San Felice of Cantalice the first Capuchin saint
San Felice of Cantalice the first Capuchin saint

San Felice da Cantalice nasce nel 1515 e ha il particolare primato di essere stato il primo santo dell’Ordine dei Cappuccini. Ma come è stato possibile e chi sono i Cappuccini?

L’ordine dei Cappuccini nasce intorno al 1520 ed è uno dei cosiddetti ‘ordini minori’ mendicanti che riprendevano lo spirito di San Francesco. Facciamo un salto nel tempo e osserviamo la situazione del momento.

Il Rinascimento aveva trasformato la società: i castelli si erano trasformati in palazzi signorili e tutta l’Italia era un cantiere di costruzioni. Si faceva a gara fra signori e fra Stati a chi costruiva il palazzo o la chiesa più bella.

Per far questo servivano molti denari, soprattutto se si voleva costruire la nuova basilica di San Pietro iniziata intorno al 1506. Per far questo bisognava escogitare il modo di agire sulle tasse oppure di vendere qualcosa che tutti volevano.

Si percorsero tutte le strade. I lavori delle chiese non venivano tassati e tutti i materiali riportavano la scritta AUF – Ad Usum Fabricae che significava che erano destinati ad una delle chiese e per questa ragione non pagavano dazi. Grazie ad una poesia del grande poeta romano Gioacchino Belli si ha l’espressione attuale di ‘magiare a uffa’ che vuol dire ‘mangiare senza pagare’.

L’altra idea della chiesa era quella di iniziare a ‘vendere indulgenze’, ossia una persona poteva pagare per avere il perdono dei peccati e sperare di andare in paradiso più in fretta, con poco purgatorio.

A questo clima di abbandono di ogni aspetto spirituale si contrapposero due grandi spinte: Martin Lutero con la riforma protestante e lo scisma della chiesa e una forza interna di nuovi Ordini Minori. San Felice nasce a Cantalice, vicino Rieti, ed il suo modo di sentire la fede lo porta ad abbracciare l’ordine dei Cappuccini.

Sin da bambino si sente attratto da una vita semplice e le storie dicono che i primi miracoli avvengono presto assieme alle autoflagellazioni che si infliggeva. In paese lo conoscono tutti per il miracolo dell’acqua quando ha fatto sgorgare una nuova sorgente in un periodo di siccità. Sul posto è stata poi costruito un santuario con il nome proprio di San Felice all’Acqua.

L’altro miracolo che lo ha reso noto era quello accaduto poco prima di entrare nell’ordine quando si trovava in campagna con il signorotto Marco Tullio Pichi. Un aratro con i buoi gli passa sopra lacerandogli il petto, ma non esce sangue e la ferita si rimargina subito.

Con i Cappuccini si sposta a Fiuggi eppoi a Roma dove praticamente vive tutta la sua vita da frate. I suoi comportamenti semplici e particolari lo rendono noto a tutti e San Felice conosce papi, cardinali ma soprattutto tanta gente semplice. San Filippo Neri gli è amico e San Carlo Borromeo lo tiene in considerazione.

Girava a piedi nudi mendicando pane, vino e olio per i poveri e per il convento. In cambio canticchiava e predicava senza sosta e, ogni tanto, operava qualche guarigione miracolosa. Era considerato ‘il medico divino’ e nel suo processo di santificazione sono state elencate molte delle sue guarigioni.

Un episodio molto noto era quello di una sua estasi con la visione del bambino Gesù fra le sue braccia e papa Sisto V decise allora di emulare il frate cappuccino. Si fece face un ritratto per la sua tomba in cui aveva fra le braccia il piccolo Gesù.

San Felice da Cantalice è anche il protettore degli allevatori dei Bachi da Seta perché in un suo miracolo speciale. Il santo aveva salvato un allevamento i cui bachi stavano morendo a causa di una malattia infettiva.

Quando morì nel 1587 dalla cassa dove era stato deposto il corpo, per 3 anni uscì del liquido color argento con il quale furono guarite molte persone. Fu proclamato santo nel 1712 da papa Clemente XI e viene festeggiato ogni anno il 18 maggio.

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Papa San Vitaliano di Segni
Papa San Vitaliano di Segni

Papa San Vitaliano di Segni ha governato la chiesa tra il 657 e il 672 in un periodo di intensa attività politica e militare in cui l’Italia era saccheggiata da amici e nemici.

Era il tempo in cui si dovevano ben definire i rapporti fra l’autorità religiosa e quella civile. Da una parte il declino delle autorità politiche in occidente (mentre reggevano ancora a Costantinopoli) e dall’altra una chiesa che tentava di occupare anche un ruolo politico.

Ma andiamo per gradi e cerchiamo di capire cosa accadeva a Costantinopoli, in quello che ancora era l’impero di origine romana.

Per chi conosce l’urbanistica romana, visitare Istanbul è una esperienza unica perché si possono trovare molte tracce della vita sociale romana nell’assetto stesso della città.

In quegli anni l’imperatore d’oriente era Costante II, arrivato molto giovane sul trono. Il suo regno era accerchiato dagli Arabi che volevano il Nord Africa, Egitto e la Sicilia per poi arrivare al cuore dell’impero. Il loro regno era in tale espansione che, per fronteggiare la loro avanzata, Costante II fece un accordo con l’imperatore Taisun della Cina.

Nel frattempo i Longobardi si stavano prendendo l’Italia conquistando importanti aree con i Ducati di Ravenna, Spoleto e Benevento. Roma resta un’area sempre più amministrata da un papato che si sta trasformando in uno stato.

Il rapporto fra imperatore e papa è molto problematico perché Costante appoggia in qualche modo le teorie secondo cui Cristo ha due anime (terrena e divina) e due diverse volontà. Mentre Papa Martino I non era d’accordo con queste teorie, chiamate Monotelitismo, e professava il fatto che Cristo avesse due anime ma una sola volontà.

Questa disputa filosofica in realtà nascondeva la lotta per il potere sulla terra e la coesistenza del Papa con re e imperatori. Costante II cercò di far uccidere papa Martino I che sopravvive ma finisce i suoi giorni in esilio.

Questo era il clima quando, nel 657 viene eletto papa Vitaliano I, nato a Segni e deciso a trovare un po’ di pace cercando armonia con tutti. Quello che ottenne è una serie di scomuniche incrociate fra papa e patriarca, spalleggiato dall’imperatore di Costantinopoli.

Costante II, che era un violento e un arrogante, decise allora di venire in Italia a prendersi quello che restava dell’impero romano. Costante arrivò in Italia ma non riuscì in molte delle sue volontà.

Soggiornò 12 giorni a Roma (è il primo imperatore dalla caduta dell’Impero Romano d’Occidente) e fece comunque in tempo a finire di depredare monumenti e tesori. È lui che ruba le tegole in bronzo dorato del Pantheon assieme a tutte le statue e decorazioni interne.

Nel frattempo Costante II muore a Siracusa e Vitaliano aiuta a far eleggere al trono il figlio legittimo di Costante II. La lotta per la successione è dura e il nuovo imperatore si dimostra grato a papa Vitaliano.

Con questa tregua l’imperatore tornò ad occuparsi dell’avanzata araba e Vitaliano delle questioni inglese e dell’arte.

Lasciati a sé stessi, dopo la caduta dell’impero romano, gli inglesi avevano presto adottato usi celti e questo indeboliva la figura del papato. Papa Vitaliano con i suoi vescovi ripristinò la data di celebrazione della Pasqua, ma dobbiamo ammettere che nessuno riuscirà più a tenere testa agli inglesi!

L’eredità di Vitaliano è però comunque arrivata fino ai nostri giorni perché è grazie a lui che si sviluppò definitivamente la Schola cantorum fondata da papa Gregorio e fu Vitaliano ad introdurre l'uso dell'organo nella liturgia romana.

Alla sua morte nel 672 è stato sepolto nella antica basilica di San Pietro.

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Notte di San Lorenzo - Zagarolo
Notte di San Lorenzo - Zagarolo

Una settimana di festa per San Lorenzo, patrono di Zagarolo, tra religione e tradizione. Una notte fra le stelle cadenti, i calici e le feste religiose il 10 di agosto.

Zagarolo è un gioiello di bellezze artistiche, il trionfo delle chiese barocche nei Castelli Romani, posto su una collina di tufo sulla via Francigena del sud che tradizionalmente collegava Roma con Brindisi e la Terra Santa.

San Lorenzo era di origine spagnola e lascia la sua terra alla volta di Roma insieme al suo maestro, il futuro papa Sisto II. Durante il pontificato di Sisto II, Lorenzo diventa arcidiacono rinunciando a tutti i suoi possedimenti e dedicando la sua vita alla carità cristiana verso i poveri e i deboli.

Un editto del 258 dell’imperatore Valeriano, che voleva la morte del papa e di tutti i suoi aiutanti, segna il martirio di Lorenzo. Il 10 agosto a soli 33 anni viene bruciato vivo su una graticola, che ancora oggi è il suo simbolo, messa sui carboni ardenti.

Una sua reliquia con il sangue è custodita ad Amaseno portata da un soldato che aveva assistito al martirio e ogni anno, il 10 agosto, si si ripete il miracolo della liquefazione del sangue proprio come accade per quello di San Gennaro!

Tradizionalmente il 10 agosto è famoso anche per un altro evento: la caduta delle stelle cadenti, ossia il passaggio delle Perseidi. E’ tradizione passare la notte a testa in su scrutando il cielo in cerca del buon augurio di una stella cadente.

Con queste premesse Zagarolo vive una intera settimana di feste religiose e pagane!

Il giorno prima di San Lorenzo, nelle vie di Zagarolo si celebra una rievocazione delle lotte che le confraternite combattevano per aggiudicarsi il privilegio di portare il Santo in processone.

“La contesa della macchina processionale” è una gara giocata tra squadre che provano a trasportare lungo un tragitto preciso, segnato da regole e ostacoli un enorme struttura. Chi vince si aggiudica l’onore di portare a spalla il Santo nella solenne processione.

Contemporaneamente, le notti d’estate si animano con la festa di ‘Calici sotto le stelle’ nel cortile di Palazzo Rospigliosi dove si gusta il migliore vino locale e una ottima selezione prodotti locali osservando le stelle cadenti.

Il giorno dopo, quello della festa religiosa, viene celebrata una messa solenne nella chiesa dedicata a San Lorenzo, seguita da una processione con la statua del santo lungo le vie di Zagarolo.

Le giornate di festa vengono allietate da tanti altri eventi che animano l’estate. Il palio de “La Graticola” (simbolo del martirio di San Lorenzo), dove i quattro borghi storici si sfidano in gare e giochi che decretano il rione vincitore.

Zagarolo ci aspetta nella notte delle stelle cadenti per festeggiare San Lorenzo in modo veramente originale!

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Nuovo stadio del Frosinone 2
Nuovo stadio del Frosinone 2

Quando si vive uno sport con il vero spirito del gioco, allora possono succedere momenti di gioia collettiva come quelli della comunità locale durante la costruzione del nuovo stadio di Frosinone.

Nel 2015 il Frosinone arriva in Serie A e improvvisamente tutti scoprono una parte d’Italia che prima di allora era solo una periferia ‘burina’ di Roma. Scoprono non solo una squadra motivata e ben organizzata, ma anche una tifoseria modello e un modo di vivere lo sport da parte di tutta una intera provincia.

I giocatori del Frosinone si fanno amare per il loro coraggio e i tifosi per il loro spirito sportivo. A completare l’immagine mancava uno stadio che potesse contenere tutti i tifosi e che desse una immagine moderna della città.

E lo stadio Benito Stirpe, da nome del padre del presidente del Frosinone nonché primo visionario, è arrivato con lo stesso stile con cui Frosinone sta facendo conoscere il suo valore e quello della sua splendida provincia. Uno stadio dall’architettura sobria ma ardita che contiene 16.000 posti coperti.

È stato scelto di affidare progettazione ed esecuzione a professionisti e imprese locali che così possono dimostrare il loro valore.

Una sostenibilità sociale e un amore per il territorio che va oltre le convenienze economiche di breve periodo.

E questa scelta ha portato a delle conseguenze inaspettate. La costruzione dello stadio, o meglio il suo completamento perché lo stadio era già stato avviato dal comune di Frosinone, è stata sentita dalla popolazione come parte della loro vita quotidiana.

Ogni giorno tra le 200 e le 250 persone andavano vicino al cantiere per controllare l’andamento dei lavori e fare domande al capocantiere, al progettista e agli operai. Ci racconta Enrico Renzi, un architetto di Ceprano che fa parte del gruppo di 9 professionisti incaricati:

“Queste persone aspettavano lo stadio da 40 anni ed erano così felici e orgogliose dei successi della squadra che venivano per condividere la loro gioia. Il loro contributo non è stato di critiche ma una manifestazione di amore.”

Quello dello stadio del Frosinone è stato forse uno dei cantieri più ‘social’ del mondo con continui aggiornamenti in diretta sull’andamento dei lavori!

Ad un certo punto si sono cominciati ad alzare le pareti laterali e gran parte del cantiere è stato coperto alla vista dall’esterno e allora la dirigenza ha pensato di organizzare delle piccole visite per continuare a tenere aggiornati gli irriducibili che continuavano a venire nell’area del cantiere.

la cosa più divertente - continua Enrico Renzi – è stata quando sono arrivate le due grandi autogru che dovevano sollevare le due grandi travi di ferro lunghe 90 metri e alte 8 metri che coprono la tribuna centrale. Le gru sono arrivate da Fincantieri e da Genova ma non avevano segni che dimostrassero la loro provenienza. Sono iniziate leggende metropolitane sulla loro storia ed allora abbiamo deciso di organizzare una piccola conferenza in cantiere per raccontare la loro storia a tutti i nostri osservatori irriducibili”.

Lo stadio è un momento di aggregazione e uno stadio costruito da imprese locali in un momento di crisi economica generale è un momento di orgoglio e di amore che la dirigenza del Frosinone ha giustamente deciso di condividere con i suoi supporter.

Resta solo una richiesta da parte dei tifosi che riguarda la storia della loro storica mascotte, il cane Chicco che è ancora seppellito nell’area del vecchio stadio Matusa che ora si sta trasformando in un parco urbano di arte e natura.

Il cane era stato trovato a San Donato di Val Comino da alcuni giocatori e da allora ha vissuto tutta la sua vita nello stadio partecipando con inusuale dedizione a tutte le emozioni del Frosinone. È stato curato e amato da tutti i tifosi che ora ancora vogliono condividere con lui l’orgoglio e la gioia del nuovo stadio!

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Rieti- Leonessa and its hamlets Villa Pulcini
Rieti- Leonessa and its hamlets Villa Pulcini

Leonessa ha uno dei territori più vasti dell’Italia centrale ed è caratterizzato da 38 frazioni molte delle quali vengono chiamate ‘villa’, come Villa Carmine, Villa Lucci o Villa Pulcini.

L’origine del nome ‘villa’ è molto particolare perché rimanda immediatamente agli antichi insediamenti romani dove con questo termine si identificavano un centro di produzione agricola spesso con una residenza signorile.

Sappiamo tutti che l’organizzazione romana e la logistica dell’esercito era il vero punto di forza di Roma e questa mentalità ‘ingegneristica’ veniva applicata anche alla coltivazione dei campi.

La villa agricola era una vera e propria organizzazione industriale in cui c’erano parti destinate alle coltivazioni intensive, ad orti e a pascoli. Vi erano poi locali destinati alla trasformazione dei prodotti agricoli e al loro immagazzinamento. Una parte era ovviamente destinata all’alloggio dei proprietari e degli schiavi e una area era destinata ai mezzi di trasporto per portare i beni a Roma o dove era necessario.

Da ricordare che i romani facevano un tipo di pane che poteva essere conservato per 1 anno. Ad esempio nell’area di Piazza Esedra (oggi Piazza della Repubblica di Roma) erano conservati le forme di pane di una intera legione per alcune settimane di viaggio in modo che l’esercito era pronto a partire in ogni momento.

A Leonessa si conserva il nome di Villa e questi agglomerati principalmente rurali sono tipici di questa parte del Lazio e dell’Abruzzo. Nella loro struttura urbanistica si riconosce una aggregazione di case coloniche e da spazi per il ricovero di mezzi e animali.

Ad un occhio attento si possono ancora riconoscere i luoghi dove venivano messi a stagionare i formaggi, i salami e le altre produzioni alimentari che dovevano sostenere la famiglia per un intero anno.

I terremoti, la guerra e l’industrializzazione del dopoguerra hanno in parte spopolato questi centri. La popolazione è emigrata in città o all’estero e il recente terremoto di Amatrice ha dato un ulteriore scossone a questi centri.

Alcuni emigrati hanno manifestato il loro forte attaccamento al paese natale creando all’estero centri con lo stesso nome o con architetture simili. Se a Windsor in Canada si costruisce una chiesa uguale a quella di Settefrati, in Argentina Ivo Pulcini crea un villaggio per bambini bisognosi con lo stesso nome, Barrio Pulcini, nel quale anche papa Francesco ha detto messa.

Il fenomeno interessante che avviene è però quello della riscoperta delle culture originali e una valorizzazione delle specie locali in agricoltura. Chi si riavvicina ai campi lo fa in coltivazioni di nicchia lavorate con metodi biologici o biodinamici. Cibi che oltre a nutrire danno benessere alle persone.

È il caso della patata di Leonessa, riconosciuta a livello nazionale, del farro biologico a Villa Pulcini e della genziana che praticamente è disponibile in ogni ristorante di Leonessa e del circondario.

Nelle campagne circostanti, poi, si sono tornate a piantare antiche varietà di legumi e nell’area fra Leonessa e Amatrice si possono trovare piccoli produttori con prodotti di eccellenza.

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L’ultimo artigiano delle zampogne ad Acquafondata di Claudia Bettiol
L’ultimo artigiano delle zampogne ad Acquafondata di Claudia Bettiol

Acquafondata è un borgo sulle montagne ai confini fra Lazio e Molise ed è famosa per il suo Festival della Zampogna.

Ed infatti per viaggiare attraverso le foreste, all'ombra delle rocce lungo la strada per Acquafondata, si deve avere una ragione speciale o una meta da raggiungere. Le strade che percorriamo non hanno un'agricoltura ovvia o qualche industria primaria, anche se ci devono essere capre e cinghiali che sono apparsi alla nostra vista.

Era l'ora di pranzo quando siamo arrivati ​​e mentre stavo osservando la piazza, Claudia ha pronunciato una sola parola - "Zampogne!" con decisione tanto che mi sono voltato per vedere un bassorilievo di una zampogna scolpito su una roccia accanto alla strada.

Claudia ha esaminato la sua banca dati e mi ha detto che Acquafondata, una città di circa 300 persone, comprese le frazioni, è famosa per la produzione delle zampogne.

Nella piazza siamo entrati nel ristorante Vittoria notando che questa città deve avere visite speciali se il ristorante potrebbe contenere circa la metà della popolazione locale!

Durante il pranzo preparato da una intera gioiosa famiglia, la mia mente è andata ancora a circa 50 anni fa quando i suoni delle zampogne erano parte della mia scuola a Sydney, in Australia.

Abbiamo chiesto informazioni sulla vita e sull'industria della città, e siamo stati gentilmente informati che c’è ancora un solo produttore di zampogne, in una casa alla fine del villaggio.

Il produttore di zampogne

Luigi Cargillo, l'ingegnere delle zampogne, ha il suo laboratorio accanto alla sua casa e i suoi strumenti sono un tornio di legno e utensili a mano per la scultura e la preparazione delle borse.

I legni sono tutti locali, olivi, ciliegie e prugne. I "tubi", o più correttamente gli chanter e i bordoni, sono tutti esposti nelle pareti del laboratorio. Luigi ne prende uno e gli mette una canna per adattarlo alle labbra.

Si sente subito il caloroso lamento di una zampogna e mi ritrovo a scuola nel collegio nel 1964, dove ogni mattina i praticanti la suonavano. I principianti partivano da un singolo tubo e la cacofonia dei suoni alzava i terreni e le colline vicine, svegliando i morti e portando vita alla scuola.

Luigi ci spiega che il legno d'ulivo produce un tono più stridente mentre quello di prugno emette un suono più dolce. Mostra come costruisce il bocchino e mi ricorda i miei ultimi anni da sassofonista fallito che cercava il bocchino ideale.

Luigi si alza e va in un armadio da cui prende alcuni chanters e bordoni assemblati: questo è la parte strumentale della zampogna.

Ci spiega che la composizione musicale tipica italiana è costituita da due strumenti: un singolo oboe folk (chiamato "ciaramella") e la zampogna. Uno crea la base e la ciaramella da l’armonia musicale ma ogni coppia ha un suo stile molto personale.

Tradizionalmente le borse che contengono e comprimono l'aria sono fatte da pelli di capra legate da aperture per gli strumenti musicali.

Questa tradizione era un ovvio catalizzatore per gli allevamenti locali di capre nelle campagne intorno a Acquafondata. Oggi, però, i produttori come Luigi, oltre alle borse tradizionali di capra e pecora usano anche quelle in stoffa o in materiali sintetica.

Luigi non ha insegne sulla sua porta e per trovarlo si può andare al tradizionale festival della zampogna annuale di agosto, quando oltre 100 coppie arriveranno e riempiranno la piazza e il ristorante Vittoria con i suoni delle Zampogne.
Luigi è ora in pensione. Mi chiedo chi sarà il suo apprendista che salverà l'arte delle zampogne in montagna ai confini fra Lazio e Molise.

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Portone alchemico di Nicol il mistero di Rivodutri
Portone alchemico di Nicol il mistero di Rivodutri

A Rivodutri c'è una porta unica chiamata Portone Alchemico di Nicolò dal nome dei proprietari del suo edificio originario, la famiglia Nicolò dal 1757, dopo il testamento di Don Bernadino Camisciotti.

Nel 1874 è stato utilizzato dal comune come scuola per donne e casa per i dipendenti. Alla fine dell'Ottocento, la via principale di Rivodutri (via "Dritta" ora via Umberto I) fu allargata con l'abbattimento di diverse case, tra le quali il vecchio edificio scolastico a cui apparteneva la Porta Alchemica.

È possibile che la porta si trovasse inizialmente all'interno del vecchio edificio e che, dopo i lavori di allargamento della strada, venne spostata nella nuova facciata dove rimase fino al 31 dicembre 1948. Quel giorno un forte terremoto distrusse l'edificio e gran parte della zona abitata. La porta fu salvata, smantellata e conservata in un deposito comunale.

Circa trent'anni dopo è stata riassemblata sul sito originale come accesso ad un piccolo giardino pubblico.

Allora, cos’è la Porta Alchemica?

È un insieme strutturato di simboli alchemici e latino che finora non è stato completamente decifrato. La porta è sopravvissuta nei secoli, ma non è stato possibile identificare l'esperto d’arte e conoscenze alchemiche responsabile della sua creazione.

Nel frattempo, c'è l'ipotesi che la persona sia appartenuta alla famiglia Camisciotti che aveva membri della famiglia in posizioni importanti nella pubblica amministrazione e in ruoli ecclesiastici del XVII secolo.

Dalla sua origine, oggi gli studi di interpretazione della porta rivelano che la maggior parte dei simboli si riferisce al mistero della trasmutazione, non solo e non tanto dei metalli, ma anche della psiche e del rapporto tra corpo e spirito nell'uomo.

Secondo alcune interpretazioni, l’ideatore della porta doveva essere già esperto nei metalli, nella creazione dell’oro, ed essere arrivato alla speculazione filosofica proiettando il segreto e il dramma della vita (umana e divina, materiale e spirituale) nelle sue varie manifestazioni.

A partire dal XVII secolo, quando ci si era resi conto che l'arte tradizionale alchemica (quella di trasformare metalli di base come il piombo e il rame in argento e oro) non avrebbe mai potuto creare oro solido, mentre il chimico continuava a mettere questi materiali in esperimenti di laboratorio, il filosofo cominciò a cercare l'oro che non era solido. Nel XVIII secolo l'approccio illuministico aveva contribuito a cancellare l'approccio mistico ai materiali di base, isolando lo spirituale dal fisico.

Molte delle figure scolpite sulla porta sono in comune con il simbolismo cristiano. Si dice che molti alchimisti fossero cristiani o almeno rispettosi dell'ambiente religioso in cui vivevano. Alcuni ritenevano che l'aiuto di Dio fosse indispensabile al successo del loro lavoro.

Quindi se visitate la Porta Alchimica, guardate attentamente i simboli e cercate di leggere e comprendere la storia dal fondo della porta fino al suo apice. Forse un raggio di ispirazione lunare solare o riflesso attraverserà la porta per emozionarvi.

Alcune iscrizioni sul Portone di Nicolò

La lettura delle iscrizioni inizia dal caos, dal conflitto scuro e potente tra gli stati e porta all'equilibrio tra quegli stati precedentemente contestati: coscienza e incoscienza, materia e spirito, ignoranza e conoscenza.

Avendo questo sentimento come sfondo, la lettura della porta inizia dal pannello inferiore destro con l'iscrizione: QUID HOC FORTIUS. Qui il "mistero dei quattro elementi" allude a quattro linee dritte che corrono in direzioni opposte da un singolo punto individuale. Il punto rappresenta l'origine, l'inizio, la materia prima. Alla base della porta ci sono quattro linee dritte che si intersecano in un punto.

Mentre il testo scritto da decifrare non è stato scoperto, il pentagramma che viene visualizzato è inteso come la rappresentazione classica dell'uomo.

Inoltre, il simbolo dell'elemento di mercurio sulla porta è considerato importante poiché il mercurio ha un doppio significato attivo e passivo, maschile e femminile.

Nella parte superiore è rappresentata la navigazione sul mare. Il mare, nel suo significato classico, è la condizione iniziale, quindi è simile al caos originale. Sulla vela della nave si legge: OMMA BONA MECUM (Tutto il mio bene è con me). L'albero della nave è una piccola palma che può radicare e crescere.

Poi c'è la terra. Sul piano psichico si dice che simboleggia l'inconscio che favorisce la coscienza, la coesistenza e l'unione delle tenebre e della luce.

Ovunque ci sono simboli di opposti, forse una guida alle forze positive e negative della vita che devono essere risolte per creare l'oro interno. Ci sono i segni dei corpi celesti che l'alchimista invoca per ottenere aiuto attraverso la loro influenza, credendo che possano esercitare qualche azione sui metalli e sull'essere umano e sul suo spirito.

Per gli alchimisti, sul piano psichico, l'aspetto della luna e delle stelle che sono inferiori al Sole, indicano che anche l'inconscio ha la propria luce. Gli impulsi che provengono dall'inconscio devono essere in equilibrio con il contenuto della coscienza.

Quindi, sulla parte superiore di questa porta alchemica, il conflitto tra gli opposti conduce ad un'unione, perché uno stato di ostilità è contrario all'armonia della vita. Il sole splende con tutta la sua luce e il suo calore perché in qualche modo coesiste con la sua controparte femminile (Luna).

La frase EX TUA MEA LUX EX MEA TUA può essere letta per significare che siamo giunti alla conversione del corpo in spirito e spirito nel corpo, anche se questo non è certo.

In cima è TOT MIHI SUNT VIRES (forse 'Questa è tutta la mia forza') e al termine c'è la figura dell'Hermafrodita, cioè due parti opposte in uno. REX e REGINA uniti da una sola corona, l'unità risultante dalla congiunzione di opposti, maschili e femmine, o materia spirituale. Il maschio è lo spirito e esiste perché c'è anche la controparte femminile e viceversa.

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San Giuseppe da Leonessa il micro-credito e i Monti Frumentari
San Giuseppe da Leonessa il micro-credito e i Monti Frumentari

San Giuseppe da Leonessa è un santo particolare che ha diviso la sua vita fra il desiderio di essere un martire e quello di aiutare i bisognosi. Ed ha fatto entrambe le cose in un modo originale e incredibilmente pragmatico.

San Giuseppe nasce a Leonessa l’8 gennaio del 1556 con l’insolito nome di Eufranio, che significa ‘portatore di gioia’, e perde i genitori benestanti quando aveva solo dieci anni. Lo zio lo manda a studiare a Viterbo e poco dopo lui si oppone alla famiglia e prende i voti come frate cappuccino ad Assisi.

La zona di Rieti vicino a Leonessa è chiamata la ‘Valle Santa’ e questo è il luogo dove si incontrano il cammino di San Francesco, patrono d’Italia, e quello di San Benedetto, patrono d’Europa.

In questa area, San Giuseppe cresce con il desiderio di fare qualcosa di speciale per gli altri e per purificare le sue intenzioni si sottopone a molte pene corporali.

La sua prima grande idea di missione è quella di andare a Costantinopoli ad aiutare i cristiani in difficoltà. Normalmente queste missioni spettano ai Gesuiti ma una peste aveva decimato l’ordine e il papa Sisto V affida il compito ai cappuccini.

San Giuseppe ha 31 anni e non rientra fra i sacerdoti della missione, ma all’ultimo minuto uno si ammala e lui parte per Costantinopoli che da oltre un secolo è ormai uno dei principali centri musulmani. I turchi avevano lasciato al loro posto il patriarca e i vescovi “orientali”, separati dalla Chiesa di Roma dopo lo scisma nel 1094, ma perseguitavano i vescovi cattolici.

Qui i cappuccini si impegnano a restaurare un convento nel quartiere Pera e a dare aiuto ai cristiani e agli infermi.

Ad un certo punto decide che doveva affrontare il problema dell’islam in modo radicale e vuole convertire direttamente il sultano Murad III. Si introduce nel suo palazzo ma viene scoperto, arrestato e sottoposto a pene corporali incredibili. Viene legato con una mano e un piede ad una trave sotto la quale arde un fuoco per tre giorni.

Forse per la sua esperienza alle sofferenze, forse per il suo destino, San Giuseppe si salva e viene espulso da Costantinopoli. La leggenda dice che un angelo è sceso per salvarlo e guarirlo dalle ferite.

Torna in Italia ancora più convinto del ruolo dei monaci nel supporto alle anime e ai corpi dei bisognosi e inizia una intensa attività di predicazione in tutta l’Italia Centrale. Girando e parlando con tutti si rende conto di cosa realmente occorre alle persone e si dedica alla promozione dei Monti Frumentari.

Grazie alla sua attività nascono confraternite con il suo nome in tutta la zona e quando muore ad Amatrice, il 4 febbraio 1612, il suo corpo viene sottoposto ad una particolare imbalsamazione. Ognuno voleva un pezzettino del suo corpo come reliquia perché erano certi che sarebbe stato santificato.

Pochi anni dopo, approfittando di un terremoto, il suo corpo viene portato a Leonessa in un santuario a lui dedicato e viene poi proclamato santo da Benedetto XIV nel 1746.

Ma cosa sono i Monti Frumentari?

Sono una forma di supporto che oggi potremo definire come l’anticipatrice del micro-credito. Una sorta di banca dei semi che dava le sementi ai contadini in difficoltà che altrimenti non avrebbero potuto coltivare i campi.

Alcune volte la povertà spingeva i contadini a mangiare anche il grano e l’orzo che dovevano destinare alla piantumazione l’anno successivo. Ma se non si semina non si raccoglie ed il problema della povertà diventa impossibile da risolvere e spesso le persone diventavano vittima dell’usura.

Così i monaci si impegnavano in vari modi: i francescani nel Monte di Pietà e San Giuseppe nel Monti Frumentari.

Proprio come dice il proverbio cinese di non regalare il pesce ma la canna da pesca e di insegnare a pescare, San Giuseppe da Leonessa si è prodigato nella promozione della coltivazione dei campi.

I primi monti frumentari nascono nel XV secolo e quello di Rieti nasce nel 1488 e i contadini partecipano alla loro creazione donando alcune giornate di lavoro e di semi. Quando si verificava una eccedenza di semi, poi, questi venivano venduti per creare dei Monti Pecuniari che prestavano soldi a bassi interessi (5%) agli agricoltori.

I Monti Frumentari si diffusero molto grazie al cardinale Orsini, arcivescovo di Benevento che venne poi eletto papa con il nome di Benedetto XIII e ordinò a tutti i vescovi dell’Italia centro meridionale di facilitare la nascita dei Mondi Frumentari.

Dopo un periodo di declino, i Monti Frumentari vengono riattivati da Francesco I Borbone nel 1826 e al momento dell’unità d’Italia ne esistevano oltre 1.000 nel Regno delle Due Sicilie. Vennero Aboliti dai Sabaudi.
 

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