Le mongolfiere di Santa Candida: la tradizione vola sopra Ventotene

Le mongolfiere di Santa Candida sono una delle più belle feste del Mediterraneo che richiama appassionati e turisti da tutto il mondo per le emozioni che lascia nel cuore di grandi e bambini.

Nel 2011 la festa di Santa Candida è stata insignita dal Ministro del Turismo con il riconoscimento di “Patrimonio d’Italia per la tradizione” per la capacità di mantenere vivo il folclore del proprio territorio, rinnovando le rappresentazioni tradizionali, adeguandole ai tempi e trasformandole in attrattori turistici.

Se non siete mai stati a Ventotene, il momento migliore è il fine settimana che anticipa la Festa di Santa Candida, santa protettrice della piccola isola. Un evento in cui si mescolano tradizioni religiose ed elementi artistici unici. Le processioni e i canti della banda locale riempiono le strade mentre il cielo si riempie di colorate mongolfiere di carta.

Attrazione turistica ed ormai icone di Ventotene, le mongolfiere (chiamate “O pallon/ pallò”) di carta hanno le loro origini nei ‘voti’ alla Santa. I giovani dell’isola si cimentano in una serie di lanci di mongolfiere realizzate con carta velina e decorate a mano, che diventando dei veri e propri capolavori anche se dal destino segnato.

Dopo il lancio, infatti, le mongolfiere alimentate dallo “stuppolo”, stracci e carte imbevuti di nafta, si spengono e cadono in mare aperto lasciando spesso a bocca aperta le centinaia di spettatori venuti qui appositamente per lo spettacolo.

Il programma religioso ha inizio con la celebrazione della Messa Solenne il 10 settembre durante la quale la statua della Santa è esposta davanti ai fedeli riuniti, ed ha il suo culmine il giorno 20 settembre con la processione per le vie dell’Isola.

Ogni 19 settembre, durante i Giochi Tradizionali, si tiene la tanto attesa gara durante la quale i ragazzi dell'isola si sfidano per ottenere il premio di miglior mongolfiera. Quella che per tanti può apparire un'attrattiva turistica dell'isola di Ventotene, per molti isolani rappresenta ancora una sinergia con il momento religioso e di raccoglimento.

Il 20 settembre l’aria si fa più solenne. Ventotene si sveglia al mattino presto, con canti e suoni che accompagnano il cammino della patrona, di casa in casa, dove è tradizione allestire, come simbolo di offerta, un piccolo banchetto per la colazione.

È il giorno della processione per le vie del paese. Tutti fremono per il passaggio di Santa Candida. L’atmosfera rimane allegra per tutta la giornata, in cui continuano i lanci delle mongolfiere ed i giochi tradizionali: un modo per rallegrarsi dell’evento e per unire le diverse generazioni dell’isola.

A chiudere i festeggiamenti, uno spettacolo pirotecnico dipinge il cielo e lascia i suoi spettatori senza fiato. Un appuntamento ricco di fede, cultura, tradizione e divertimento, legato in maniera indissolubile al nome di Ventotene.

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La più antica festa di Artena: la intrigante storia della Madonna delle Grazie

La più antica festa di Artena, la fede per la Madonna delle Grazie è testimoniata dai Cristi Infiorati e da un tripudio di fiori che cingono la statua e che segnano il percorso e le vie del borgo.

Da un’icona su un muro lungo la via che arriva al borgo di Artena, si capisce che il culto per la Madonna delle Grazie è molto antico e risale ad un periodo incerto fra il 1400 ed il 1500.

La storia della statua è invece diversa e non si hanno notizie fino alla metà del 1600, quando alcuni contadini ascoltarono il suono di una campanella provenire da una voragine e la trovarono. La statua in legno di tiglio rappresenta una dolce Vergine in piedi che sostiene il Bambino benedicente.

I contadini riuscirono a portare la statua nella Chiesa di Santa Maria delle Letizie, dove venne posta nella cappella di San Lorenzo. Non si sa con precisione l'anno dell'arrivo dell'immagine a Santa Maria, forse tra il 1682 ed il 1685.

La prima Processione avvenne il 19 maggio 1731, e da allora il culto per la Madonna delle Grazie è cresciuto a dismisura fra gli abitanti di Artena, diventando un collante della comunità ed un evento irrinunciabile.

Un’osservazione, quasi ossessiva, che si avvera annualmente. Ogni artenese sente il dovere di donare qualcosa alla “sua” Madonna delle Grazie. Alcuni lo fanno per grazia ricevuta, altri invece in segno di affetto verso Maria Vergine. Così scrisse a quel tempo un ministro di casa borghese:

“Quanti sono e saranno i Montefortinesi, tanti sono e saranno i fondi per mantenere la festa e la confraternita di Santa Maria”
Montefortino è l’antico nome di Artena. Per un artenese, parlare della Processione della Madonna delle Grazie è come parlare di un pezzo della sua vita, poiché è la vera padrona di tutto il popolo, che la venera e la adora. Pochi fenomeni religiosi sono così duraturi in questo modo forte.

La festa dedicata alla Madonna delle Grazie di Artena, si celebra ogni anno il sabato della terza domenica di maggio.

La statua "esce" dalla Chiesa di Santa Maria delle Letizie e attraverso le vie del centro arriva fino alla parte nuova della città. A tarda sera la statua "risale" fino alla Chiesa di Santa Croce, dove resta esposta per una settimana. La domenica successiva la Sacra effige è "ricondotta" nella Chiesa di Santa Maria delle Letizie, dove rimarrà per un intero anno.

Prima della processione, la statua della Madonna deve essere adornata con un vestito di broccato e con un manto sontuoso da una ragazza nubile che la deve ricoprire di collane e braccialetti d’oro donati dal popolo.

Il corteo è aperto da un tamburino che scandisce il tempo dei passi. Seguono immediatamente lo stendardo retto dai bambini più piccoli, vestiti da angioletti, fratini e suorine. Ecco dunque le comunicande vestite di bianco e subito dopo una schiera di paggetti, quindi le spose e tutte le altre donne.

Nel 1857 furono introdotti i personaggi degli “infioratori” che avevano il compito di addobbare con i fiori la cappella nella piazza principale, realizzando un pannello di fiori che riproduceva un mistero della Vergine.

Da allora nacque l’idea di ornare i Cristi Infiorati, delle confraternite con una moltitudine di fiori, arte poi appresa da un membro di ogni confraternita.

Nata come puro abbellimento per festeggiare la sacralità del rito, oggi questa tradizione è diventata parte essenziale della processione e offre uno spettacolo unico di amore, fede e folclore religioso.

Da non perdere assolutamente!
 

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La Festa delle Torce di Sonnino: dove la tradizione incontra la religione

Ogni anno, nel primo pomeriggio della vigilia dell’Ascensione, i sonninesi lasciano il paese e si dirigono verso i confini del proprio territorio affrontando un lungo cammino che si conclude alle prime luci dell'alba del giorno seguente, dopo aver segnato di notte, al lume di torcia, l’intero perimetro comunale.

Sono guidati da quattro caporali, mentre molti uomini, armati di fucili caricati a salve, accompagnano con il fragore delle loro armi tutto il rito. Il culmine della manifestazione è una suggestiva fiaccolata notturna sui Monti Ausoni.

La preparazione alla celebrazione avviene molto prima, con la realizzazione a mano, una per una, delle torce in cera “zaura” (vergine) e con la sistemazione dei sentieri montani. Tutte le fasi di lavorazione sono raccontate in modo preciso ed emozionante al Museo Terre di Confine di Sonnino.

Tutto ha inizio il sabato pomeriggio, con la benedizione delle torce, celebrata dal sacerdote durante i vespri, nel Santuario della Madonna delle Grazie. La processione, che parte da Piazza San Pietro, procede compatta fino alla contrada “La Cona” dove i viandanti si dividono in due gruppi.

I torciaroli della “via di sopra” percorrono i confini del territorio comunale con Monte San Biagio, Amaseno, fino a Roccasecca, dove aspettano che il sole tramonti completamente.

L'obiettivo è di "spuntare" con le torce accese di fronte a Sonnino, facendosi ben vedere da quanti si sono raccolti sulla piazza principale del paese dove, tra la commozione generale, le campane squillano festose per salutare i torciaroli sulla montagna antistante: da lì tutti possono osservare la lunga striscia di fuoco che avanza lungo il costone de “Le Serre” ed assistere all'impervia discesa verso Priverno.

I torciaroli che percorrono la “via di sotto” seguono, invece, i confini con Monte San Biagio, fino a Monte Romano; ad osservare la discesa verso il Frasso ci sono gli abitanti della pianura al confine con Terracina.

Da tempi più recenti, questi momenti sono accompagnati da grandi spettacoli pirotecnici.

Il ricongiungimento dei due tronconi avviene a S.Maria-La Sassa, sancendo in tal modo la chiusura del “cerchio” perimetrale che racchiude il territorio del Comune Ausono.

La processione si muove poi per rientrare a Sonnino in modo fragoroso, scandita da una più partecipata recitazione delle litanie lauretane – recitate comunque durante tutto il percorso – che enfatizzano la già esasperata concitazione dei torciaroli, esausti e inebriati dalla stessa stanchezza, dai canti e dall’odore acre della polvere da sparo.

Nel centro abitato chi dorme è svegliato dall’irruzione dei torciaroli attraverso la Porta di Tocco, una delle cinque che racchiudevano l’antico borgo, poiché gli spari dei fucilieri rimbombano tra gli angusti vicoli.

Curiosità: le Torce dei Caporali

Le torce dei caporali, che non vengono mai accese durante il tragitto, vengono tagliate in piccoli pezzi e distribuite alla popolazione al momento del ricongiungimento dei due tronconi di torciaroli. Questa sorta di “amuleti” sono conservati in casa durante l’anno ed accesi in segno di buon auspicio in caso di tempesta o per scongiurare calamità.

In tempi passati, allo “spuntar delle torce” erano legate tradizioni tra sacro e profano: le ragazze in quel momento si spuntavano le trecce per la credenza che sarebbero cresciute più forti e più belle, le donne si affrettavano a chiudere le cisterne temendo l'inquinamento dell'acqua durante il giorno dell'Ascensione, le fattucchiere insegnavano alle loro figlie le formule magiche per togliere il "malocchio".

Come nasce la Festa delle Torce

Ci sono varie tradizioni che si intersecano in questo rito identitario che da secoli è compiuto dai sonninesi, e sulla cui origine non c’è una datazione certa.

A partire dalle Rogationes, processioni diffuse in Europa nei secoli V-VI ad opera del Cristianesimo: che si girasse intorno ai campi o lungo i confini della parrocchia, con esse si usava invocare mediante suppliche (le stesse litanie minori recitate ancora oggi dai torciaroli) la benedizione sul lavoro e sui prodotti della terra.

Il carattere agrario e propiziatorio delle Rogazioni, a sua volta, ha spinto molti autori ad individuarne l’origine negli arcaici culti agrari degli antichi Romani, compiuti anch’essi nel mese di maggio.

Durante la prima metà del XII secolo le terre delle province di Marittima e Campagna, terre al confine meridionale dello Stato della Chiesa, vissero momenti contrassegnati da una assoluta incertezza politica.

Con il governo papale, spesso incapace di affermare la sua autorità, le comunità vivevano di dispute territoriali che sfociavano anche in conflitti a mano armata. Un’insicurezza che sarà stata, dunque, particolarmente avvertita dalla comunità sonninese.

Al carattere propiziatorio si unisce nel tempo, dunque, anche il bisogno della comunità di una ‘Recognitio Finium’, una ricognizione dei confini, per marcare il territorio con i paesi vicini. Da qui si spiega l’uso ossessivo delle armi e la particolarità del fatto che gran parte del rito avvenga in notturna: tutti debbono seguirne il percorso, soprattutto gli abitanti dei paesi vicini, devono sapere che i Sonninesi stanno disegnando nella notte la mappa della loro terra a grandezza naturale.

Nei secoli, la tradizione cristiana si arricchisce di elementi pagani, legando ai riti dell’Ascensione il carattere della espiazione: si aggiunse al peregrinare il significato della penitenza, per affermare il distacco dal male e dal peccato.

Oggi tutte queste tradizioni si sono fuse nello spirito di Sonnino di celebrare l’appartenenza al proprio territorio, in una festa che è molto sentita dagli abitanti. Una festa che vede, di anno in anno, accrescere la presenza di forestieri o appassionati che si uniscono ai sonninesi in questa lunga ma bellissima escursione montana che attraversa territori incontaminati e panorami mozzafiato. Un’esperienza da non perdere per gli appassionati di trekking!

Invece, per coloro che vogliono aspettare “lo spuntare delle torce” nel centro del paese, troveranno un calendario di eventi musicali, culturali e gastronomici organizzati contemporaneamente al rito.
 

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Da qui non si vedono le stelle: la curiosa storia dell'Osservatorio di Monte Porzio Catone

Dall'Osservatorio di Monte Porzio Catone non è possibile fare la cosa più semplice e naturale: osservare il cielo.

Eppure è la sede dell'Osservatorio di Roma dell'Istituto Nazionale di Astrofisica.

L'osservatorio non ha un telescopio. La grande cupola di metallo che sovrasta la struttura, costruita sul Monte Tuscolo, non può esser sede di attività osservativa poiché abbagliata dalle luci di Roma. Da qui non si osserva il cielo. La cupola, adesso sede della Biblioteca dell'Osservatorio, è utilizzata per la raccolta e l'elaborazione dei dati provenienti di tutto il mondo.

Eppure, proprio questa sarebbe dovuta essere la sede ospitante del telescopio più grande d'Europa e del Mondo.

Molti si chiederanno il perché di una simile insensatezza. Nessuno però è mai riuscito a dare una risposta esaustiva. Solo un passo indietro potrebbe aiutarci a capire meglio.

Durante la Seconda Guerra Mondiale, Hitler e Mussolini, vollero farsi dei “regali”. Dopo anni di corteggiamento, Mussolini decise di regalare al Fuhrer il Discobolo “Lancellotti” (simbolo di purezza della razza). Il duce, in cambio, avrebbe ricevuto un Rifrattore Zeiss da 65 cm.

In realtà era Hitler a desiderare a tal punto la scultura che doveva diventare il simbolo delle Olimpiadi di Berlino a corteggiare Mussolini per averla. E siccome per legge non si poteva vendere un’opera d’arte, fu stabilito di mandarla in Germania in cambio della costruzione di un grande osservatorio astronomico.

Come la storia ci insegna, i rapporti tra Italia e Germania degenerarono. La caduta di Mussolini prima, l'armistizio dell'8 settembre '43 poi, fecero perdere ogni notizia circa il telescopio. Da quel momento, l'Italia venne considerata “traditrice” e non degna quindi di aver accesso alla cultura, per cui i tedeschi smontarono la cupola e il telescopio e lo riportarono in Germania.

Solo alla fine della Guerra l'Italia recuperò il Discobolo, ma non ricevette indietro il rifrattore. Il “telescopio di Mussolini”, finì in mano russa, dopo che l'URSS prese tutti i telescopi tedeschi come risarcimento per la distruzione del materiale astronomico da parte dei nazisti durante le varie razzie in terra russa. Il rifrattore da 65 cm che un tempo era a Monteporzio, oggi si trova a Polkovo ed è ancora utilizzato dai fisici russi per gli studi su asteroidi e comete.

A molti anni di distanza, ancora oggi ci si chiede come mai si decise di costruire un punto di osservazione a Monte Porzio Catone in un luogo non adatto ed il perché della scelta di uno strumento, il rifrattore appunto, ormai ritenuto superato.

L'allora direttore dell'Osservatorio, il Dott. Bianchi, in un'intervista spiegò che si decise di assecondare i due leader nello scambio, per poi trasferire il telescopio in sedi più opportune (si pensò inizialmente alla base di Campo Imperatore).

Gli studiosi italiani, che detenevano il potere accademico ad inizio secolo, erano molto più abili nelle scienze matematiche che in quelle fisiche. E' forse questo è il motivo per il quale si decise di optare per un rifrattore (più adatto ai calcoli di astronomia posizionale), e non per un riflettore.

L'osservatorio di Roma, privato dello strumento che avrebbe dovuto cambiare le sorti dell'astrofisica italiana, prese la decisione di cambiare rotta e prendere la strada che lo avrebbe portato così ad essere una delle istituzioni di punta dell'astrofisica mondiale (sia a livello di studi teorici che di ricerche osservative).

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Festa dei pugnaloni di Acquapendente: quando la città si veste di fiori

Acquapendente è la città della festa dei pugnaloni, grandi mosaici di fiori e foglie, frutto della creatività e della manualità degli abitanti, soprattutto giovani, della cittadina della Tuscia.

I pugnaloni vengono realizzati in onore della festa della Madonna del Fiore, o Festa di Mezzomaggio, che si celebra ogni anno la terza domenica di maggio. L’origine di questa festa risale alla notte dei tempi, e mescola insieme storia e leggenda.

Nel 1166 Acquapendente, tiranneggiata dal luogotenente di Federico Barbarossa, si ribellò al potere imposto per riconquistare la libertà, distruggendo il castello simbolo del potere imperiale.

La tradizione ci racconta che la rivolta scaturì da un evento straordinario (un miracolo) che due contadini annunciarono al popolo acquesiano. I due, mentre lavoravano nei campi, avevano assistito alla fioritura miracolosa di un ciliegio ormai secco, preso a simbolo di oppressione dai cittadini di Acquapendente.

L’evento fu interpretato come il segnale della protezione della Madonna e la riconquista della libertà fece nascere la tradizione di questa festa in omaggio alla Vergine.

Il pugnalone è simbolo della libertà vittoriosa su ogni oppressione e frutto dell'evoluzione secolare del pungolo, un attrezzo di ferro simile ad una spatola, infilato su un lungo bastone che gli fa da manico. Il pungolo aveva il duplice scopo di ripulire l’aratro dalle incrostazioni di terra durante l’aratura e di punzecchiare i buoi per farli procedere speditamente al lavoro.

Anticamente erano proprio i pungoli ad esser portati in processione, ornati con rami di ginestra. La fantasia degli “acquesiani” li ha rielaborati e, col passare dei secoli, sono nati gli odierni pugnaloni.

I pugnaloni sono oggi pannelli, larghi 2,60 mt e alti 3,60 mt, ricoperti da meravigliosi mosaici di foglie e petali di fiori, ispirati al tema universale della pace e della libertà.

La sfilata dei pugnaloni anticipa la processione della Madonna del Fiore.
Acquapendente improvvisamente si colora di natura. L'azzurro dei fiordalisi, l'arancione delle calendule, il verde dell'edera contribuiscono a creare un contesto suggestivo. Finita la manifestazione i pugnaloni sono trasportati nella Cattedrale del Santo Sepolcro dove sono gelosamente custoditi ed esposti per tutto l'anno.

Fino agli anni '70 i pugnaloni erano realizzati da piccoli gruppi di cinque-sette elementi, prevalentemente di familiari, e prendevano il nome del bozzettista o di uno dei realizzatori. Oggi i gruppi sono molto più numerosi, venti o trenta partecipanti, e le opere prendono il nome del gruppo che le produce.

Dal 2010 sono state modificate le denominazioni di alcuni gruppi: al nome storico vi è affiancata una via o località celebre di Acquapendente. Si è scelto alla fine di adottare direttamente il nome della zona del paese eliminando definitivamente il nome originario del gruppo.

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La vita straordinaria del Brigante Gasbarrone, un brigante gentiluomo

Il brigante Gasbarrone (o Gasperone) è il più noto dei banditi che batterono le campagne del Lazio meridionale nella prima metà dell’Ottocento”, scriveva lo studioso Elio Lodolini nel 1951.

“Ha visto prostrati ai suoi piedi principi e signori, ricchi sfondati che sfruttavano i poveri Cristi. È colui che ha realizzato una rivincita contro le umiliazioni dei potenti. Ha umiliato i ricchi e ha difeso i poveri. Ha tolto poi ai ricchi e ha dato ai poveri”: è Antonio Gasbarrone di Sonnino, passato alla leggenda come ilRobin Hood” italiano.

Nato a Sonnino da un'umile famiglia il 12 dicembre 1793, a 15 anni perde entrambi i genitori, restando orfano con i fratelli a governare una mandria di vacche, in questo territorio montano a confine tra il Regno di Napoli e lo Stato della Chiesa.

Un episodio imprevisto, una storia d’amore finita in tragedia, trasformò Antonio in fuorilegge dando inizio alla sua celebre carriera.

Nel 1814 uccise il fratello della donna che voleva sposare dopo essere stato rifiutato dalla famiglia di lei poiché suo fratello Gennaro era già fuggito in montagna divenendo brigante. Quello di Antonio era un destino segnato a cui non restava che seguire le orme di chi lo aveva preceduto, come spesso succedeva da quelle parti ai margini di una terra di confine.

Al contrario del fratello però riuscì a mettersi a capo di una banda che controllando le alture dei Monti Lepini e Monti Ausoni si rese colpevole di efferati delitti ai danni dei potenti, tra il 1821 e il 1824, destando l’attenzione internazionale.

Fra le imprese memorabili di Gasbarrone si cita il rapimento di 34 ragazze che si trovavano nel convento di Monte Commodo: le giovani, i cui genitori potevano pagare il riscatto più alto, furono portate via a viva forza in pieno giorno.

Le tennero nascoste per dieci giorni sulle montagne ma, per una felice eccezione agli usi dei banditi, le fanciulle furono trattate con tutti i riguardi possibili in quella triste situazione: questo episodio ne alimentò la fama di “brigante gentiluomo”.

Nonostante questo, purtroppo per lui fu proprio una donna ad esser lo strumento di cui le autorità si servirono per distruggere la sua banda e impadronirsi della sua persona. La polizia romana allettò la donna con cui aveva una relazione con una ricompensa di seimila scudi ed il brigante, abbassata la guardia, cadde nella trappola.

Rimase in carcere per gran parte della sua vita, fino al 1870 quando con l’Unità d'Italia venne finalmente liberato.

La detenzione però non impedì al mito di Gasbarrone di crescere e diffondersi. Anzi. Proprio nei primi decenni di prigionia, suscitò inesauribile curiosità, tanto che numerose lettere gli furono indirizzate ai Bagni di Civitavecchia dove era recluso.

Ben presto la sua prigione divenne meta di talmente tanta gente che il locale console francese, il celebre Stendhal, il 29 gennaio 1840 scriveva stizzito ad un suo amico: “Su cento stranieri che giungono qui, cinquanta vogliono vedere il celebre brigante Gasperone, e quattro o cinque M. de Stendhal”.

Dunque, la fama di Gasbarrone varcò i confini dell'Italia, tanto da essere oggetto di altre celebri citazioni. Oltre a Stendhal, anche Alessandro Dumas lo cita nel Conte di Montecristo per dirne un’altra.

In generale, viene considerato da buona parte di quella letteratura del Nord Europa interessata a soddisfare le fantasie di un pubblico borghese attratto dagli echi avventurosi e romanzeschi che i “romantici” briganti italiani seppero suscitare.

E’ un mito duraturo quello sorto intorno a Gasbarrone, che lo ha fatto divenire uno dei più forti banditi della storia. Un mito di cui lui stesso si era reso conto e che contribuì ad alimentare dalla cella dove era recluso, scrivendo memorie da vendere come souvenir.

Oppure mettendo in scena, con i compagni di prigionia, assalti e rapimenti davanti agli occhi affascinati dei turisti che lo andavano a visitare. E questi non mancavano di versare un’offerta in segno di riconoscenza per il brivido di essere stati i protagonisti scampati a un autentico pericolo: dunque, anche un “brigante attore” interprete di sè stesso.

Rifiutato, tuttavia, dal suo paese d’origine, condusse gli ultimi anni della sua vita facendosi ritrarre mentre “faceva la calza” e raccontava le sue gesta fuori dalle osterie del quartiere romano di Trastevere, finché fu inviato a trascorrere i suoi ultimi giorni in una sorta di ospizio nel nord Italia. Morì ad Abbiategrasso nel 1882, all'età di 89 anni.

La sua storia e lo spirito del brigantaggio nella storia delle popolazioni del centro Italia si possono approfondire nel Museo delle Terre di Confine, dove la storia è raccontata con emozione attraverso installazioni d’arte contemporanea.

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I Barberini, originari di Barberino Val d'Elsa in Toscana, sono stati un'influente famiglia principesca e papale italiana che hanno avuto un importante ruolo nella trasformazione artistica di Roma e delle città vicine. Sono stati promotori della cultura, grandi mecenati e protettori delle arti, circondandosi di grandi artisti come Bernini, Borromini, Pietro da Cortona.

L'apice della loro potenza è stato raggiunto nel 1623 con l'ascesa al soglio pontificio di Maffeo Barberini, Papa Urbano VIII, che agevolò la carriera di molti membri della sua famiglia, nominando, tra gli altri suo nipote Taddeo Borromini come Principe di Palestrina. E' proprio in questo periodo che la famiglia Barberini inizia ad avere notevole rilevanza all'interno della comunità di Palestrina.

Nei primi anni del 1100 Palestrina era diventata un feudo della potente famiglia Colonna a cui rimase legata fino al XVII secolo quando la città passò ai Barberini. Il legame trai Barberini e Palestrina si interruppe solo con la seconda guerra mondiale.

Ma la storia più intrigane è quella di Palazzo Colonna Barberini dalle stranissime forme curvilinee perché edificato sulla parte alta del Tempio della Fortuna Primigena, che risale al II secolo a.C.. In realtà la costruzione era stata iniziata dalla famiglia Colonna intorno alla metà dell'XI secolo, riutilizzando proprio le strutture superiori del Santuario che terminava con un teatro e un portico sostenuto da eleganti colonne.

Nel 1298, il primo palazzo venne distrutto insieme alla città dopo l'assedio di Papa Bonifacio VIII in conflitto con i Colonna che si erano opposti alla sua elezione. Bonifacio VIII era il potente papa passato alla storia per lo schiaffo di Anagni.

Successivamente il palazzo è stato ricostruito insieme alla città, per poi essere di nuovo distrutto nel 1437 dal Cardinale Vitelleschi per ordine di Papa Eugenio IV. Ottenuto il permesso dal suo successore, papa Niccolò V, il Palazzo venne nuovamente ricostruito da Francesco Colonna al quale si deve il pozzo antistante la facciata e la chiusura del colonnato che sormontava l'antico teatro.

Nel 1630 il palazzo e la città di Palestrina furono ceduti dai Colonna a Carlo Barberini, fratello di Papa Urbano VIII. Taddeo Barberini, figlio di Carlo, modificò il palazzo nelle forme attuali e il cardinale Francesco volle collocarvi il noto Mosaico del Nilo nel 1640.

[caption id="attachment_57905" align="center-block" width="640"]Palestrina - Museo della Dea Fortuna - Mosaico del Nilo

Mosaico del Nilo[/caption]

Il palazzo è totalmente inserito nella antica struttura romana e, forse, proprio questo suo uso delle precedenti forme del tempio, ci ha permesso di capire l’architettura originaria. Nella sua facciata si riconoscono le colonne del porticato e la scalinata di accesso ha le forme del teatro romano.

Ovunque classicità romana, barocco e la modernità delle strutture del Museo Nazionale si fondono con grazia lasciando al visitatore il piacere della scoperta dei dettagli che ogni tanto emergono qui e li.

Dopo le distruzioni della Seconda Guerra Mondiale, che fece scoprire a tutti il tempio romano che era stato totalmente nascosto dalle case e di cui si era persa la forma e la magnificenza, il palazzo venne acquistato dallo Stato nel 1956 e oggi ospita il Museo Archeologico Nazionale Prenestino.

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Vitorchiano immersa nel peperino

Il nome di Vitorchiano è legato in modo viscerale con il peperino e il suo profilo si confonde con il paesaggio circostante e con questa roccia. La città è adagiata su un banco di peperino, fratturato in enormi massi, con pendii ripidi a strapiombo contornato da due fossi che confluiscono sul fiume Vezza.

Ancora oggi la sua economia si basa sulla estrazione della pietra che viene esportata in Canada, Giappone e Medio Oriente. Ma tutto è iniziato con gli Etruschi la cui architettura è indissolubilmente connessa all’uso del peperino nelle costruzioni o nelle incredibili necropoli scavate proprio nel peperino. I sarcofagi più belli sono tutti in peperino e il famoso teatro di Ferento è in questa pietra.

Il peperino è una roccia magmatica, ossia viene direttamente dal cuore dei vulcani, e quella del viterbese viene dal vulcano Cimino tra 200.000 e 20.000 anni fa. Il suo colore varia in funziona del tipo di vulcano: dal grigio della zona dei Castelli Romani a giallo del viterbese, presente anche una variante rosa molto pregevole.

In ogni caso, il nome latino ‘peperinus’ - ‘pepe’ sottolinea i puntini neri della roccia che appare come un insieme di piccole macchie di diverse gradazioni e colori.

La sua durezza, ma anche la morbidezza dei suoi colori, la ha resa adatta sia come roccia da costruzione che come roccia per sculture e per creare cornici, marcapiani o camini. Vitorchiano è un esempio perfetto di uso di questa pietra nell’architettura della città e dei suoi monumenti.

A Vitorchiano il peperino ha anche dato origine a contesti di arte e natura come quella del Parco del Pietreto in cui grandi alcuni massi espulsi dal vulcano sono all’interno del bosco e nel passato sono stati scolpiti per essere abitazioni, altari, ripari e forme artistiche di vario genere.

Per non parlare poi del fascinoso Parco dei Mostri di Bomarzo, famoso in tutto il mondo, realizzato nel ‘500 da Vicino Orsini: tutti le statue grottesche e le costruzioni misteriose sono in peperino. Ma anche tutta Viterbo con il superbo Palazzo dei Papi e la intrigante Villa Lante sono in peperino.

Gli antichi romani conoscevano molto bene questo materiale e lo chiamavano lapis albanus, poiché usavano soprattutto quello proveniente dalla zona di Albano Laziale e dei castelli romani. Sono da menzionare monumenti romani come le Carceri Mamertine, la Cloaca Maxima e le costruzioni più celebrative sul Campidoglio. Secondo una leggenda, l’imperatore Nerone inviò degli schiavi orientali a lavorare su una cava di Marino per averne più in abbondanza.

Ma ancora più sorprendente è il legame fra Vitorchiano e l’isola di Pasqua creato proprio grazie al peperino. Entrando nel belvedere del paese si resta colpiti da una vera statua Moai come quelle che si vedono nella famosa isola del Pacifico.

Grazie a un progetto di un canale televisivo, un gruppo di abitanti dell’isola di Pasqua ha costruito questo monolite identico in tutto e per tutto a quelli nella più esotica isola. Da notare che la scultura non può essere spostato per alcuna ragione secondo la tradizione, altrimenti una maledizione potrebbe abbattersi sulla città e i suoi abitanti.

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