alla scuola di Bellevue Hill era stata bloccata dal 'Sarge' (il sergente di noi studenti) per far marciare la band in file di sei, ispirandomi sensazioni che ancora mi rimangono. Mi sono anche ricordato del battere dei tamburi per il ritiro e l'orgoglio delle centinaia di cadetti della scuola militare (Esercito, Aeronautica e Marina) la maggior dei quali indossava kilt in Blackwatch tartan, e l’orgoglio dei pochi di noi che mostravamo la spada cerimoniale da parata.

Ora torno a quasi 52 anni dopo, al Castello Caetani e alle cornamuse scozzesi di Trevi nel Lazio, e ci siamo uniti alla gente del posto e ad alcuni turisti ad ascoltare i due suonatori di cornamusa di Roma che mi riportavano le vecchie arie, come Amazing Grace intramezzandole con pezzi più moderni. I suonatori davano spiegazioni dettagliate dello strumento e della tecnica in italiano-romano, sorprendenti per un orecchio allenato a scuola a decifrare frasi scozzesi.

I suonatori di cornamuse indossavano i loro abiti tradizionali delle Highlands, kilt con sporran (borselli). Ho notato un colore insolito del tartan e ho cercato maggiori dettagli. Questo è il tartan ufficiale della banda del Comune di Roma, che per un uomo di origini scozzesi, mi rende orgoglioso che gli scozzesi hanno raggiunto una tale posizione nella città eterna. Lo sfondo del tartan è nero e blu che sono i colori della nazionale italiana di calcio. Il giallo è per l'oro del Vaticano e arancio e marrone sono i colori ufficiali di Roma.

Il piacere dei tanti brani con le cornamuse è seguito dall’imparare alcune storie della città attraverso le foto del museo e della mostra di artigiani, accompagnato da ciambelline, tè e un bicchiere di Cesanese del Piglio. Sono stato ricompensato dal ricevere alcuni splendidi opuscoli sui Simbruini che ora attendono pazientemente la mia traduzione.

Poi, con un arrivederci ai nuovi amici trovati, siamo entrati nel cuore della serata di approfondimento per scoprire che l'universo ci aveva rubato altri 5 gradi durante questa piacevole soggiorno e che la gente del posto, in risposta aveva acceso un grande falò per ammorbidire la sera.

Non lasciare che l’arrivo del profondo inverno interferisca con una visita a Trevi nel Lazio e un giro nella Civita e nel Castello Caetani. C'è qualcosa di speciale in questa imponente architettura e nelle fredde pietre del castello in questo periodo.

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San Martino with Cesanese
Cesanese del Piglio: a San Martino ogni mosto diventa vino

Anche questo anno festeggeremo San Martino l’11 novembre provando il nostro novello Cesanese di Piglio, un vino naturale che questo anno abbiamo prodotto per la seconda volta nella nostra cantina di Paliano. Si ripete la tradizione che vuole questo giorno dedicato ai frutti dell’autunno: vino, castagne e polenta.

Una tradizione che per molti anni si è tenuta all’Antica Casa Massimi di Piglio, la splendida abitazione della famiglia Massimi Berucci al centro del paese, dove anticamente si trovava il frantoio e il serbatoio per conservare l’acqua del paese e distribuirla nei periodi di bisogno.

Nella casa, che attualmente è una delle poche abitazioni sopravvissute all’incendio del 1799, si può ammirare uno dei rari esemplari di carta da parati sette-ottocentesca. Sono praticamente dei quadri stampati che riproducono storie mitologiche in paesaggi dal caratteristico stile neoclassico.

Ma come nasce la tradizione dell’11 novembre e dell’estate di San Martino?

La storia di San Martino è molto particolare, un martire di origine ungherese mandato ad evangelizzare la Gallia e che è diventato oggi il protettore della Francia. Era talmente venerato che il suo giorno era festa nazionale e oggi Ungheria e Francia hanno recuperato il suo antico cammino.

In Italia il santo è in oblio e qualcuno lo ricorda per il vino novello o perché su alcune carte da gioco è riportata la frase ‘Per un punto Martin perse la cappa’. Il detto ricorda l’episodio in cui nel 335 Martino divise il suo mantello in due per donarlo ad un viandante infreddolito e seminudo. Questo viandante era Gesù, in incognito, che lo ripagò facendo tornare il suo mantello sano.

La cappa (mantella) divenne una importante reliquia posta direttamente sotto il controllo dei re Merovingi dei Franchi e diede origine alle parole ‘cappellano’ e ‘cappella’ che, originariamente, indicavano i custodi della reliquia e la chiesa privata dei re dove la ‘cappa’ era riposta.

L’11 novembre è stato il giorno della sepoltura del santo e nei secoli la festa ha iniziato ad assumere connotati anche pagani e legati al ritmo della natura. In Svezia si festeggia con una zuppa a base di oca, a Venezia si prepara un dolce speciale e in molte città questo giorno è dedicato al vino novello.

Tutte queste tradizioni sono ben note ai produttori del Cesanese che si ritrovano ad assaggiare il loro vino in un incontro che si ripete da quasi venti anni. Il Cesanese del Piglio è l’unico DOCG a bacca rossa del Lazio ed è una vera delizia per gli intenditori. Si distinguono due varietà a seconda dei terreni in cui viene coltivato: quella con profumi e sapori della frutta rossa (ciliegia e amarena) e quella con profumo che ricorda le erbe (radici di liquirizia, frutti del sottobosco).

La Strada del Cesanese che si snoda lungo i paesi di Acuto, Affile, Anagni, Piglio, Paliano, Serrone e lambisce Subiaco è ormai una meta per turisti in cerca di emozioni particolari fra natura e cultura. A Paliano, da Donna Vittori Borgo Agricolo (www.donnavittori.com), questo viaggio nei profumi del vino si arricchisce sempre con le mostre d'arte dedicate ai quadri di cavalli grazie alla collaborazione con la Fondazione Horse Museum (www.horsemuseumfoundation.org)

Siamo in una delle aree più belle del Lazio dove le colline incontrano le montagne e dove si può vivere la storia passeggiando negli splendidi centri storici, La cattedrale di Anagni e il Monastero di Subiaco sono solo gli esempi più famosi. Il Cesanese è uno dei vitigni più antichi ed è parte della nostra identità. Ci siamo associati alla Strada del Cesanese per far conoscere questi luoghi speciali, l’amore dei nostri viticoltori e la qualità dei nostri vini.

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Rocca Priora and ice age
La strana relazione tra una glaciazione e le castagne di Rocca Priora

Cosa c’entrano le castagne di Rocca Priora con la piccola glaciazione del 1709? Come mai Rocca Priora è circondata da boschi di castagno?
Nel mese di novembre i boschi di castagno si animano con persone che si dedicano alla raccolta delle castagne. Un momento scolpito nella memoria familiare di tutti, eppure tutto ha inizio in un preciso anno e in un preciso momento storico.
I colori rossi, gialli e verdi dei boschi di castagno, con le loro sfumature disegnate ad arte dal sole che incontra la natura, vengono da una precisa scelta strategica. I boschi nascono per salvare Rocca Priora dalla miseria e dall'abbandono.
Siamo nel gennaio del 1709, quando un intenso anticiclone siberiano raggiunge tutta Europa che fu colpita da una piccola era glaciale. In poche ore temperature polari gelarono pozzi, fiumi, laghi e l'apocalisse bianca distrusse ulivi, alberi da frutto e intere foreste.
A Venezia si pattinava sulla laguna, il Lago di Garda per l'unica volta nella storia fu attraversato da una sponda all'altra da carri e cavalli, le navi rimasero bloccate nei porti gelati di Genova e Marsiglia, la Regina a Londra provvide all'acquisto del carbone per riscaldare i poveri.
La carestia divenne reale e le malattie bronco-polmonari dovute al gelo si trasformarono in epidemie e si avvertirono stenti per la fame: il terribile inverno provocò oltre un milione di morti nel vecchio continente.
Rocca Priora si trovò in una situazione disastrosa: i suoi ”boschi sacri” di faggi, lecci e latifoglie erano stati completamente sterminati. La popolazione allo stremo decise di abbandonare il paese: 1000 abitanti in meno in un solo anno!
Cosa fare per far ripartire il paese? Oltretutto il ruolo di Rocca Priora era fondamentale per la vita di Roma alla quale assicurava il ghiaccio necessario per gli ospedali e per la conservazione del cibo.
Dopo la glaciazione, l'industria del ghiaccio, che era il motore economico di Rocca Priora, con l’abbandono della popolazione mancava manodopera nel periodo della raccolta della neve. Era assolutamente necessario riportare gente nel paese.
La Camera Apostolica, che controllava e amministrava Rocca Priora, decise di sostituire gli alberi morti con una coltivazione monovarietale di alberi di castagno e scelse il tipo di albero più idoneo, quello che dava i frutti migliori ed era resistente alle temperature locali. Oggi le castagne di Rocca Priora sono note e rinomate.
Dopo la piantumazione diede in enfiteusi 1.000 mq di terreno a chi tornava nel paese mettendo in moto una nuova industria. L'enfiteusi è un diritto reale, ormai in disuso, che fu usato durante l’800 per permettere agli agricoltori di affittare dei terreni dando loro la possibilità di affrancarli e di divenirne proprietari.
Una scelta vincente dell'uomo che ha adoperato la natura per far rifiorire il paese e dargli una nuova identità. La raccolta delle castagne nei mesi di ottobre e novembre raggiungeva le 300 rubbie/anno (pari a circa a 600 quintali) e la farina di castagno, così ricca di vitamine e sostanze nutritive, è stato uno dei principali alimenti dei contadini.
I castagneti di proprietà della Camera Apostolica erano controllati da un guardiano stipendiato e, come per il trasporto della neve, leggi speciali tutelavano i boschi. Durante la raccolta era vietato l’ingresso ai buoi e agli animali da pascolo per non rovinare le castagne di Rocca Priora.
Dai boschi di castagne nacque poi un’altra industria che rese Rocca Priora molto famosa il secolo scorso: quella dei bottai e dei falegnami. Il pregiato legno di castagno di Rocca Priora arrivava fino a Venezia, dove era utilizzato nelle fondazioni dei palazzi della Laguna. La sua durevolezza e resistenza all'acqua, garantite dalla particolare struttura molecolare che allontana umidità e ossigeno, lo rendono perfetto per ambienti subacquei.
Interi vagoni di treni carichi di legno, poi, raggiungevano la Spagna per essere trasformati in doghe da botte. Anche in questo caso il legno di castagno è ideale per contenere pregiati spiriti Spagnoli.
In attesa di ottenere risposte scientifiche sul DNA dei nostri alberi, godiamoci dei frutti del bosco e del sottobosco. Lasciamo che gli amanti cercatori provino l'emozione di scoprire i famosi funghi di Rocca Priora, funghi di un bosco “costruito dall'uomo”.
Ma ricordiamoci che tutto è iniziato con una glaciazione!
 
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Barangaroo Reserve Sydney Australia
Barangaroo Reserve: una nuova meravigliosa area a Sydney

L’area di Barangaroo Reserve di Sydney era occupata dal popolo Gadigal forse da oltre 10.000 anni fa.

Allora il porto con le colline circostanti erano abitate da circa 1500 persone quando i Britannici arrivarono a Camp Cove e dichiararono che la terra era di 'nobody’, una Terra Nullius, e se ne impossessarono senza consultare la popolazione locale - i veri proprietari - e anche senza offrire palline e un contratto di vendita.

Gli inglesi erano solo l’ultima potenza marittima fra i visitatori. I cinesi erano venuti nell’XI secolo e poi in sequenza olandesi, portoghesi, inglesi e francesi. Quando il capitano inglese Arthur Phillip arrivò il 26 gennaio 1788, portava con sé un carico di detenuti dalle carceri sovraffollate di Londra.

Gli aborigeni di quel tempo erano per lo più pacifici e soggiornavano accoglienti senza rancore intorno al porto. Per molti anni dopo l'insediamento dai colonizzatori, la vita marina del porto, e in particolare i frutti di mare del porto interno, sono state condivisi.

A quel tempo, Barangaroo era una persona chiave nella comunità aborigena locale, una donna Cammeraygal tra i cui mariti c’era il leggendario Benelong, probabilmente il più noto Aborigeno fino alle recenti stelle dello sport.

Il primo insediamento di Sydney nacque intorno a ciò che ora è conosciuto come Circular Quay. Lo sviluppo maggiore si è poi verificato a Millers Point e nella zona conosciuta come The Rocks, quella sopra la quale approda il gigante flusso di auto del Sydney Harbour Bridge.

La zona è costituita da case a schiera in pietra e da una pletora di vecchi 'pub' (alberghi e taverne) ciascuno con un suo unico marchio. Con l’aumento del commercio e del traffico, il porto è stato ampliato e sono stati costruiti moli in varie insenature e baie, principalmente sul lato sud del porto, e uno significativo sul lato ovest di Millers Point e Walsh Bay.

Con la costruzione del ponte nel 1932, l'accesso ad ovest si è ridotto e le navi da crociera come la Queen Mary non potevano più passare. Eppure da circa 50 anni fa le attività portuali si sono estese oltre il porto di Sydney.

Circa 10 chilometri a sud del porto si trova Botany Bay dove gli inglesi sbarcarono nel 1770. Le navi entrano con Capo La Perouse sulla loro destra, che prende il nome dall’esploratore francese che ha perso la gara per colonizzare l'Australia. Qui un nuovo porto container è stato costruito nel 2003 ed è stato deciso di spostare tutte le attività portuali di Sydney Harbour a Botany Bay.

Questo riassetto ha lasciato alla riqualificazione del lato occidentale di Millers Point. I governi spesso non gratificano i loro elettori in tempi brevi e diverse persone si sono impegnate per un futuro sostenibile assicurando che il sito sarebbe sviluppato in una riserva, Barangaroo Reserve. Il ricordo di Barangaroo in questa riqualificazione è appropriato e Benelong è il punto vicino all’Harbour Bridge dove si trova la Sydney Opera House.

Il progetto ha comportato la creazione di una nuova collina per collegare il porto a The Rocks e la messa a dimora di circa 78.000 piante e alberi locali. In qualsiasi pomeriggio di fine settimana, non c’è miglior passeggiata di una che inizia a bordo dell'acqua e arriva sulla vetta di una collina in uno spazio aperto sopra sei piani con colonne giganti che ricordano un colosso dell'antichità.

Una volta in cima è, la passeggiata continua verso il Lord Nelson con la propria fabbrica di birra, e giù lungo Windmill Street fino all’Hero of Waterloo, meglio conosciuto per i suoi gruppi jazz che sfidano la famosa band dell'Hotel della Pace al Bund per la loro eccellenza in ‘Jazz geriatrico’.

Barangaroo Reserve aggiunge la rivendicazione di Sydney di essere definitivamente la più bella città del mondo e vi spinge ad aggiunge un giorno durante la vostra prossima visita in questo luogo meraviglioso in cui le culture dei tradizionali si fondono con il moderno occidentale, dove le meraviglie di ingegneria emoziona e dove l'uomo dimostra che si preoccupa del suo ambiente.

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votive Madonna delle Rose Piglio
Piglio: oltre 360 anni di gratitudine

Una chiesa stracolma di ex-Voto, due processioni ogni anno, una confraternita, una famiglia che ospita una statua e la competizione per diventare il comitato organizzatore: questa è la Festa della Madonna delle Rose a Piglio.

La storia ha inizio nel 1656 quando era in corso una terribile peste e la popolazione del Piglio si affidò alla Madonna delle Rose che la liberò dal terribile male. Era il 30 ottobre e metà degli abitanti del paese era già morta mentre gli altri si ritrovavano a pregare di fronte ad una antica immagine bizantina della Madonna che fece il miracolo.

Le rose appassite tornarono a fiorire ai piedi della immagine sacra e con questo segnale la peste finì e in paese tornò la gioia e la speranza. I cittadini decisero di costruire una grande chiesa sul luogo dove si trovava l’immagine e iniziarono a donare ex-voto.

Visto che il miracolo era riuscito bene, le persone iniziarono a chiedere altre grazie. In fondo molti altri paesi si erano rifugiati nella religione attribuendo la fine della peste soprattutto a San Rocco, ma se i Santi risolvono situazioni specifiche, la Madonna ha un ‘potere diverso’.

A Piglio finita la peste inizia la devozione alla Madonna delle Rose che si festeggia da oltre 360 anni in un modo molto originale e che coinvolge tutto il paese.

Il giorno dopo la Pentecoste, la statua della Madonna viene portata in processione e viene lasciata nella chiesa centrale di Santa Maria. La festa dura quasi una settimana e In quei giorni una famiglia estratta a sorte accoglie una piccola statua in casa e la espone ai fedeli offrendo biscotti e dolci ai visitatori.

La storia mi è raccontata da uno dei membri della Confraternita delle Rose che si prende cura della chiesa e di tutta l’organizzazione. La partecipazione alla Confraternita è molto sentita e ogni anno nuovi spiriti entrano. Ai più giovani e aitanti è affidato il compito di portare a spalla la statua che con la sua struttura pesa oltre 300 chili.

Ad ottobre avviene la processione inversa: la statua torna nella nostra chiesa. E’ allora che decidiamo chi sarà il comitato organizzatore della festa dell’anno successivo. E’ così democratico che funziona da secoli!

Una visita alla chiesa fa fare un salto emozionale. La chiesa è ben curata con la sua lanterna affrescata di azzurro ed è stracolma di ex-Voto, molti dei quali sono incorniciati ed esposti nelle grandi pareti laterali accanto alle lanterne e alle altre immagini che vengono portate in processione. Soffermandosi su alcuni di loro si possono leggere le storie ed entrare nella vita emozionale delle persone.

Due tutine da bambini rivelano una grazia chiesta per una coppia di gemelli. Cuoricini in argento si riferiscono a problemi cardiaci e fazzolettini ricamati rivelano in modo esplicito la storia di chi li ha realizzati.

La sensazione generale è talmente forte che viene voglia di partecipare alla processione e di vivere con il paese la fatica e la gioia di celebrare la ‘liberazione dal male’, dalla peste del 1656 e da quelli che ci affliggono oggi. Per chi non è italiano, questa è una delle esperienze più caratteristiche delle nostre tradizioni.

Ovviamente se andate a Piglio potete riconoscere la chiesa dal suo colore e dalle decine di rose piantate nel suo piccolo giardino di ingresso, un tripudio di fioritura che si ripete tutta l’estate!

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Fountain with Narcissus Rocca Priora Robazza
Robazza e Rocca Priora Fontana del Narciso

Una spettacolare Terrazza su Roma per il museo dedicato al maestro Robazza a Rocca Priora, un paese che dalla sua cima continua a svolgere il suo ruolo di sentinella di Roma.
Si arriva a Rocca Priora percorrendo l'antica via Latina e si viene rapiti dalla bellezza della natura, un quadro perfetto di colori, alberi, castelli e un imponente cavallo rampante. Una grande scultura bianca realizzata dal Maestro Mario Benedetto Robazza.
Facendoci guidare dal maestoso cavallo bianco iniziamo un viaggio nell’arte di Rocca Priora. La villa del Maestro Robazza, il suo rifugio fresco nelle caldi estate romane, è stata trasformata in una galleria d'arte: blocchi di marmo prendono forma in ogni angolo e grandi tele colorate che occupano tutte le pareti.
Incontro il Maestro Robazza mentre sta creando una nuova opera. L'energia dei movimenti mette in risalto ogni muscolo del suo braccio e l'espressione del suo viso mi lascia sorpresa: un uomo di ottantadue anni con una grinta e un entusiasmo di un fanciullo!!!!
Lo ascolto e la sua storia mi cattura. Inizia come “orfano di guerra” e conduce una vita di stenti che lo forgia e lo fa diventare un uomo di successo internazionale. Sofferenze, dolore, lotta per la sopravvivenza … le sue mani fin da bambino plasmavano ogni materiale per arrivare a soddisfare il suo spirito creativo.
Per avere una vita più dignitosa ha vissuto di piccoli e grandi espedienti, come quando da bambino con la creta del Tevere produceva piccoli presepi da rivendere ai turisti a piazza Navona.
Ad un certo punto diventa gemmologo in Belgio e la sua vita cambia: finalmente ha la libertà di tornare alla sua passione: l’arte. Le sue opere arrivano in tutto il mondo e Robazza ne dona alcune a Rocca Priora alla quale è legato in modo speciale. Tutto nasce da una promessa a chi lo aveva aiutato nei momenti difficili e che ancora guida le sue scelte:
Se diventerò qualcuno farò qualcosa di unico per il tuo paese.

Oggi Rocca Priora risponde alla sua generosità con un museo e una splendida Terrazza su Roma con una vista unica. Cavalli rampanti, busti di marmo, figure di donne e infine la sua opera più imponente e più importante, l’inferno di Dante, saranno visibili a tutti.
L’inferno è maestoso, ha fatto il giro del mondo ed è tornato a Rocca Priora: 18 pannelli in marmo resina che raccontano il viaggio di Dante e Virgilio attraverso l'inferno. Mi piace già immaginare intere scolaresche che si avvicinano per la prima volta con entusiasmo all'opera dantesca: spettatori attivi di un viaggio attraverso l'inferno, superando i gironi fino a "riveder le stelle".
Non potevo lasciarla lontana! questo è il posto ideale così quando sentirò il desiderio di vederla, di toccarla, potrò farlo senza percorrere tanta strada.

Intanto ci deliziamo passeggiando lungo i vicoli di Rocca Priora ammirando: la Fontana con il “Narciso” che si specchia nelle acque, la Via Crucis scolpita nel bronzo e "Il Trionfo del Bene” con la sua bella e curiosa storia.
Questa opera era il "cancello" della sua villa di Rocca Priora che aveva venduto in un momento di rabbia e che oggi è stato trasformato in una fontana nell'antico borgo.
 
Foto di Chiara Rufini
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