Ho sempre amato le storie che la Città di Cagli racchiude negli Archivi della Curia Vescovile, nella sezione atti criminali.

Vicende di amore, violenza o passione che rendono Cagli stessa ancora più affascinante. Tra queste l’amore fra Lucia e Vincenzo.

Era il 22 gennaio del 1826 quando un giovane medico di nome Vincenzo Piccinini fa il suo ingresso in Cagli varcando l’arco di Porta Massara in sella al suo cavallo.

Fin da subito la bellezza della città, le sue vie strette, le sue chiese e il soprattutto il Torrione Rinascimentale (vero simbolo della città) lo impressionano favorevolmente, al punto di avvertire nell’aria una sorta di malia di cui non capisce ancora la matrice.

La sua immaginazione romantica lo porta a pensare che Cagli sia dotata di due nature: l’una, esteriore, dolce e aggraziata, che rimanda all’idea di una tradizione connessa all’etica religiosa, l’altra, criptica e sensuale, quasi a richiamare un’anima trasgressiva e passionale.

Dopo pochi mesi Vincenzo si è già conquistato una buona reputazione.

Il 22 ottobre egli è chiamato a Palazzo Ugolinucci per visitare il nobile signor Nicola, ricco proprietario del Palazzo. Durante la visita accade l’incontro fatale tra Vincenzo e Lucia, la figlia del nobile.

Lucia non è soltanto bella, ma dal suo sguardo, dai suoi gesti, e da tutto il suo incedere traspare una personalità forte e decisa che coniuga il rispetto della tradizione con il rispetto di sé. E una volontà di realizzarsi secondo il proprio desiderio.

Vincenzo l’ama appena la vede, ed è ricambiato da Lucia che si infiamma subito per il giovane medico.

Ma dopo un primo bacio focoso, inusuale per l’etica dell’epoca, Lucia gli dice di dimenticarla perché lei ha promesso di sposare un collega di Vincenzo, certo Francesco Leonardi.

Vincenzo, pazzo d’amore, le chiede di venire il giorno dopo nella Cappella del Lapis all’interno del Duomo, dove lui le avrebbe detto quello che avrebbe escogitato durante la notte per risolvere la cosa ed essere entrambi felici.

Nel frattempo, Vincenzo si convince che l’unico modo per aggirare l’ostacolo del fidanzamento di Lucia sia quello di mettere tutti davanti al fatto compiuto mediante il cosiddetto “matrimonio clandestino”. 

Il matrimonio clandestino è quella dichiarazione, espressa davanti a due testimoni e al curato ignaro e colto di sorpresa, che si è reciprocamente marito e moglie.

Vincenzo confida a Lucia il suo piano e, vedendola fortemente contrariata, cerca di convincerla che questo è l’unico modo di risolvere la questione.

Lucia è talmente innamorata che finisce per accettare consegnandosi al destino, sperando che non fosse troppo malevolo.

La sera del 15 dicembre dell’anno 1826, Vincenzo e Lucia in compagnia di due testimoni, Giuseppe Patrizi e Battista Fabbri, si recano alla casa parrocchiale di don Gaspare Carpineti, il parroco della chiesa di San Bartolomeo.

Bussano al portone e, con la scusa che Vincenzo deve conferire con il Curato per cose della massima importanza, si fanno introdurre nella camera del Curato dove questi è in letto.

Immediatamente i quattro circondano il letto del Curato e Vincenzo rivoltosi a questo e ai testimoni dice “Questa è mia moglie”, e Lucia dice “Questo è mio marito”.

Il tutto accade in un attimo e don Gaspare non ha il tempo di dire nulla. 

Poi, passata la sorpresa, don Gaspare si rivolge ai due testimoni dicendo:

“Siate anche per me testimoni, poiché io non approvo questo matrimonio, ma anzi lo riprovo come clandestino, e proibito dalla Chiesa”.

Quindi con tono serio e grave accusa Vincenzo e Lucia di aver commesso un’azione “indegna, piena d’irreligione, e d’infamia, e intimò al primo la pena di carcere e all’altra che di non uscire di Casa, perché doveva esser messa in luogo di sicurezza”. 

Il giorno dopo, il 16 dicembre, il sacerdote parroco di San Bartolomeo di Cagli si reca avanti la “Sua Signoria Illustrissima, e Reverendissima Monsignor Vescovo di Cagli” e denuncia ufficialmente l’accaduto.

Per ordine del vescovo il dottor Vincenzo è tratto in arresto e, mentre i carabinieri lo stanno ammanettando, Lucia gli si getta al collo disperata.

Vincenzo la guarda sorridendo, una calma profonda e ristoratrice gli è scesa nell’animo.
In breve tempo tutta Cagli canta la canzone di Vincenzo e Lucia.

Una canzone a due facce, come le due facce di Cagli, quella tradizionale e quella trasgressiva. C’è chi biasima i due giovani, auspicando per loro una dura punizione, e c’è chi invece abbassa la voce su note più dolci, sul canto del cuore, sul terreno della poesia e del miracolo d’amore.

Ma questo è proprio lo spirito di questa città.

La sentenza del vescovo è temperata dalle due anime del popolo e perciò non troppo severa:

“… Decreta che la Nobil Donna Lucia fosse a modo di custodia condotta nella Casa del Nobil Uomo Carlo Ugolinucci, suo cugino, da cui fosse ben guardata e custodita, né potesse sortire senza un espresso ordine del vicario.

Ordina, che i Testimoni, in tutto il tempo della Messa Cantata in giorno festivo nella cattedrale, dovessero stare in ginocchioni in mezzo alla chiesa uno per parte con una candela accesa in mano, onde così riparare lo scandalo dato a tutta la Città etc. … 

Ordina, che il Signor Dottore Vincenzo Piccinini si ritirasse in questo Convento di Sant’Andrea de’ Padri Riformati di Cagli a fare i Santi Spirituali esercizi ad nutum, e lo multa di scudi 100, non comprese le spese di cattura etc. processo etc. e qualunque altra potesse competere a questi Ministri della Curia Vescovile …”

Scontata la pena, i due innamorati, così come aveva previsto Vincenzo, si uniscono in matrimonio con rito regolare e vivono felici la loro vita in Cagli.

 

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Hausfassaden in Eraclea Cattolica auf Sizilien
Sono nata a Cattolica Eraclea

Sono nata a Cattolica Eraclea, non voglio neanche pensare quanto tempo fa. Ma non molto perché è volato in pochi minuti. Almeno così mi sembra.
Non vivo lontano anche se ho girato tutta la vita. Alla fine una donna deve scegliere e non potevo immaginare la mia famiglia lontana da questo angolo della Sicilia.
Cattolica Eraclea, un nome un po’ strano per un paesino di poco più di 3.000 persone. Un nome che era un omaggio a re Filippo III di Spagna che era chiamato ‘il Pio’.
Era stato proprio il re a concedere l’autorizzazione a costruire un nuovo paese nel 1612 in una delle aree più belle della Sicilia.
Vicino Agrigento e il mare dove era stata costruita Eraclea Minoa. I Greci sapevano quello che facevano.
Noi abbiamo rimesso in funzione un teatro all’aperto proprio di fronte al mare… ma abbiamo scelto di vivere un po’ più all’interno. Il periodo degli attacchi dal mare ci ha segnato per molti secoli.
Cattolica Eraclea: due bellissime piazze circondate da palazzi barocchi e un eremo dedicato a San Calogero che sovrasta il paesello.
Un ermo che si affolla di gente l’ultima domenica di agosto quando, per ringraziare il Santo, tutti coloro che hanno ricevuto grazie offrono il pane con la forma della grazia richiesta.
È uno spettacolo vedere l’esposizione di braccia, gambe ed altro in forma di pane.
Potete avere una idea simile solo visitando un museo vicino a qualche tempio romano antico dove vengono trovati ex voto con la forma delle parti del corpo guarite.
Il paese è circondato di monti con numerose grotte dove si racconta che in tempi passati si nascondevano i malavitosi. Ma ogni grotta ha una sua leggenda.
Di rara bellezza il fiume Platani, che poi è quello che arriva al mare e sulla cui foce era stata costruita la città greca di Eraclea Minoa. Mica erano sprovveduti.
Le passeggiate nella natura immersi nei paesaggi intorno al fiume sono da provare, posti incantevoli che fanno riposare l’anima.
Il fiume ha un percorso lunghissimo e sfocia nel mare in quella che oggi è una riserva naturale circondata da alte montagne di marna bianca.
Sono bellissime e da scalare (io l'ho fatto). Molto simili alla famosa Scala dei Turchi.
Da vedere il museo dove sono conservati i resti dell'antica Eraclea che raccontano del mito di Minosse, dal quale prende il nome.
Il mio paese …. non posso raccontarlo senza passare ore… il solo consiglio è di venire a viverlo qui per godere delle sue bellezze.
E per assaggiare il suo cibo, ma questa è un’altra storia.

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Quanti ricordi della mia infanzia sono legati al borgo di Cattolica Eraclea!
Ci ho vissuto da piccolo e molti dei miei ricordi sono associati agli odori della cucina di casa.
Ricordo l'alosa, un pesce del fiume Platani, che i miei mettevano in una teglia a cucinare e il suo profumo si spandeva per la casa e oltre.
[caption id="attachment_122137" align="center-block" width="1024"] Che momenti indimenticabili, un profumo inebriante che se chiudo gli occhi posso ancora sentire.[/caption]
L’Alosa nasce nei nostri bellissimi fiumi per raggiungere subito dopo il mare. Poi ritorna ‘a casa’ quando è matura sessualmente (i maschi a 2-9 anni, le femmine a 4-5).
Nel periodo riproduttivo risale i corsi d'acqua dolce che sfociano nel Mediterraneo a Eraclea Minoa.
Si pesca soprattutto durante la risalita riproduttiva dei fiumi, le carni sono saporite anche se con molte spine…. il fiume Platani una volta ricco d’acqua ne era pieno.
Un altro momento indimenticabile era quando si facevano le bucce dei cannoli, ossia la parte in pasta che poi si riempie.
Si prendevano delle canne ad hoc attorno alle quali si avvolgeva la pasta dei cannoli e ... voilà.
Altro che adesso!
Ci sono delle ditte che fanno bucce per tutti i bar sarà più economico fare così, ma vuoi mettere il vecchio sistema? Quella sì che era vera gastronomia.
[caption id="attachment_122144" align="center-block" width="1024"] Dopo di che si riempivano i cannoli al momento con della ricotta profumata, come oggi, e il gioco era fatto.[/caption]
La carne di capretto era di primaria qualità, la migliore dell'intera provincia… infatti abbiamo molti terreni adibiti a pascolo. Due varietà di carne: quello alimentato a latte, più tenero e che si presenta con una carne di colore rosa chiaro e il capretto alimentato a erba, che ha una carne di colore più intenso.
Questo era la nostra pietanza domenicale o nei periodi pasquali.
Poi il profumo delle “mignulate”, una sorta di panini imbottiti con salsiccia, formaggio e olive nere. Erano fatti con la pasta di pizza e costituiscono un piatto della gastronomia cattolicese.
Anche questo piatto veniva spesso preparato con i parenti o il vicinato ed era un mezzo di convivialità.
Quando non esisteva l’industria alimentare, tutto era fatto in casa dal pane alla pasta ai dolci e la nostra cucina di Cattolica offre una bellissima varietà di gusti e profumi.
Vi invito a provare. Passeggiando per il paese si possono ancora sentire...
 

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Mia nonna ripete sempre che fa brutto tempo la Settimana Santa. È così. È Dio che lo vuole.
Ma stasera ci sono le stelle sopra i tetti di Corso Rosselli a Sassoferrato, e la signora Maria (delle gassose) e Rina (la materassara) e il conte (nostro vicino) e Tullio (il pittore) hanno già messo i lumini alle finestre e tutti ci salutiamo in un coro di dirimpettai.
In questa notte di Venerdi Santo a Sassoferrato.
Mio padre ha chiuso da qualche ora la serranda del nostro negozio di ferramenta, anzi la bottega, e nel pomeriggio dopo la scuola anche io sono stata con lui ad “aiutare”.

Ma anche a guardare e ad ascoltare i discorsi dei clienti che, mentre comprano “un etto di chiodi” trovano il modo di raccontarti qualunque storia, spaziando delle guerre e i suoi sfollati, alle ricette dei maccaroncini fatti con il ferro e l’ovetto non fetato.
Il tutto con disinvoltura estrema riproponendo, poi, il medesimo copione dall’orologiaio, dal macellaio, dal fornaio, dal fotografo, lungo tutta la via e fino alla piazza, con una certa risentita convinzione.
I bottegai di corso Cavour si conoscono tutti e si rispettano, lasciano le porte dei negozi aperti per andare a prendere un caffè. Incustoditi, perchè tanto il vicino ci dà un’occhiata e ti manda a chiamare se serve.
Stasera, però, noi del Borgo restiamo tutti a casa perchè dal Castello parte la Processione dei Sacconi, e non possiamo perdercela.
Ho sempre segretamente un po’ invidiato i castellani, sempre un po’ più privilegiati di noi, un po’ più nobili, perchè da lassù parte sempre tutto per primo... Loro hanno la Rocca e il bar più bello del paese, il palazzo comunale e la grande scuola. Ed è sempre da lì, dalla chiesa di San Pietro, che parte la Turba con i suoi temibili personaggi.

Tuttavia, in questa sera di aprile ancora così fredda sento che non potrei essere da nessuna altra parte che qui, su questo davanzale di una delle tante finestre del corso.


In questa casa arroccata su ripide scale, incastrata tra tutte le altre, dove occhieggiano gli antichi portoni di tutti colori diversi. Da dove riesce a vedere il Borgo da entrambi i lati, ad aspettare trepidante che il rito si ripeta, ancora una volta.
Bum, bum, bum.
È il suono dei tamburi. Bum, bum, bum. Arriva la banda.
Ci siamo.
Sale un mormorio nascosto di preghiere e canti da dall’angolo del mercato coperto. La dove le logge, non più tardi di stamattina, hanno ospitato le banche brulicanti dei fruttivendoli, dei formaggiari, dei pescivendoli che popolano il venerdi del mercato paesano.
E poi eccola: mentre il suono aumenta e la musica (solenne, cupa) e si fa sempre più vicina.
Svetta la Croce che incede e precede il lento corteo.

E là, lugubri e spettrali, ci sono loro, i penitenti col saio bianco ed il cappuccio. Per noi tutti i Sacconi con in mano oggetti raccapriccianti (primo fra tutti un inquietante gallo morto!) ma anche chiodi, martello, frusta, teschi e una corona di spine.
E mentre le mani si incrociano per devozione e timore e le lingue srotolano preghiere mormorate all’unisono, ecco che passa anche la triste statua del Cristo morto seguita dall’Addolorata, l’immagine più potente della morte.
La coda di gente che segue il corteo è quella delle grandi occasioni: c’è il Sindaco, c’è il maresciallo, ci sono i personaggi più illustri e quelli venuti da fuori, che si rivedono solo a Pasqua e Natale... E poi i paesani, quelli di sempre, quelli sui quali tra il sacro e il profano mormorare appena appena, quelli da salutare con la mano dall’alto della finestra...
E mentre la processione passa e anche l’ultimo pellegrino ha svoltato l’angolo di Piazza Bartolo, rimaniamo ancora alle finestre per un ultimo commento. L’eccitazione un po’ svanita e qualche sbadiglio trattenuto, ché qua la mattina ci si sveglia presto.
La notte ora è di nuovo silenziosa su Corso Rosselli, le persiane si chiudono e i gatti si riappropriano del proprio posto tra i portoni e i vasi color terracotta.
Mentre permane nell’aria l’odore dei ceri nell’attesa che il borgo ed i suoi abitanti si sveglino di nuovo, domattina, all’ombra dell’Appennino.

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Lampedusa Isola dei Conigli
Lampedusa Isola dei Conigli

Quando mi arrivò la notizia che a breve io e la mia famiglia avremmo dovuto intraprendere un viaggio, iniziai a porre mille domande come solo i bambini alla scoperta del mondo sanno fare.
Dissero che era una sorpresa, ma con il mio solito fare insistente riuscii finalmente a scoprire il luogo misterioso e tanto atteso... era Lampedusa una delle isole più belle mai viste.
Sentii tanta gente raccontare di essere stata lì per una vacanza e quello che riscontrai fu davvero affascinante. Sentii nominare spiagge addirittura più belle dei noti Caraibi, una più bella dell’altra!!
Nei giorni antecedenti alla nostra partenza andai a cercare per filo e per segno tutto quello che c’era da visitare.
In prima posizione ovviamente tutte le spiagge e a seguire i posti più tipici. Magari quei posti speciali da dove ammirare un bel panorama al calar del sole perché, diciamolo, un’isola come quella avrebbe dovuto avere un panorama mozzafiato…
E così arrivò il tanto famigerato giorno, era il 16 settembre 2019.
Non si può comprendere quanto bella sia se non la si è vissuta a pieno.

Il calore che emana la terra in sé, gli innumerevoli paesaggi da visitare da una costa all’altra e l’altruismo delle persone fanno sciogliere il cuore.


Eccoci arrivati!
La casa, piccola ma allo stesso tempo accogliente…ed era un Dammuso, tipica costruzione locale.
Ed eccoci in giro per le stradine dove però la strada da principale, Via Roma, è il fulcro delle passeggiate serali… tra concerti, street-food, aperitivi e souvenir.

Svegli alle sette del mattino, i miei genitori organizzarono di visitare la spiaggia di Cala Creta. Ovviamente bellissima! Ma quel giorno la fortuna era a nostro sfavore poiché tirava un vento talmente forte da far risvegliare la potenza del mare.
Nel pomeriggio, dopo avere girato e scattato qualche foto alle varie spiagge, trovammo una spiaggia con parecchia gente. Chi prendeva il sole, chi faceva un bagno e chi si dedicava allo snorkeling.
Noi invece facemmo solo un paio di bagni, l’acqua era davvero meravigliosa, limpida e cristallina, così come Cala Pulcino, Cala Croce e Cala Pisana.
Ma Lampedusa è anche la Porta D’Europa, un vero e proprio monumento con incisioni e disegni, in memoria dei naufraghi dispersi in mare.
Imperdibile l’Isola dei Conigli, un vero e proprio paradiso terrestre. Difficile arrivare laggiù sotto il sole rovente, tra grilli che saltavano e farfalle che volavano a farci compagnia durante il tragitto, ma la spiaggia davvero singolare e con fondali meravigliosi.


Splendida anche la gita in barca con soste per la balneazione, tra la compagnia di meduse enormi ma innocue … alla scoperta di spiagge non accessibili diversamente.
Come la Cala della Tabaccara… soprannominata la cala delle barche volanti per quanto l’acqua è trasparente e sembra quasi che le barche siano sospese … attira turisti da tutto il mondo. Incluso gli orientali.

Anche l’arrivederci a Lampedusa rimane tra i ricordi… il volo ci ha regalato emozioni uniche!!


 

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Mentre mi dirigo verso Rocca Priora salendo la “Montagna Spaccata penso a tutti i ciclisti che la percorsero faticando in bicicletta durante il Giro del Lazio e ricordo l’odore del muschio in inverno quando ne andavo alla ricerca per preparare il presepe.
Camminando tra i castagneti mi tornano alla mente i funghi trovati nel bosco colorato d’autunno e la salita risulta meno faticosa grazie all’aria frizzantina che ristora anche d’estate gli amanti dei sentieri immersi nella natura.
Da un po’ di tempo in tanti percorrono a piedi o in bici il Percorso delle Fonti di cui è ricco il territorio di Rocca Priora!
All’improvviso vedo il paese che sorge arroccato su un alto colle e dai suoi 768 metri di altitudine abbraccio la vista dei Castelli Romani e della Valle Latina.

Secondo alcuni storici qui sorgeva l’antica Corbium, la città latina occupata da Coriolano nel 486 a.C., mentre il suo nome deriverebbe dal medievale Perjura. Infatti nella Cronaca Sublacense si parla di un Castrum Arcis Perjuriae concesso da Agapito dei Conti di Tuscolo alla figlia.
Il documento risale all’XI secolo e testimonia che la storia del paese è molto antica poiché il “castello” apparteneva alla nobile famiglia dei Conti di Tuscolo, come i castelli vicini di Molara e Rocca di Papa.
Poi il castello è passato agli Annibaldi, dopo la distruzione della città di Tuscolo avvenuta nel 1191 d.C.
Oggi il paese è cresciuto dal castello verso la valle accogliendo un po’ alla volta tanti romani e “forestieri”, come li chiamavano un tempo i miei nonni.
Mi raccontavano anche di come i suoi antichi abitanti fossero carrettieri della neve accumulata in pozzi sotterranei e poi portata a Roma sotto forma di ghiaccio, utile a conservare gli alimenti quando non esistevano ancora i frigoriferi.
Ricordo il freddo che provavo da bambina ad agosto nella grotta che era stata scavata sottoterra all’interno della “fraschetta” dei miei nonni. Qui il vino si conservava bene per poi esser venduto ai villeggianti che non mancavano mai nei mesi estivi.
Con il tempo i paesani da contadini e boscaioli si sono trasformati in cittadini di un mondo globale e hanno scoperto cosa vuol dire “comunità aperta”.
Negli ultimi anni sono stati i bambini ad insegnare ai loro papà cosa sia l’integrazione unendo al parco nel gioco roccaprioresi doc e nuovi arrivati.
Molto del merito è stato della scuola Duilio Cambellotti dove già dall’infanzia si educa alla condivisione. È impossibile infatti non ricordare la gioia provata a Natale dopo la recita dei bambini, scambiando “dolci tipici” di famiglie diverse ma uguali, capaci di guardarsi negli occhi e condividere sorrisi!

Il nome stesso della scuola ricorda un artista importante, Duilio Cambellotti, che s’impegnò nel 1912 insieme a Giovanni Cena per creare a Colle di Fuori, nel territorio di Rocca Priora, una piccola Scuola per contadini. Il maestro arrivava da Roma in treno e col suono della campana chiamava a raccolta i bambini per l’educazione.
Ancora oggi si può visitare l’edificio progettato da Alessandro Marcucci e decorato con sei splendide tavole dipinte da Cambellotti, ora conservate nel Museo della Didattica all’Università di Roma Tre.
Al suo interno è collocata la biblioteca che insieme alla scuola è il centro dove si formano i cittadini di questo paese aperto e solidale, con abitanti capaci di interrogarsi ed accogliere; un luogo dove si può continuare a crescere con i valori più sani della comunità civile!

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Arancina Food from Sicily
Palermo e il Mercato del Capo tra gli Schiavoni e Seralcadio

Quel giorno ero contenta, molto contenta: l'indomani avrei iniziato il mio tirocinio in un importante quotidiano della città.
In casa, oltre a me, vi era solo Lucia, la nipote londinese della signora Rosetta. Chiamai la ragazza:

- Ti va di uscire con me?
- Si, volentieri, dove andiamo?
- Al Capo.
- Ottimo, non ci sono ancora andata.


L'antico Mercato del Capo è sito nella parte superiore del quartiere arabo degli Schiavoni, chiamato Seralcadio sotto il dominio dei Normanni, a meno di cento metri da casa.
Il mercato sorge all'incrocio tra via Sant'Agostino, via Beati Paoli e Porta Carini. L'attrazione principale è il cibo da strada, consumato dai palermitani e apprezzatissimo dai turisti.
Scendemmo subito da casa, e, con il solito passo veloce percorremmo via Carini, attraversammo via Voltuno e ci trovammo dinanzi la trecentesca Porta Carini. Lucia si fermò e rimase alcuni minuti a guardarla.

- Dai, svelta entriamo.


Dopo alcuni minuti mi afferrò un gomito:

- Mi sembra di stare in un castello.


Andavo volentieri al mercato del Capo ed ogni volta scoprivo qualcosa di nuovo e di interessante. Dietro le bancarelle si celavano meravigliosi portali di palazzi storici e frontali di chiese barocche, segno dell'opulenza e del potere di un tempo.
Le strade molto strette, in certi punti, diventano dei budelli e costringendo i visitatori a camminare uno dietro l'altro.
Lucia sempre più meravigliata, iniziò a fare tantissime domande e si fermava davanti a tutte le bancarelle. Giunte in via Beati Paoli esordì:

- Mi ricordo che la nonna Caterina mi raccontava la storia dei Beati Paoli, fantastico, io ora sono qui.
- Si, la setta dei Beati Paoli operò, in questi luoghi, tra il seicento e il settecento.


Per l'antica struttura, i vicoli stretti ed i pochi larghi spazzi ricordano un suk orientale e, per questa sua caratteristica, le tante “Putie” (negozi) vengono nascoste dalle bancarelle.
Vidi Lucia ferma ed estasiata davanti ad una bancarella stracolma di aromi, di frutta secca e dolciumi. Più avanti un'altra bancarella aveva delle piramidi di olive nere e verdi, consate, acciurate, grosse, piccole e in salamoia.
Un'altra ancora conteneva pesce secco, salato e affumicato, sardine ed alici sott'olio.
Mentre curiosavamo tra le varie mercanzie, ci giunse un odore di arrosto. Girammo in un vicoletto che ci condusse in uno spiazzo dove degli uomini davanti a delle graticole stavano arrostendo qualcosa.
Lucia incuriosita allungò il passo e non feci in tempo a fermarla, stava parlando con un ragazzo che arrostiva le stigghiola, un altro tipico piatto della cucina palermitana a base di budella di agnello preparate, cucinate e mangiate per strada.
Lucia volle mangiare subito una stigghiola. La trovò di suo gusto e voleva mangiarne ancora, io per distrarla le proposi di andare a mangiare un'arancina. Ci avviammo in una friggitoria che conoscevo bene. Quando entrammo Lucia andò dritta al bancone dove si trovava tantissima rosticceria, poi, si girò verso di me.

- Questo è il paradiso dei buongustai, mangerei tutto.


Paolino, il figlio del proprietario prese un'arancina alla carne e gliela porse.

- Signurì cuminciassi cu chissa ca la porta mpararisu (Signorina mangi questa, dopo si sentirà in paradiso).


Lucia fece fuori l'arancina in pochi minuti, continuò con delle sarde a beccafico e si stava fiondando su di un timballo di anelletti al ragù, feci in tempo a fermarla.

- Vuoi finire in ospedale?
Scoppiò a ridere:
- Smetto, ma, voglio mangiare il dolce.


Uscimmo dalla friggitoria e continuammo la nostra passeggiata. Un incrociarsi di vuci dei banniatura (urla dei venditori) animava tutti i vicoli e invitava massaie e visitatori a comprare la merce che a loro detta era straordinaria.
I colori, le urla, gli odori e la calca fanno parte di questo luogo che sembra aver fermato il tempo.
Eravamo appena uscite dal mercato e Lucia si fermò davanti Porta Carini:

- Grazie, per questa bellissima passeggiata. Quando tornerò a Londra porterò il ricordo e questo pomeriggio e delle radici della mia famiglia.


Lessi nei suoi occhi la felicità e sorrisi.

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Vieni Enzo, ti aspetto!


Così, mio caro Rocco, mi hai chiamato una domenica felice di invitarmi ad un soggiorno davvero speciale a Menfi!
Sapevo che a Menfi avrei trovato tanto da godere e da gustare. Ma non avrei mai immaginato una compagnia così ospitale e calorosa!
Tu eri già pronto e mi aspettavi davanti al Sole, il monumento d’ingresso simbolo della città che propone insospettabili conoscenze e interessanti esperienze!

Burgio Millusio (Borgo Ubertoso), come la chiamarono gli Arabi che per primi la abitarono nel X secolo. Menfi si caratterizzò da subito come terra di Sole, dove Luce e Calore danno sapore alla vita e ai legami sociali.
E come terra dei Fiori.
Infatti qui i principi Pignatelli fondarono nel 1638 la Terra di Menphis, con un voluto richiamo alla antica capitale egizia.
Assieme a Pamela, mi hai condotto a sbirciare tra il moderno dei giardini pensili di Inikon, dove le guglie pietrificate ricordano le onde sismiche del 1968.
E poi un ritorno alla tradizione. Qui la devozione contadina a San Giuseppe si ritrova nelle edicole, nei cortili, accanto agli usci.
Una rarità: l’essiccatoio nella buia cripta dell’Oratorio di Gesù e Maria, col monito affrescato del Memento mori 1806” e le nicchie di deposizione ai fianchi dell’altare.
Un’esperienza pregna di silenziose riflessioni!
E camminando spensierati, dai tanti forni ci sono arrivati gli odori del pane fragrante e della frutta martorana, nucatuli, stelle fritte e cannoli ripieni di raffinata ricotta.
E poi gli ‘sfinci’ di patate intrise di miele e arancini di riso: indimenticabili ghiottonerie!
Così, amenamente, siamo arrivati dalla vivace via della Vittoria al sereno davanzale di piazza Vittorio Emanuele da cui un’interminata distesa di verdi vigneti sconfina nei litorali fino a Porto Palo.
Proprio dove la vigile torre anti corsara (XVI secolo) invita anche i bambini a rassicuranti e piacevoli immersioni nella placida azzurrità mediterranea.
Nei tramonti rossastri c’è la vicina città di Selinunte, la più occidentale della Sikelìa dove gli dei parlano di miti e di eroi.
Ed ancora germoglia l’appio selvatico (selinon)!
Ma tu, Rocco, ci hai trascinato nella rovinosa realtà creata dal sisma mostrandoci i resti della Chiesa Madre (metà 1600) conservati in una moderna struttura scatolare disegnata da Vittorio Gregotti, e quelli della Torre voluta dall’Imperatore Federico II nel 1239 quale dilettevole solarium.
In questa torre soggiornò Manfredi di Svevia (1258) e dopo varie cessioni è passata definitivamente da Giacomo I al Miles Regius Coraldo Rodolfo Manuele (1287) Barone di Burgiomillusio.
Poi da Nino Tagliavia, conte di Borgetto (1399), è arrivata a Don Diego Aragona Tagliavia Pignatelli che qui ha fondato la nuova Menfi ne Seicento edificando il suo Palazzo Signorile, fra le cui mura è “passata la storia”.
E poi la tua raccolta archeologica del territorio compreso fra i fiumi Belice-Carbo con i fossili pleistocenici di Cava del Serpente ed i reperti del Villaggio di Montagnoli (751-723 a.C.).

Ai piani nobili, la mostra archeologica Dal Villaggio al Palazzo e la collezione d’Arte Moderna di Rita Gallé.
Ricca nelle varietà, stupefacente nelle forme e colori, unica in Sicilia si può ammirare la “Collezione Malacologica” (collezione di conchiglie) che Vanna Rotolo ha raccolto in tutto il mondo per donarla a Menfi.
E prima di un pranzo a base di spaghetti alle uova di pesce, farfalle con salmone e gambero, pesce spada e saraghi arrosto accompagnati dall’immancabile vino fresco Chardonnay, un’abbondante riserva di Nero d’Avola alle Cantine Settesoli, miniere preziose di un territorio eccezionale!
Grazie Menfi, grazie Rocco, un soggiorno che rinnoverò con amici e colleghi!

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