A curva do Vagnu, lo strapiombo sul mare di Sciacca

Sciacca.
Che è bella è bella, questa città-non-città è bella.

“Eh… ma bisogna descrivere le sue bellezze mio caro”, disse! 
“E come?”
“Ah con l'uso delle parole. Ah si, le parole, giusto! “
“E poi devi dire della storia, dei luoghi e spiegare bene il perché è bella”. 
“Si si, giusto il perché”. 

Ma come fai a dire di quanto si viva bene e di quanta bellezza abbia in lei se ti fa emozionare il semplice vederne la discesa alla marina.

È proprio allora che pensi: peccato, dovrò morire e non vedere più questa curva che ti strapiomba al mare.

La Curva do Vagnu che ti da le vertigini, perché dal mare sei già nel profondo blu del Mediterraneo.

E allora riemergi, prendi fiato e ti ritrovi a guardare il sole, che si diverte a tuffarsi e a sparire come una dea tra le onde.

Ti lascia però tutti i suoi colori… e con quei colori ci giochi, ti perdi, ci viaggi e ti ritrovi in Africa.

Oh quanto mi dispiace morire e non poter più godere di tutto questo.  Ma almeno l'ho vissuto, amato, inebriato. 

Ed è questo quello che vorrei vivessi tu se vorrai venirmi a trovare.

Perché è bella si è proprio bella.

Sciacca, Sicilia.

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Nel 2015 abbiamo avuto la gioia di visitare Sciacca, nella punta orientale della Sicilia. Un posto che ci ha sorpreso con alcune storie inaspettate
Eravamo venuti per assistere al matrimonio di una nostra nipote, che dal lontano Messico era arrivata a Sciacca per sposare un Saccense (nome dato agli abitanti di Sciacca).
Durante il nostro soggiorno ci è piaciuto molto l’amabilità della gente del posto. Passeggiando per le strade abbiamo goduto la bellezza architettonica della città e la vista del porto dalla piazza.
Per non parlare delle sue chiese: Basilica Madonna del Soccorso, Basilica San Calogero al Monte, San Nicolò la Latina e la Chiesa delle Giummarre dove abbiamo visto il busto del comandante del dirigibile Francese Dixmude…
Dixmunde, che strano nome e che strano luogo per una statua.
Chiediamo informazioni e Angela, la titolare del Garibaldi Relais dove alloggiavamo, ci racconta la storia di Jean Du Plessis.
Il Dixmude era un dirigibile tedesco della classe Zeppelin, costruiti per andare a bombardare New York.
Il dirigibile poi era passato alla Francia come parte del pagamento dei danni della prima guerra mondiale. Con questo passaggio era stato ribattezzato col nome del villaggio belga Diksmude che era stato lo scenario di una battaglia del 1914.
Di ritorno dalla Tunisia, l'aeromobile fu colpito nel viaggio da un fulmine e precipitò nel Mediterraneo al largo di Sciacca. Nella sciagura perirono 50 uomini d'equipaggio.

Era la notte del 21 dicembre 1923 e Padre Arena fu il primo a riconoscere il corpo del comandante, il conte Jean du Plessis de Grenèdan.


Venne recuperato da pescatori saccensi cinque giorni dopo il disastro e, nella tasca del comandante, venne trovato un biglietto che fa apparire tutto come un miracolo.
Il comandante si rivolgeva alla Madonna con la preghiera che in caso di morte il suo corpo non fosse mangiato dai pesci.
Il sacerdote instaurò rapporti di amicizia con le autorità francesi, e con le famiglie
delle vittime, e fece erigere una colonna votiva al Viale delle Terme con in cima la madonna di Notre Dame de Fourviere.
Abbiamo scoperto una città ricca di storia e aneddoti che sicuramente hanno arricchito il nostro soggiorno.
Ma non vogliamo dimenticare di menzionale la cucina locale che merita attenzione e rende piacevole il soggiorno… quello che ci è piaciuto di più sono stati i cannoli, le pizze, i gelati e i salumi.
È importante ricordare che Sciacca è vicina a posti meravigliosi come Agrigento, Selinunte, Monreale e la città di Palermo.
Veramente è stata una esperienza indimenticabile e che ci ha fatto ritornate due anni dopo.
Vogliamo ringraziare a Angela de Michele, il Signore Gulino e la famiglia Segreto per la loro ospitalità, e spero presto di nuovo a Sciacca.
 

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C’era una volta un giovane uomo che con la guluppa in spalla percorreva a piedi le tipiche strade bianche delle Marche per andare al lavoro.
La guluppa era il famoso pasto senza il quale non si scendeva sotto terra.
Comprendeva l’acetello, l’acqua con aggiunta di aceto che dissetava e pure disinfettava, la panzanella, espressione massima del recupero degli avanzi fatta di pane secco bagnato d’acqua-aceto, con un po’ d’olio, aglio e pomodoro.
Infine c’era la fila, il pane dove al posto della mollica c’era una frittata, d’estate fatta con le foje o erbe di campo e d’inverno, con verdure e patate.
Erano i primi anni del ‘900 e questa è l’immagine che ho costruito nella mia mente di mio nonno Luigi mentre si recava alla miniera di zolfo di Cabernardi, per immergersi nelle viscere della terra ed estrarre il cosiddetto oro giallo.
Si trattava di un lavoro durissimo ed ogni giorno questi uomini, poco più che adolescenti, rischiavano la vita.
I ricordi tramandati raccontano che quando l’urlo della sirena vibrava tra le colline, le famiglie temevano per i loro cari al lavoro sotto terra: era il segnale di qualche incidente accaduto nelle gallerie.
Nonostante questo, tutti si ritenevano fortunati ad avere un lavoro pagato e sicuro.
La società Montecatini, responsabile delle estrazioni di zolfo nelle miniere, aveva costruito quello che oggi chiameremmo un “welfare aziendale” per i lavoratori, offriva loro gli alloggi, corredati di legna per scaldarsi, corrente elettrica e un orto per le necessità familiari.
Fu così che 100 anni fa nacque Cantarino, un villaggio ai piedi del Monte Rotondo creato dal nulla per i minatori.

Siamo nel cuore delle Marche, nel comune di Sassoferrato, e qui mio nonno Luigi, una volta sposato con mia nonna Anna, ebbe in assegnazione una casa e crebbe mia madre e le altre due figlie, lavorando per 30 anni in miniera.

Al raggiungimento dei 25 anni di lavoro ebbe un riconoscimento e la medaglia: non era da tutti arrivare a questo traguardo!


Nel frattempo, nel mondo si susseguirono eventi straordinari: ci fu il ventennio fascista, la tristemente famosa crisi economica del 1929 e la seconda guerra mondiale, durante la quale le miniere di zolfo furono addirittura incendiate.
Nonostante le grandi difficoltà mia madre “imparò il mestiere” di sarta, allestendo un piccolo laboratorio nel soggiorno di casa e insegnando, a propria volta, l’arte del cucito alle ragazze del posto.

Il dopoguerra e la chiusura delle miniere nel 1959 alimentarono l’emigrazione dei giovani, ma mio nonno Luigi e mia nonna Anna, ormai in pensione, rimasero a Cantarino.
Quando mia madre conobbe mio padre emigrarono nel nord d’Italia per lavorare.
Il legame coi nonni però rimase sempre vivo e io e mio fratello scrivevamo letterine ai nonni e trascorrevano immancabilmente a Cantarino, dove abbiamo costruito amicizie e relazioni durate nel tempo, tutte le vacanze estive.
Il forte legame con questi territori è stato trasmesso anche ai nostri figli nati tra gli anni ‘90 e il 2000 che, nonostante vivano e lavorino altrove e siano cittadini del mondo, si ritrovano a Cantarino all’insegna di queste origini comuni che comprendono valori e conoscenza del passato.
In questi ultimi 20-30 anni è stato bello vedere come questi luoghi, a me tanto cari, siano stati di nuovo messi al centro di una visione più ampia, riconoscendo loro il giusto valore legato alla storia, alla cultura, alla natura.
Una delle iniziative più sentite è il Palio della Miniera di Zolfo, una sfida tra contrade che rinnova la memoria degli antichi mestieri e del duro lavoro di scavo in miniera.
Si è avversari in gara, ma poi l’amicizia e la complicità la fanno da padroni.
Oggi l’impegno costante e instancabile di chi vive in queste zone ha permesso la nascita del Museo della Miniera di Zolfo ed il Parco Archeo Minerario di Cabernardi, di cui anche Cantarino fa parte con il suo piccolo tassello di storia.
 

Foto di copertina di Sassoferratoturismo.it


 

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Scorcio di Lucca Sicula
Scorcio di Lucca Sicula

Pensavo di annoiarmi a Lucca Sicula con l’arrivo dell’autunno, ma la fine ottobre porta già un’altra festa: quella del pregiatissimo olio extra vergine d’oliva.
Un olio che delizia il palato e l’olfatto dei visitatori con una estasi dei sensi, grazie al suo profumo fresco e intenso, forte e deciso.
All’interno della sagra si svolgono incontri, visite ai frantoi e degustazioni di prodotti tipici come le muffulette, il pane cunzatu con olio e sarde, e anche formaggio, olive, vino, salumi e ricotta.
Questi mesi da quando ho iniziato a lavorare a Lucca Sicula sono passati in fretta.
È già arrivata la primavera, con i suoi colori che riscaldano il cuore e lo riempiono di emozioni. Apro il finestrino e il profumo di zagara dei verdeggianti aranceti mi investe in pieno. Lo respiro profondamente.
Dopo un’ora e mezza di viaggio arrivo a scuola e posteggio la macchina.
Nel cortile c’è grande fermento. Gli alunni discutono animatamente, sembrano elettrizzati, si sbracciano, gridano e urlano: “Viva San Giovanni!”  “Viva San Michele!”. Con lo sguardo serio li invito ad entrare in classe, chiedendo di lasciare in pace i Santi.
Durante la ricreazione, mentre prepariamo la spremuta con le gustosissime arance appena raccolte in un agrumeto vicino al paese, (ce ne sono tanti in questa zona) i bambini mi tempestano di domande.

“Maestra, nel tuo paese si fanno le ‘rigattiate’?” “Chi si Sangiuannara o Sanmichilara? (Che sei di San Giovanni o di San Michele?)”.


Io li guardo con aria strana e non capisco nulla.
Alcuni si sbottonano il grembiule mostrandomi le felpe rosse con l’immagine di San Giovanni, altre le felpe azzurre con l’immagine di San Michele. Sono i colori della festa di Pasqua.
Vedo i loro occhi che brillano di eccitazione e comincio ad intuire qualcosa.
Poi all’uscita di scuola, un collega mi invita a restare a Lucca Sicula per le vacanze, spiegandomi la ricca tradizione folcloristica in occasione della Santa Pasqua.
Dopo il commovente Ncontru tra la Madonna e Gesù Risorto, nella grande Piazza Vittorio Emanuele, dominata dall’antico Palazzo Lo Cascio del XVIII secolo, inizia la processione per le vie cittadine.
I Lucchesi si dividono in due comitati organizzatori: i “Sangiuannara”, cioè i devoti di San Giovanni che si radunano davanti alla Chiesa Madre, e “Sanmichilara” ovvero i devoti di San Michele che si riuniscono davanti la Chiesa del Rosario.

I due gruppi fanno a gara durante le “rigattiate”, ossia le corse in piazza con i simulacri dei Santi.


Ogni comitato ha la sua musica tradizionale eseguita da una banda. Le statue dei due Santi sono addobbate con ornamenti floreali e vengono fatte correre da giovani e meno giovani.
La festa si chiude con i suggestivi fuochi d’artificio organizzati dai due comitati.
Mi chiedo: “Ma sono matti a far ballare i Santi?”  “Certo, sarebbe bello rimanere qui e vedere questa festa!” penso ad un tratto.
“Ma chi lo comunica ai miei?”.
La macchina fa i capricci e non vuole mettersi in moto. Mi avvio verso il centro a piedi. Il caldo comincia a farsi sentire.
Mi fermo in piazza e mi avvicino alla fontana dove è collocata La Primavera, la statua marmorea di colore biancastro che raffigura il corpo di donna.
Mi bagno la fronte, alzo lo sguardo e osservo il tappeto di colori rosso e blu formato dagli addobbi di Pasqua. Uno splendido colpo d’occhio!
Basta! Ho deciso! Resto qui a Lucca Sicula!
Fatelo anche voi!
Sceglietevi una festa tradizionale e organizzate una gita fuori porta in questo tranquillo paesino siciliano accogliente e aperto ai visitatori.
Foto di Copertina da Wikipedia

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Panorama di Lucca Sicula
Panorama di Lucca Sicula

Oggi è giorno di partenza e mi alzo all’alba.
Mio padre ha già preparato la colazione e dalla cucina arriva il profumo del caffè appena fatto. Mi avvicino e ne bevo un sorso dalla sua tazza. Lui mi guarda con aria triste, scuote la testa e mi arruffa i capelli.

“Non rimarrò per molto tempo. Sarò di nuovo a casa per le vacanze pasquali. Non ti accorgerai nemmeno della mia assenza”, concludo io scappando in fretta e furia.


Mamma è pronta per andare in ufficio, la saluto e sono già in macchina al volante della mia Alfa Cabriolet.
Imbocco la strada che porta alla statale e comincio a percorrerla in direzione Lucca Sicula, un paesino dell’entroterra agrigentino a 34 Km da Sciacca e da sempre scrigno delle tradizioni popolari.
Il luogo in cui si tramandano dialetti e storie antiche, ricette tradizionali e prodotti tipici.
Lucca Sicula si stende ai piedi della collina di Pizzo di Santa a circa 500 m di quota e da questa altura si può godere di una veduta paesaggistica sulla vallata del fiume Verdura.
Un tempo qui si trovavano i Sicani, gli antichi abitanti della Sicilia, che hanno lasciato testimonianze un po’ dappertutto.
Con il mio lavoro di insegnante alla scuola primaria, penso già di conoscere praticamente tutti i circa 2000 abitanti di Lucca Sicula.
Mi sono trasferita qui a settembre per una supplenza annuale, e in questo grazioso angolino sto riscoprendo una natura viva e rigogliosa al riparo dai frastuoni cittadini.
Ricordo ancora quando arrivai per la prima volta in paese.
Fervevano i preparativi per la Festa del SS. Crocifisso, che si svolge nei giorni tra l’11 e 13 di settembre con la caratteristica fiera del bestiame e la solenne processione con il simulacro del Crocifisso accompagnato da fuochi d’artificio.
La credenza popolare gli attribuisce il dono di essere miracoloso.

Una leggenda che mi affascinata narra di due simpatici vecchietti che, dopo le parole udite in Chiesa da un frate: “Il Signore dà cento a chi presta uno”, vendettero casa, campo, buoi e asino, ricavarono 2000 scudi e li dettero ai poveri.


Poi si recarono nella chiesa del convento di Lucca Sicula, dove c’era un Crocifisso. Rimasti soli si inginocchiarono a pregare.
Per ricompensarli del loro gesto, il Crocifisso lasciò cadere un sandalo che aveva al piede. Esso era tempestato di gemme preziose. Dopo un po’ gettò anche l’altro.
I vecchietti cambiarono i sandali con un sacco di monete d’oro, comprarono un podere e cominciarono ad ospitare viandanti e sperduti, lodando Dio. Da lì la grande devozione.
In occasione di questa festa non mancano sulla tavola dei lucchesi i tradizionali dolci fatti in casa a base di mandorle, come li napuli e la cubbata.
Nel pomeriggio, passeggiando per le tranquille stradine, mi dilettavo a sentire l’odore della salsa che viene fatta ancora in strada, all’aperto, in un grande pentolone di alluminio.
Ci partecipavano laboriosamente tutti i parenti e vicini, mentre i bambini si divertivano a rubare le mandorlestinnuti ‘ncapu li tenni” (stese su tende tessute) ad asciugare sui marciapiedi.
Che scrigno di paese. Non me ne andrei più via!

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green palm tree covered with snow in unusually cold winter
Una insolita Palermo sotto la neve

La decisione di recarmi a Palermo con un mezzo pubblico si rivelò assennata.
Era un freddo mercoledì di gennaio e l’abbondante nevicata della notte dell'Epifania aveva lasciato il segno. Lungo i bordi della strada vi erano dei grossi cumoli di neve, una vista inusuale per il nostro territorio.
Il pullman era semi vuoto ed i passeggeri silenziosi, così mi immersi facilmente nella lettura di un libro acquistato la sera prima.
Ero così presa dalla storia che mi resi conto di essere arrivata a Palermo quando il pullman si fermò al semaforo di Corso Tukory.
Fu immediata la decisione di scendere approfittando di quella sosta. L'autista che mi conosceva, sorridendo mi disse:

“Oggi cu stù friddu un pari di essiri a Palermu (oggi con questo freddo non sembra di essere a Palermo)”.


L'aria fredda del mattino mi accarezzò il volto dandomi una carica in più. Avevo deciso: avrei trasformato quella giornata in un breve ritorno al passato.
Quel mattino ero andata a Palermo per recarmi a casa di una zia molto anziana che viveva in un antico palazzo vicino la chiesa di San Francesco di Paola. Scesi immediatamente dal pullman, attraversai la strada e andai in direzione di Piazza Indipendenza.
Percorsi alcuni vicoletti nel quartiere dell'Albergheria, a pochi metri del mercato di Ballarò da dove avrei proseguito a piedi per piazza Sant'Oliva. Durante il percorso avrei attraversato una delle zone più belle della Palermo storica.
Guardai l'ora, erano le sette e trenta del mattino e le strade erano semivuote.
Con passo lesto, giunsi nei pressi del Palazzo dei Normanni, attraversai Villa Bonanno e poi giunsi in via Vittorio Emanuele.
Rivolsi uno sguardo veloce alla superba Porta Nuova, e subito mi trovai davanti la magnifica e maestosa cattedrale di Palermo dedicata a Maria SS. Assunta.
Le grandi palme nello spiazzo antistante la cattedrale erano mosse da un leggero vento e nonostante il freddo ebbi la sensazione di trovarmi in un'oasi.
Conoscevo bene la cattedrale della città, ma, quel giorno, mi ritrovai imbambolata ad ammirarla come se la vedessi per la prima volta. Senza accorgermene iniziai, ad alta voce, ad elencare gli stili che la componevano: bizantino, romanico, normanno, islamico, gotico, rinascimentale, barocco e neoclassico.
Ad un tratto sentii un rumore inusuale, come quello di una spranga di ferro che scivola pesantemente. Girai il capo verso il portone e vidi un omino piccolo infagottato in un cappotto grigio, con sul capo una bella coppola a quadri e dei guanti di lana.
Appena mi vide, prima si fermò, poi mi venne incontro:

“Nun tinni potti sonnu, la prima missa è all'ottu emmezza. Cu stu friddu picchi un stavi a la casa (Non avevi sonno, la prima messa la celebrano alle 8,30. Con questo freddo perché non stavi a casa)”.


“Non sono qui per la messa. Posso entrare?”
L'uomo strinse gli occhi fissandomi bene e fece una smorfia di disappunto:

“M'ava scusari, sbaghiavi, la scanciavi pi la niputi di me cummari Rusina. Vassia unn'avi la facci di bacchittuna, ma di chiddri ca firrianu chiesi, musei e palazzi pì studiari li cosi antichi (Mi scusi l'ho scambiata per la figlia di mia commare Rosina. Lei non ha la faccia da bacchettona, ma di quelli che visitano chiese, musei e palazzi per studiare le cose antiche)”.


Intanto lentamente la città si stava svegliando, la gente apriva le attività commerciali e dai bar e dalle caffetterie veniva fuori un buon odore di pastarelle sfornate da poco. Tutto era pronto per la prima colazione dei palermitani e non.
 

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Viaggiare non è solo una passione.
La maggior parte delle volte il viaggio è una medicina per la nostra anima, veniamo curati senza saperlo.
C'è chi a visto tutto il mondo, chi non ha visto nulla al di là della sua camera da letto.
Io non visto tutto il mondo ma nemmeno solo le pareti della mia camera, diciamo che mi trovo nel limbo del viaggiatore incompleto. Ma vi garantistico che i pochi posti che ho visto sono riusciti a farmi restare senza fiato.
[caption id="attachment_121408" align="center-block" width="1024"] Ricordo quando sono scesa dal traghetto e ho messo piede sulla bellissima isola di Capri. Sono stata subito avvolta da una brezza fresca, una brezza dal profumo di limoni e di gelsomino.[/caption]
I miei occhi erano troppo curiosi per quello che stavano guardando e cercavano di scrutare ogni minimo particolare, erano rimasti incantati dalle mura bianche, dalla divisa bianca dei carabinieri, dal vecchio pescatore che scaricava il pesce appena pescato.
Le persone erano tutte belle, tutte sorridenti. Solo dopo aver visto Capri, capisco il motivo di quei bellissimi sorrisi stampati nei loro volti.
Le strade di Capri erano così pulite e profumate. I colori, gli odori, i sapori: tutto insieme rendeva il mio animo sereno e rilassato come il mio, anche quello di tutti i visitatori.
[caption id="attachment_121405" align="center-block" width="1024"] Quando ho conosciuto gli abitanti dell'isola, mi resi conto che la loro bellezza era dovuta alla loro vita caprese, il sole e il mare, rendeva loro belli e leggeri. Un giovane ragazzo del luogo rese la mia permanenza a Capri ancora più magica, raccontandomi la famosa leggenda dell'amore tra Vesuvio e Capri.[/caption]

"Vesuvio era un giovane cavaliere famoso per il suo carattere impulsivo e anche violento, mentre Capri era una giovane donna timida e riservata.
I due si incontrarono e si innamorarono perdutamente. La dolcezza di Capri riuscì ad ammorbidire il carattere di Vesuvio, che grazie alla vicinanza di Capri divenne il migliore e il più buono fra tutti gli uomini.
Le famiglie dei due amanti, però, si odiavano e non accettarono l'unione fra i due, così la famiglia di Capri decise di mandarla in terra straniera.
Capri lontana dal suo amore si sentiva triste, il suo cuore soffriva così tanto da non desiderare più di vivere.
Ella decise di togliersi la vita e per farlo scelse il mare lanciandosi fra le onde”.


Secondo la leggenda, proprio nel punto in cui Capri si lanciò tra le braccia della morte nacque una bellissima isola azzurra: l'isola di Capri.

Cose da fare a Capri:


Capri è bella, ma la bellezza si paga e Capri lo sa bene. Bere il caffè nella famosissima Piazzetta di Capri è d'obbligo, anche se è leggermente dispendioso. Ma come si dice si vive una sola volta!
Dopo il caffè dovete passeggiare lungo la bellissima e famosissima via dello shopping Via Camerelle. Credetemi, vale la pena passeggiare lungo questa via anche se non farete shopping.
Le vie di Capri sono eleganti, belle, pulite, sembra di stare all'interno di un film.
Se percorrerete Via Targara scatterà qualcosa all'interno di voi. È difficile reagire dinanzi a troppa bellezza racchiusa in un solo luogo e i vostri occhi vi sembreranno troppo piccoli e inutili per ammirare tanta bellezza.
Immancabile, poi, è il giro dell'isola in barca, con la vista nella Grotta Azzurra e i Faraglioni.
Quando la barca, passerà sotto l'arco dei due Faraglioni, c'è la bellissima usanza di scambiarsi un bacio con la dolce metà, io ero sola e ho voluto lanciare un bacio ai Faraglioni, almeno ho potuto baciare una vera bellezza!
Un’isola sofistica, un’isola che sembra un sogno, un’isola di un bianco candito, un’isola che come la freccia di cupido, scocca la sua freccia e ti fa innamorare perdutamente di lei.
Quest'isola è in grado di regalarci un sogno!
 

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Cerco di tornare ogni anno almeno una volta a Oliena, soprattutto in occasione delle feste. (LEGGI ANCHE)
Mi sento proprio a casa quando vado a spasso per il paese e vedo i bei murales che adornano i muri delle case e i colori delle feste.
[caption id="attachment_121722" align="center-block" width="750"] Foto Murales by Salvatore Zola[/caption]
[caption id="attachment_121669" align="pull-left" width="199"] Foto di Salvatore Zola[/caption]
La mia gente e fatta di grandi lavoratori che amano la famiglia, ma quando hanno del tempo libero lo passano insieme agli amici tra spuntini, canti e balli. Sempre accompagnati da chitarra e organetto.
A Oliena ci sono delle feste bellissime come S’Incontru che si celebra a Pasqua, una processione ricca di tradizione. In autunno la festa della Barbagia che richiama molti turisti e il paese si riempie in maniera impressionante.
Il 21 agosto c’è la festa di San Lussorio organizzata nei minimi particolari dai ragazzi della leva, ogni anno la festa viene organizzata dai ragazzi del paese in base all’anno di nascita ’80, ’81, ’82 e cosi via.
Per il patrono, il paese si riempie di colori e non c’è angolo che non sia circondato da bandierine colorate. Si organizzano giochi per bambini, ragazzi, e un po' meno giovani, come la corsa degli asinelli, la cattura del maialino. A questa ha partecipato anche mia figlia.


 
I concerti, la poesia in sardo, i canti di tenores sono il momento in cui la tradizione e il moderno si incontrano regalando agli spettatori una settimana piena di eventi.
Il giorno 21 si svolge la processione per il santo in giro per tutto il paese. I cavalieri in costume sardo precedono il santo aprendogli la strada, poi c’è la processione che lo segue con donne e uomini vestiti in costume tradizionale.
I ricami bellissimi dei vestiti sono cuciti da mani esperte che mantengono la storia e la bellezza della Sardegna invariata nel tempo.

Forse, se non sicuramente uno dei più bei costumi tradizionali della Sardegna!


Queste feste tradizionali sono sentite nel profondo da tutti gli abitanti e in special modo dai giovani. Le coltivano con amore, non perché devono ma perché vogliono.
Eppoi, ad Oliena la cucina è buonissima, e non c’è solo il maialetto o il Nepente, ci sono i dolci.

Dolci per ogni festa e per ogni occasione: sas rugliettas per Carnevale, sos papascinos per i Santi, il torrone rigorosamente bianco di una bontà estrema. Infine ci sono gli amaretti, sos marigosos, e tanti altri fatti soprattutto di mandorle e miele.
Da assaggiarli assolutamente.
Ma la cosa intrigante dei dolci e che non sono solo buoni, sono anche belli da vedere. Vere e proprie opere d’arte, come quelle della nostra Anna Gardu ormai diventata famosa.
Ma di famoso ad Oliena non c’è solo lei … c’è anche il bravissimo Gianfranco Zola, grande calciatore e grande uomo che sfortunatamente non ho avuto ancora il piacere di conoscere.
Essere cresciuta ad Oliena è una grande fortuna.
Puoi portare via un olianese da Oliena, ma non puoi portar via Oliena da un olianese.

Foto di copertina di Dolci sardi di Puligheddu Gianfranca
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