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Vado a cena dalla mia vicina di origine calabrese tornata dall’India e mi mostra un piccolo lumino con una fiammella al centro. Sembra una candela ma mi spiega che lo stoppino è in realtà un fiore.


E mi va a prendere un vaso dove ha conservato tutti i fiori secchi del suo giardino con cui realizza queste fiammelle che non hanno né fumo né odori. 

‘Ogni fiore dura circa due giorni e la fiamma si alimenta dal piccolo strato sottostante di olio. Mi ha insegnato mia nonna’.

I piccoli fiori secchi hanno la forma quasi di gelsomini e, quando li tocco, resto sorpresa dal contatto con una superficie che sembra un velluto.

Iniziano allora le domande a partire dal nome del suo paese di origine e dalla storia della pianta. 
Siamo ad Arena, uno dei centri dove è stata scritta la storia della Calabria, e fino a pochi anni fa tutte le famiglie coltivavano una pianta molto particolare: “Ballota pseudodictamnus” detta anche ‘Lampa’ che rivela il suo uso nei secoli.

È una pianta perenne che appartiene alla famiglia delle Lamiaceae come il timo, l’origano, il basilico, la salvia, la santoreggia e via dicendo. Pseudo dictamnus perché assomiglia vagamente alla famiglia dei Dittamo, quella citata da Umberto Eco e da Harry Potter.

La mia amica si ricordava di questi lumini che faceva con la nonna e l’ultima volta che è andata in Calabria si è procurata una pianta per poter recuperare la tradizione qui da noi vicino Roma.

Come si prepara il lumino?

Si prende un bicchierino e lo si riempie di acqua per metà, poi si mette uno strato di olio di circa mezzo centimetro sul quale di fa galleggiare un elemento con un foro che serve per poggiare il fiore secco. 

Un tempo era un pezzettino di una canna, una di quelle che nascono in corrispondenza di terreni umidi e con i quali si organizzavano gli orti, ma oggi la mia amica ha un supporto più artistico.

La luce dura finché c’è olio nel bicchiere oppure finché il fiore non si consuma totalmente, in ogni caso dura almeno un paio di giorni.

L’importante è che il fiore possa arrivare allo strato dell’olio che alimenterà la fiammella. 

Vale la pena ricordare che prima dell’arrivo della luce a gas e dell’energia elettrica, che resero nota Parigi come la Ville Lumiere, gran parte dell’illuminazione proveniva dai lumini ad olio.

Per questo ovunque fosse possibile venivano piantati olivi e il trasporto dell’olio su nave era strategico per la qualità della vita nell’antica Roma.

Con la fantasia e con le storie possiamo attraversare i secoli, dalla Magna Grecia ai romani e poi ai Normanni, agli Spagnoli e poi ai Francesi prima che arrivassero i Piemontesi che ci hanno imbambolato con una storia diversa.

Arena e il suo possente castello sono stati sconfitti dal terremoto e molti dei loro figli hanno lasciato la Calabria per andare a cercare fortuna nel mondo. E il successo è sicuramente arrivato per loro che magari hanno il cuore diviso fra Arena e la nuova casa.

Ma quando accenderanno una ‘lampa’ potranno dolcemente ritrovare un pezzo della loro storia e respirare un’aria familiare.

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Il banchetto della Panarda
Il banchetto della Panarda lungo la Strada del Cesanese

Tra la sera del 16 e il giorno del 17 gennaio in molti locali lungo la Strada del Cesanese si riprende una antica tradizione del centro Italia, quella del banchetto della Panarda e della benedizione degli animali durante la festa di Sant’Antonio Abate.

Ma cosa è la Panarda?

La Panarda era un grandissimo banchetto che i ricchi del paese offrivano alla popolazione durante questa giornata dedicata a Sant’Antonio Abate e agli animali. Era una tradizione particolarmente sentita in Abruzzo e nella Ciociara.

A metà gennaio le dispense dei nobili erano piene di olio, vino e cereali e con l’arrivo dell’inverno era giunto il momento di condividere con tutto il paese con un banchetto che non aveva meno di 30 portate. Veniva preparato ogni ben di Dio e tutti erano costretti a mangiare tutto per non offendere l’ospite.

Dal 2016 ad Acuto e poi in tutti gli altri paesi della Strada del Vino Cesanese, alcuni ristoratori hanno recuperato questa tradizione trasformandola in una occasione di promozione delle eccellenze della cucina dell’alta Ciociaria. La strada attraversa i comuni di Serrone, Acuto, Affile, Anagni, Paliano e Piglio.

Si possono degustare oltre 20 portate che spaziano dai salumi del territorio fino alla pasta fatta in casa e si chiude con le famose ciambelle. Ovviamente tutto accompagnato dall’eccellente vino rosso Cesanese nella versione tradizionale in quella Cesanese del Piglio Riserva DOCG. 

Un vino che rappresenta la storia e i sapori di quest’area e che era apprezzato sin dal tempo dei Romani, anzi la parola ‘Cesanese’ viene proprio dal fatto che i romani avevano tagliato i boschi per far posto ai vigneti.

In molte altre parti d’Italia, durante la messa di Sant’Antonio si organizza una distribuzione di pane o di ciambelle durante la messa del mattino, come a Vico nel Lazio o a Ceprano. Mentre a Villa Santo Stefano la Panarda si festeggia in estate durante la festa del patrono San Rocco con una distribuzione di pane e ceci. E anche a Ciciliano si ha una versione estiva della Panarda che ricorda un miracolo di Sant’Antonio. 

Chi è Sant’Antonio Abate e cosa è la Festa degli animali?

La Benedizione degli Animali è una delle manifestazioni religiose più coinvolgenti e si svolge il 17 gennaio, il giorno della morte di Sant’Antonio Abate, una delle figure più interessanti della chiesa cattolica, ortodossa e luterana.

Improvvisamente le chiese si riempiono di animali domestici e sul sagrato si possono trovare animali di grande taglia come cavalli, maiali e mucche. Passeggiando in molti borghi ci si imbatte in gruppi a cavallo mentre la sera le piazze si animano con grandi falò e, magari, con distribuzione di polenta e di vino. Ogni comune ha una sua propria particolarità.

Ma dove ha inizio tutto questo? E perché Sant’Antonio Abate è spesso rappresentato con un maiale al suo fianco?

La tradizione nasce nel medioevo in Germania dove in ogni villaggio si allevava un maiale da dare ai monaci che gestivano gli ‘ospedali di Sant’Antonio’, ma la storia ha radici più profonde. Intanto per ragioni di igiene sanitario, i maiali dovevano essere alloggiati fuori della cinta muraria e solo i monaci erano autorizzati ad allevarne uno in città perché dal suo grasso producevano unguenti medicali.

Sant’Antonio era un eremita e curava i malati, soprattutto quelli con fastidiosi disturbi alla pelle che oggi si chiamano proprio ‘Fuoco di Sant’Antonio’. Il fuoco è quello dell’Inferno, dove si dice che Antonio andasse a riprendersi alcune anime lottando con i demoni.

Torniamo ai giorni nostri. Il rispetto del maiale e degli animali si è trasformato in una giornata dedicata a loro (anche se Sant’Antonio Abate è da una parte il protettore degli animali domestici e dall’altra il protettore dei macellai).

Nelle chiese di ogni paese si celebrano speciali messe dove prendono parte anche gli animali che avranno una loro benedizione. Alcune di queste celebrazioni si sono trasformate in vere e proprie feste e tra le migliori segnaliamo quella di Monterotondo, di Palestrina, di Cerveteri e di Bagnaia, vicino Viterbo

Ma ormai la Panarda è diventata un appuntamento internazionale e viene festeggiata da molti italiani all’estero come questo gruppo di Filadelfia con una cena di 40 portate. https://www.phillymag.com/foobooz/2019/11/25/le-virtu-la-panarda-2019/

 

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Colleferro Città Giardino, da Oddini a Morandi

Ai primi del Novecento si decide che la valle di Colleferro è perfetta per un primo stabilimento militare: vicina la ferrovia, una strada statale e un corso d’acqua.

Ma non c’era niente e occorre progettare tutto: improvvisamente con una fabbrica sarebbero arrivate centinaia o migliaia di persone che avevano bisogno di alloggi e servizi. Dove c’erano campi rigogliosi fino ad allora usati come il granaio di Roma doveva sorgere un insediamento umano.

Per un progettista si trattava di una occasione unica, forse paragonabile oggi alle città in costruzioni negli Emirati Arabi o in Asia.

L’opportunità di dare il meglio di sé.

E questa ‘fortuna’ di progettista è capitata a due professionisti: prima l’architetto Michele Oddini e poi l’ingegnere Riccardo Morandi. Entrambi hanno colto questa occasione cercando di realizzare un insediamento che fosse non solo un modello urbanistico e architettonico, ma che entrasse negli aspetti sociali della vita quotidiana delle persone.

Il committente unico e una fabbrica a gestione familiare dei Bombrini Parodi Delfino ha permesso poi di accogliere le innovazioni e di mantenere l’unitarietà stilistica dell’insediamento fino ai primi anni ’80. In questo periodo subentra la SNIA, una società azionaria, e sia la proprietà industriale che il patrimonio edilizio vengono smembrati e venduti a singoli lotti.

Ma andiamo per ordine.

La Colleferro di Oddini dal 1910 

La filosofia della BPD è sempre stata quella di trattare bene i lavoratori: un lavoratore contento produce di più. Dobbiamo sempre rapportare quello che affermiamo ai parametri di quegli anni, e compararlo con i suoi contemporanei, ma questa filosofia si può ritrovare nelle scelte architettoniche delle abitazioni.

Secondo Bianca Coggi, che ha raccolto negli anni tantissimo materiale documentario sulla storia di Colleferro e che ha poi pubblicato in un libro:

“Già il primo nucleo urbanistico viene pensato secondo il modello della Città Giardino, che a Roma era stato sperimentato in alcuni quartieri come Monte Sacro e Parioli. Colleferro nasceva in una valle con un fiume e una ferrovia dove potevano essere ubicate le fabbriche mentre le abitazioni stavano in collina a circa 1 km. Tutto in analogia con la filosofia di Tony Garnier”.

Sin dal primo nucleo di fondazione, quindi, l’architettura e l’urbanistica erano state pensate a servizio delle esigenze dell’industria e del benessere dei suoi lavoratori. Alcuni concetti precorrono il modello di Adriano Olivetti e oggi sembrano un miraggio per molti lavoratori.

Ma cerchiamo di fare esempi concreti. Un lavoratore assunto dalla fabbrica aveva subito a disposizione un letto in una camerata dotata di tutti i servizi in attesa di avere una sua casa. La dimensione e la forma della casa dipendevano dal suo ruolo in fabbrica: abitazioni intensive per gli operai, palazzine per gli impiegati e ville per i dirigenti.

Allora le case operaie avevano i bagni in comune sui ballatoi ed esistevano delle lavanderie pubbliche (la lavatrice non era ancora stata inventata) e bagni pubblici. 

Per il benessere delle donne, poi, erano subito stati realizzati asili e scuole elementari. Per la salute c’era un centro medico. Per il sollievo dell’anima un tempietto poi diventato chiesetta e dedicato a Santa Barbara, la patrona del fuoco. Per il sollievo di tutti erano stati pensati locali e centri dopolavoro per lo svago.

 

L’unitarietà del progetto e il fatto che la proprietà fosse unica, ha fatto nascere l’esigenza di un Regolamento del Villaggio che dovessero seguire tutti gli affittuari. Leggendo gli articoli di questo regolamento si capisce l’estrema attualità delle innovazioni sociali volte ad una armonia. 

Ad esempio, si dovevano rispettare canoni estetici e i terreni dovevano essere coltivati ad orto o giardino, i panni si dovevano stendere non in vista, l’immondizia veniva raccolta ‘porta a porta’ e non si poteva modificare l’aspetto esterno delle abitazioni.

Se si rapporta tutto questo alle condizioni dell’epoca in altre parti d’Italia o del mondo si può comprendere l’estrema modernità di questa filosofia, e anche il perché ancora oggi è studiata. Una modernità che sarà ancora più accentuata dalle scelte dell’Ingegner Morandi e che poi ha portato al Premio Città della Cultura del Lazio del 2018.

La Colleferro di Morandi dal 1935

Nel periodo fra le due guerre le fabbriche di Colleferro crescono in modo esponenziale con un aumento conseguente del numero dei lavoratori. Tutte queste persone andavano in qualche modo alloggiate ed è in questo momento che Delfino Parodi incarica un giovane ingegnere talentuoso di progettare un nuovo nucleo abitativo.

E’ ancora la fabbrica che realizza tutto sui suoi terreni e per questo si può fare un disegno unitario e si può seguire una unica filosofia. Ancora una volta l’idea alla base era che un lavoratore felice produce di più, e la fabbrica doveva aumentare la sua produttività.

Morandi, quindi, prosegue il solco avviato da Oddini ma aggiunge un nuovo canone che esalta il tutto: la bellezza nell’innovazione.

“Riccardo Morandi porta una innovazione stilistica oltre quella sociale, un nuovo linguaggio reso possibile anche dall’uso del cemento armato. Era convinto del ruolo della bellezza e cercava di inserire le costruzioni nel territorio rispettando la morfologia del terreno. I suoi fabbricati si adagiano sulle curve di livello e le sfruttano per creare spazi inusuali”.

Con Morandi la città diventa ancora più umana e le innovazioni tecnologiche creano benessere ai residenti. Ad esempio ogni abitazione aveva la luce, l’impianto elettrico, il riscaldamento ed il bagno interno. All’esterno poi, un piccolo giardino permetteva di tenere occupate le persone nel dopolavoro ma di poter coltivare il necessario per la famiglia, in un modo che oggi definiremo biologico.

La modernità urbanistica/sociale si ha poi nella realizzazione di doppi percorsi: uno accessibile alle macchine ed uno ad uso esclusivo dei pedoni. Un concetto talmente moderno che è stato dimenticato per anni e ripreso solo in anni recenti dalla bioarchitettura.

La città operaia era quindi senza negozi, con casette singole con giardino che seguivano le curve di livello delle colline: quello che si fa oggi con i nuovi quartieri edilizi.

E il benessere delle persone non era confinato alle mura di casa ma doveva trovarsi in altri servizi che offriva la città. Ecco allora i circoli dopo lavoro (ancora una volta divisi fra operai, impiegati e dirigenti), la palestra, il campo sportivo, i campi da tennis, i campi da bocce.

 

E poi il mercato e il cinema, le scuole professionali e gli alberghi e, soprattutto, il cuore della città.

Infatti nel frattempo era nata Colleferro e bisogna realizzare le strutture politiche e amministrative di una città: la piazza principale con la casa del fascio (poi comune), la caserma e una grande chiesa.

In questo momento Colleferro diventa una ‘Città di Fondazione’ e la struttura del suo nucleo principale è ancora visibile in Piazza Italia con uno spazio rettangolare circondato da edifici con portici regolari che da una parte contrappone idealmente l’amministrazione della città e quella della sicurezza (comune e caserma dei Carabinieri) e sugli altri due lati negozi e bar con portici per favorire la vita sociale dei residenti.

Tutto questo sottolineato da uno stile architettonico pulito e dall’ardore della tecnica del cemento armato come nella costruzione della grande chiesa di Santa Barbara: un edificio tecnologicamente avanzato realizzato con la tecnica del cemento armato martellinato.

La Colleferro del dopoguerra

Negli anni del dopoguerra continua la sperimentazione tecnologica e in parte quella sociale: Morandi costruisce edifici innovativi come l’auditorium o alcune fabbriche e Passarelli realizza l’ospedale urbano. Viene rinnovato tutto il patrimonio edilizio con la realizzazione dei bagni interni alle abitazioni e impianti tecnologici.

Ma nel frattempo, fuori della proprietà della BPD, una serie di operatori privati iniziano le loro costruzioni seguendo gusti e criteri personali e mancando la creazione di una armonica unità che poi porta all’identità sociale.

Ma l’identità di Colleferro si può chiaramente ritrovare passeggiando nei primi nuclei urbanistici che per la loro particolarità sono stati ‘musealizzati’ dalla Regione Lazio e saranno sempre più studiati in libri di architettura, di urbanistica ma anche di sociologia per la m

odernità della loro concezione.Per approfondimenti: Bianca Coggi, ‘Colleferro, città nuova del Novecento’, 2017 Milano, o sul sito www.cittamorandiana.it

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Un anello con un’aquila, un castello, una bella dama e una potente famiglia in declino: ci sono tutti gli ingredienti per una bella storia. L’anello è stato trovato nella tomba di una donna all’interno del castello di Piombinara di Colleferro.

Ma dove iniziamo per capire chi è questa dama misteriosa? 

Colleferro sembra comparsa dal nulla ai primi del Novecento, ma il suo territorio ha una lunga storia che comincia ancor prima di Roma.

Questa parte del territorio subito a sud di Roma era occupata da tanti insediamenti, delle città che poi si erano riunite nella Lega Latina e per un periodo sono state in grado di contestare l’avanzata di Roma. 

Nell’area di Colleferro si trovava l’antica città di Toleria, dal nome del Fiume Sacco che in quel periodo si chiamava Tolero, e i suoi abitanti si chiamavano Toleriensi (da cui il nome del museo archeologico di Colleferro).

Poi arrivano i Romani, cadono i romani ed entriamo ufficialmente nell' Alto Medioevo nel 476 con la caduta dell’Impero Romano d’Occidente. I fasti imperiali si spostano a Costantinopoli e nelle nostre terre inizia un periodo turbolento con scorribande di barbari.

La popolazione probabilmente cerca rifugio in un castrum di piccoli signori locali, che è praticamente il primo stadio di un castello che nel pieno medioevo vedrà nascere un grande muro che racchiudeva una torre, una piccola chiesa e alcune abitazioni. Di notte la popolazione si rifugiava all’interno delle mura e di giorno lavora i campi.

Famiglia Conti e papa Innocenzo III

Piombinara è uno di questi castelli ed i signori locali erano i Conti di Gavignano-Valmontone, una famiglia molto potente intorno al XIII secolo soprattutto dopo l’elezione di un loro membro come papa Innocenzo III. 

Innocenzo III non è stato un papa che è passato inosservato e durante il suo pontificato ha dovuto affrontare almeno due questioni che hanno cambiato il corso di tutta la nostra storia. In Inghilterra nasceva la Magna Charta e il papa arriva a scomunicare Giovanni Senza Terra mentre in risposta il papa organizza la IV crociata con Riccardo Cuor di Leone, in Italia una serie di monaci ed eremiti vogliono riportare la chiesa al suo vero significato.

Papa Innocenzo III è quello che ha incontrato San Francesco e che ha fatto in modo di comprendere la sua azione all’interno della chiesa cattolica.

Il castello di Piombinara

Grazie al papa, la famiglia Conti diventa sempre più potente e ad un certo punto possiede tanti castelli nell’area sud-est di Roma (controlla la Via Labicana e la Via Latina) tra i quali il castello di Piombinara.

Piombinara si trova in una posizione interessante vicino Roma, a cui è collegata dalla Via Casilina, e in una fertile valle dove scorre un fiume: un luogo ideale per l’agricoltura e per il commercio. È poi situato su un colle e questo gli permette una buona visuale su tutto quello che avviene nei dintorni.

All’interno della fortezza si trova una chiesa dedicata a San Nicola, oggetto di molte campagne di scavo archeologico, e di cui è stato riportato in luce il perimetro e 113 tombe.

In realtà la maggior parte delle tombe emerse si trovano fuori del perimetro della chiesa, ma 4 tombe sono state scoperte nella zona sotto l’altare. Una di queste apparteneva ad una donna sui 35-40 anni di età che aveva 2 anelli.

La dama dell’anello

Come in una spy-story, gli archeologi da pochi indizi hanno provato a ricostruire la storia di questa donna. Ci racconta Angelo Luttazzi, il direttore del museo archeologico di Colleferro:

‘ la dama doveva risalire al XIV secolo e questo lo abbiamo dedotto dalla forma della sua fede, infatti prima di quella data le fedi avevano la forma di due mani che si intrecciavano. Per essere seppellita vicino all’altare doveva appartenere alla famiglia dei feudatari di Piombinara, ossia alla famiglia Conti’. 

E la dama non può essere di un secolo successivo perché nel XV secolo il castello è stato distrutto e da allora centinaia di aratri e di trattori hanno contribuito a cancellare molte delle rovine e con loro la storia.

Ma più interessante è il secondo anello: un anello in bronzo con una aquila in rilievo rivestita d’oro. L’aquila ha le ali spiegate (in linguaggio artistico si dice 'patente’) e un carattere fiero dato dalla posizione della sua testa.


Non è un anello usato per sigilli, altrimenti la patina d’oro sarebbe venuta via, e quindi è un anello usato per adornare una dama. E l’indicazione dell’aquila ci riporta alla famiglia Conti il cui stemma era un’aquila a scacchi oro e nero su sfondo rosso.
Allora la dama forse apparteneva alla famiglia Conti? E in questo caso chi era?

‘lavorando sugli scavi e consultando l’archivio Innocenzo III di Segni, l’ipotesi migliore è che la dama fosse Caterina della famiglia abruzzese dei Di Sangro, la prima moglie di Ildebrandino Dei Conti di Segni, oppure la seconda, Francesca Capizucchi, di nobile famiglia romana. Questo era un condottiero dalla storia molto turbolenta: amante delle donne e dell’avventura. Aveva chiamato i suoi figli maschi Alto, Grato, Lucido, Sagace’. 

La lapide della tomba di Alto Dei Conti è visibile incastonata nelle mura del vecchio ospedale di Valmontone e proviene dall'abbazia di Santa Maria in silice di Valmontone.

Dunque la dama era poteva essere la signora nobile romana, o quella di origini abruzzesi, che aveva avuto la s-fortuna di sposare Ildebrandino, uno dei più importanti discendenti della famiglia Dei Conti, e di venire a vivere in nel castello di Piombinara.

Forse non riusciremo a sapere di più su questa donna, ma ci piace pensare che sia stata la prima Signora di Colleferro.
Per vedere l’anello della Dama Misteriosa potete andare al Museo Archeologico del Territorio Toleriense di Colleferro.

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Colleferro Città di Fondazione è diventata “Città monumentale” nel 2018 quando ha vinto il premio Città della Cultura del Lazio, ma cosa vuol dire questo riconoscimento? Perché lo ha avuto?

Colleferro è una delle poche città che ha una precisa data di nascita, il 13 giugno 1935, e una mente che la ha concepita sin dall’inizio. Nasce da una visione del senatore Leopoldo Parodi Delfino che incarica l’ing. Riccardo Morandi di realizzare il suo sogno.

La storia di una Rivoluzione Industriale dall’animo gentile in cui non si parla di sfruttamento della manodopera, di riduzione di schiavitù della classe operaia ma di una fabbrica che doveva portare sviluppo ad un intero territorio.

Colleferro nasce quindi come progetto unitario di una intera città, in pratica è il contrario dell’architettura spontanea (abusivismo) degli anni ’80. Per questo si chiama ‘Città di Fondazione’ e si unisce ad altre nate sempre intorno a quegli anni, ma è l’unica che ha un carattere industriale e non agricolo.

“Colleferro è un ‘paese diverso’ che si inserisce in un territorio di paesi antichissimi che vivevano grazie ad una economia agricola. Colleferro è sempre stato identificata come paese industriale, nel bene e nel male. L’industria è stata anche sviluppo, approfondimento, formazione delle maestranze, incontro di 21 comunità regionale che si sono formate e hanno dato origine a una comunità totalmente nuova”. 

Queste le parole di Pierluigi Sanna, sindaco di Colleferro che oltre a promuovere il risveglio culturale della città ha anche promosso un modo nuovo di guardare alla storia di questo paese. Ad esempio anziché creare una propria sagra o festa agroalimentare, ha creato una manifestazione che è un omaggio alle persone di tutte le regioni d’Italia che hanno contribuito a costruire Colleferro (Regionando sulle radici).

Ma torniamo a Colleferro Città di Fondazione, ossia alla sua nascita.

La progettazione urbanistica, architettonica e strutturale viene affidata al giovane e talentuoso ingegnere Riccardo Morandi anziché ad un architetto, forse perché lo stesso Leopoldo era un ingegnere e si trovava a suo agio con i suoi colleghi. Il risultato parla per loro.

Morandi aveva circa 30 anni quando si è cimentato con la progettazione di una intera città che doveva nascere in simbiosi con la fabbrica e accompagnare la crescita di una intera comunità.

Il risultato di questa scelta è unico: un insediamento urbano che non ha uguali se non andando indietro nei secoli oppure cambiando nazioni. Una città dove tecnica e forma si sposano in modo unico. Gli edifici sono estremamente efficienti ma hanno sempre un loro valore nella forma, la scelta delle costruzioni pubbliche è funzionale alla fabbrica ma ha una sua sensibilità sociale avanzata per il suo tempo.

Colleferro nasce come un centro industriale, per cui l’identità è quella di essere produttivi, propositivi, innovativi. Ma Colleferro è anche un esperimento sociale: la città aveva tutti i servizi che servivano a corredo della industria. C’erano le case per i dipendenti (divise a seconda della classe di appartenenza: operai, impiegati o dirigenti), c’erano le scuole, la chiesa, l’ospedale, la caserma, il municipio ma anche i negozi, gli asili e il mercato.

Il disegno della città è iniziato negli anni ’30 ma ha superato indenne il periodo della guerra ed è continuato fino agli anni ’60 con il disegno di edifici industriali e sale congressi. Anzi, nel dopoguerra proprio a Colleferro si sono sperimentate strutture ardite in cemento armato precompresso, ossia in strutture in cui il ferro veniva sottoposto a tiratura e le travi a compressione prima di essere portate in cantiere. 

Questo sistema sperimentato proprio da Riccardo Morandi è tuttora utilizzato in tutto il mondo, e serve ad aumentare la ‘potenza’ delle travi che possono avere luci più lunghe, ossia avere meno pilastri e più spazi liberi. 

Per queste sua storia unica, il disegno unitario di Colleferro è sopravvissuto agli anni senza troppe modifiche e la maggior parte degli edifici non ha cambiato fisionomia. A parte il mercato di Colleferro che è stato oggetto di un intervento di ammodernamento negli anni ’80 che ne ha modificato le linee architettoniche. Ma il commercio e le abitudini dei consumatori cambiano costantemente nel tempo al punto che oggi si sta tornando alle posizioni di Riccardo Morandi ma con l’aggiunta di dotazioni digitali.

La crisi della grande industria negli anni ’90 manda in crisi l’identità di Colleferro che diventa città dei rifiuti e si dimentica di essere anche Città dello Spazio inserita nel sistema delle Città Europee dello Spazio. La crisi aveva fatto perdere l’orgoglio e con questo la capacità di sognare. 

Colleferro Città di Fondazione e Capitale della Cultura del Lazio del 2018 ha avuto il grande merito di aver posto un riflettore sulle storie positive di questo paese. Non una nostalgia del passato ma la scoperta delle radici su cui costruire il futuro.

Sull’industria dell’alta tecnologia che ci porta nello spazio, protagonista delle prossime sfide dell’uomo alla scoperta dei segreti dell’universo.

Il merito della riscoperta dell’opera morandiana come elemento dell' identità di un intero paese e motivo di orgoglio per chi vi abita, è sicuramente dell’architetto Luca Calselli, che con la direzione artistica di Dario Biello coordina il gruppo di lavoro Ri-Gymnasium. A questo gruppo il riconoscimento di aver rivalutato questo patrimonio culturale che era stato poco valorizzato insieme a tutto il Novecento Italiano.

Per avere maggiori informazioni sulla storia architettonica ed urbanistica di Colleferro si può visitare il sito www.cittamorandiana.it dove si sta inserendo tutto il grande archivio morandiano che riguarda la città.

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Un mare di storia e di vino nella manifestazione più attesa dell’estate in Tuscia! 

Abbiamo partecipato a DiVino Etrusco un evento enogastronomico, organizzato nello splendido centro storico di Tarquinia. Calici al collo, abbiamo assaporato le migliori etichette delle 37 cantine dell’antica Etruria e incontrato i loro produttori. 

Ogni bottiglia una storia, ogni sorso un’emozione. Una vera e propria esperienza sensoriale che racchiude due parole chiave: Identità e territorio. In fondo una delle prime immagini di un tralcio di vite è stata trovata proprio in una tomba Etrusca!

Tarquinia è un borgo ricco di storia e bellezza. Parte delle 12 dodecapoli (città) Etrusche, è uno dei borghi del Lazio ad avere un sito patrimonio mondiale UNESCO, la “Necropoli dei Monterozzi”, apprezzata universalmente da studiosi e turisti per la sua bellezza preservata nel tempo

Una Necropoli che suscita meraviglia, da cui nel tempo sono state riportate alla luce inestimabili testimonianze e reperti, la maggior parte custoditi ed esposti nel “Museo di Tarquinia”, all’interno del borgo. 

Dello splendore del patrimonio materiale di Tarquinia ne siamo tutti a conoscenza, (“Le migliori 5 cose da fare a Tarquinia”) ma mai ci saremmo potuti immaginare la bellezza di uno degli eventi più attesi della Provincia.

Bianco, Rosso e Verdicchio.

DiVino Etrusco è una manifestazione enogastronomica diventata un vero punto di riferimento per la scoperta del territorio del Viterbese, ogni anno ad agosto ospita aziende vitivinicole provenienti dal territorio dell’antica Etruria, la terra del misterioso popolo degli Etruschi. 

Ogni cantina ha un suo stand, attrezzato per le degustazioni dei migliori vini, spumanti e rosati locali. Ogni azienda rappresenta una delle dodici città stato Etrusche di appartenenza (dodecapoli). 

Un richiamo al passato, il nome della dodecapoli indicato sia in Italiano che nel nome originale etrusco, dona un tocco d’identità importante a prodotti che portano avanti l’eccellenza di un territorio che non vuole dimenticare le sue origini. Tante le aziende vitivinicole presenti, dalle autoctone di Tarquinia come “La Valle del Marta” alle cantine di Orvieto.

 

Gustare questi vini e conoscere la loro storia è un vero piacere, anche grazie all’aiuto dei sommelier della FISAR (Federazione Italiana Sommelier Albergatori e Ristoratori) che con destrezza fanno sentire tutti spavaldi degustatori di emozioni (intenditori di vini o meno). 

Un’occasione per conoscere anche i prodotti locali più amati, come il miele e le nocciole della Tuscia, coltivati e prodotti con passione dalle tante aziende a conduzione familiare presenti nel territorio. 

Prodotti come “l’Apellina”, una crema spalmabile 70% miele biologico e 30% nocciole del Viterbese, che nel gusto assomiglia alle classiche creme di nocciola in commercio, ma con il 100% dei benefici che vengono dalle materie prime utilizzate. Due delizie della Tuscia al prezzo di una!

Di vino e di cibo

Bicchiere al collo ci si avventura per le vie del borgo, immersi nei profumi del “Cibo da strada” preparato sotto ai nostri occhi, anche quello un richiamo forte del territorio in cui ci troviamo, fiero delle proprie tradizioni e identità. Niente patatine o panini del porchettaro, qui a DiVino Etrusco si va di frittura di moscardini e cinghiale. 

Per dessert? Si torna alla merenda dei nonni, con un piatto di ricotta fresca ricoperta da dolce marmellata fatta in casa. 

Qualcosa di vecchio e qualcosa di nuovo...

DiVino Etrusco è stata l’occasione per mettere in mostra i prodotti di Eatrusco, una piattaforma che riunisce i migliori produttori del territorio e i loro prodotti in un’unica rete di distribuzione e promozione.

Un marchio che promuove i prodotti che provengono dal territorio Etrusco e ne certifica la qualità. Mangiare come gli Etruschi? Perchè no! 

Un centro storico che prende vita, ad ogni angolo qualcosa da fare, che sia degustare un buon vino o ballare in piazza ai ritmi lenti di un tango. Tante sono le manifestazioni nel Lazio che utilizzano il format di DiVino Etrusco, poche però sono quelle che rimangono impresse per bellezza ed efficienza. 

Un paese che ha capito l’importanza della promozione delle proprie eccellenze locali, e che con rispetto e classe guida, i propri cittadini per primi, ma anche turisti e curiosi, alla loro scoperta.

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Civita Bagnoreggio
Civita Bagnoreggio

Un pomeriggio d’estate alla scoperta di Civita Bagnoregio, e una visita al romantico Giardino del Poeta, e una scoperta inaspettata che trasforma il tutto in un vero e proprio viaggio attraverso la tradizione culinaria di uno dei borghi più belli d’italia. Un paese che non si piega di fronte al turismo di massa, proponendo menù turistici e piatti a base dei prodotti locali. 

Pizza Margherita? Non qui! 

Civita di Bagnoregio è un posto magico, visitarla è d’obbligo almeno una volta nella vita. Una vera e propria isola nel pieno delle campagne viterbesi, tanto scenografica quanto ricca di storia. La vediamo ovunque, fotografata, ripresa; con la nebbia e al tramonto, è uno di quei posti che non ha età, e in tutti questi anni si è trasformata da piccolo borgo sull’orlo dell’abbandono, a meta preferita da turisti e curiosi di tutto il mondo.

Il Giardino del poeta e una credenza di legumi antichi...

Percorrendo la strada principale fino all’altro lato del borgo antico si arriva al “Giardino del poeta”. Un’area verde sospesa nel vuoto, dove si può entrare per quanto tempo si voglia ad una condizione: all’uscita lasciare un’offerta libera, oppure comprare un prodotto in vendita al piccolo negozio scavato in una facciata del giardino.

Secondo voi cosa abbiamo scelto? 

La storia del giardino è avvolta nel mistero. Non si sa esattamente chi ne fosse il proprietario, la presenza di un pozzo fa pensare fosse il cortile dell’antica Chiesetta di Santa Maria delle Carceri, scomparsa a causa dei continui crolli. Quello che è certo è che dopo il suo abbandono, un abitante di civita comincia a coltivarlo e lo fa suo. Lo utilizza come riparo per il bestiame, cantina e ovviamente orto.

Da lì in poi il giardino ne vede di storia, ed arriva sano e salvo ai giorni nostri.

Appena entrati si è accolti da un tripudio di piante. Aromatiche, esotiche, chi più ne ha più ne metta, tutte curate alla perfezione. Il giardino ha un aspetto e un decoro a dir poco esoterico, da gingilli e attrezzi d’epoca, si va alle sculture più strane. Manichini rampicanti, girandole dai mille colori e un Turista di nome Pino, commemorato con una targa che giace nel mezzo del giardino (la sua storia non ve la raccontiamo, vi invitiamo a scoprirla con i vostri occhi).

Tutte sculture e installazioni create dall’attuale proprietario, che mentre giriamo è già all’opera con la sua prossima creazione.

Si esce dal gift shop...

Se c’è qualcosa che rende felice il turista è il “gift shop”.
Per il viaggiatore è il punto vendita di prodotti locali.

Una volta finito il giro del giardino, si passa davanti al negozio, una piccola stanza scavata in una parete rocciosa, dove vi sono in mostra scaffali e scaffali di prodotti locali. Dal miele alla pasta di grano Senatore Cappelli trafilata in bronzo.

Ma sono i legumi i veri protagonisti, ceci neri, fagioli del purgatorio e lenticchie “Roveja”.
Antiche varietà dimenticate, che stanno tornando negli ultimi anni sulle tavole dei viterbesi, e non solo. Nel punto vendita si può anche acquistare un ricettario, che contiene tutte le preparazioni della tradizione in cui si possono usare questi legumi particolari, e tante altre ricette provenienti da tutta la Provincia di Viterbo.

Tutto viene prodotto da Campomoro, un’azienda a conduzione familiare dell’Alta Tuscia, si trova tra i borghi di Acquapendente e San Lorenzo Nuovo.

Campomoro utilizza il giardino come uno dei suoi punti vendita, e allo stesso tempo distribuisce i suoi prodotti a tutti i ristoratori di Civita Bagnoregio che li hanno inseriti permanentemente nei loro menù.

Una testimonianza di come questo paese, malgrado la considerevole affluenza turistica, abbia capito l’importanza nell’offerta di prodotti tipici e caratteristici. Tutto questo deve partire dagli operatori stessi. Se non siamo noi a capire per primi l’importanza di un marketing territoriale costruito sull’offerta di un’esperienza genuina e unica, non saremmo mai capaci di trasmetterlo a chi viene nel nostro paese. Il linguaggio del cibo è universale.

La pizza la fanno tutti, un piatto di bolognese pure. Ma l’emozione data dal degustare un prodotto unico nel suo genere preparato con i profumi e le ricette del territorio è un’esperienza da non sottovalutare.

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Un borgo dalle origini antichissime dove storia, mare e tradizione si fondono in unico nome. 
Tarquinia è un paese in provincia di Viterbo, uno dei più antichi e importanti insediamenti Etruschi nel Lazio immerso nel pieno della Maremma Laziale. Vanta di essere uno dei borghi della Regione ad avere un suo sito patrimonio mondiale UNESCO, la Necropoli dei Monterozzi.
Terra di Etruschi e di Maremma, oggi Tarquinia è un borgo che offre emozioni e divertimento a 360°, dalle vie del paese antico alle limpide acque delle spiagge frequentate ogni anno da turisti e viaggiatori seriali.
Cosa vi consigliamo noi? Ecco le 5 migliori cose da fare e vedere a Tarquinia!



  1. Luoghi UNESCO: La “Necropoli dei Monterozzi”.


Tarquinia è rinomata per le tante testimonianze Etrusche, che abitarono quest’area a partire dal 9 secolo A.C, presenti nel territorio. La Necropoli dei Monterozzi dopo quella della Banditaccia di Cerveteri, è una necropoli Laziale ad essere inserite nel 2004 come patrimonio mondiale dell’UNESCO. Il sito delle Necropoli contiene più di 6000 tombe, di cui 60 completamente dipinte al loro interno, appartenenti a nobili e cittadini. 
I dipinti rappresentano pezzi di vita quotidiana di una popolazione misteriosa quanto affascinante, con dettagli e colori vibranti che ancora oggi affascinano il visitatore. 
Le prime tombe dipinte sono datate al VII secolo, tra le più importanti troviamo: la Tomba delle Leonesse, la Tomba del Cacciatore e la Tomba della Caccia e della Pesca.


  1. DiVino Etrusco


Terra di Etruschi e terra di vino! 
Tra le tante bellezze architettoniche e storiche di Tarquinia non possiamo scordarci l’immenso patrimonio enogastronomico, che ogni anno viene celebrato in uno degli eventi più attesi della provincia. 
DiVino Etrusco è una rassegna enogastronomica studiata per mettere in risalto le eccellenze del territorio e celebrare il legame tra questo paese e la sua anima Etrusca, con eventi culturali a tema e un programma di degustazioni a non finire. Bicchiere al collo e stuzzichini in mano, si è pronti per giornate di degustazioni e divertimento. Partecipare a questa manifestazione è un’ottima occasione per assaporare le migliori etichette del territorio, dai rossi alle bollicine.


  1. Museo di Tarquinia


Il museo di Tarquinia si trova all’interno di Palazzo Vitelleschi, e la suo interno si trova una delle collezioni di reperti archeologici dell’epoca Etrusca più belli al mondo. 
Il museo si sviluppa sui tre piani del palazzo, ognuno ricco di splendide testimonianze. Il piano terra conserva i sarcofagi appartenenti a sepolcri gentilizi di età ellenistica, provenienti dalla vicina Necropoli. Segue il primo piano, dove si viene accolti dalla ricca collezione dei vari oggetti di piccole dimensioni rinvenuti nelle necropoli cittadine. Specchi, pettini, gioielli e oggetti votivi, uno sguardo sulla quotidianità di una delle popolazioni più misteriose e affascinanti della nostra storia. Per finire, l’ultimo piano conserva alcune delle pitture ritrovate all’interno delle tombe dipinte della Necropoli dei Monterozzi, disposte all’interno della sala in modo da ricostruire l’aspetto di una camera funeraria. 

E il pezzo forte? Tra tutta questa meraviglia il museo di Tarquinia conserva uno dei pezzi più riconosciuti al mondo: la coppia di cavalli alati. Un altorilievo recuperato dal frontone del grande tempio dell’Ara della Regina, che si trova in località Pian di Civita del Comune di Tarquinia. Questi “pegaso moderni”, insieme agli altri oggetti sono un must see per tutti gli amanti dell’arte e della storia. Una visita al museo è un vero e proprio tuffo nell’antichità...e approposito di tuffi
[caption id="attachment_80551" align="center-block" width="750"] Riserva Salina di Tarquinia[/caption]

  1. Marina di Tarquinia


Usciti dall’incantevole centro storico si apre ai nostri occhi la costiera del Viterbese, teatro di storia e bellezza, oggi una meta ambita per molti...  
Le spiagge di Tarquinia sono delle vere e proprie perle incastonate in un litorale di verdi pinete, spiagge bianche e acque cristalline. Il lido di Tarquinia offre un mare di attività (in tutti i sensi). Per gli amanti della natura, nelle vicinanze della Spiaggia dei “Bagni di Sant'Agostino” si trova la Riserva Naturale di Popolamento Animale Salina di Tarquinia. Un’area naturale ricca di stagni salmastri, che con la loro presenza hanno trasformato l’area circostante in un ricco habitat di specie animali e vegetali, che in alcuni periodo dell’anno ospita fenicotteri, aironi e molti altri uccelli. Se gli alberghi convenzionali non fanno per voi, il litorale di Tarquinia è famoso per i tanti Camping Village che si trovano lungo le spiagge e nelle profumate pinete del comune, frequentati ogni anno da giovani e amanti dell’escursionismo. 
Le spiagge di Tarquinia grazie alla loro vicinanza con il centro storico, sono un luogo ideale per passare un fine settimana di villeggiatura in completo relax.


  1. Terra di Maremma e di Butteri 


Di febbre da cavallo Tarquinia ne sa qualcosa....
Il borgo si trova nella maremma laziale, un’area geografica tra il Lazio e la Toscana che vanta di una tradizione equestre tutta Italiana, quella del buttero, fatta di transumanze, lavoro e folklore. Tante sono le manifestazione organizzate durante l’anno per ricordare questa tradizione e incontrare i cavalieri che ancora oggi la praticano con passione, come la Festa della Merca (LINK)  una delle più importanti, organizzata nel mese di Aprile. Oggi è possibile visitare i maneggi e le scuole equestri di butteri, che saranno ben felici di portarvi a passeggio per le lussuose campagne della Maremma Laziale, in sella ai loro splendidi esemplari di razze da lavoro, seduti sulle classiche selle prodotte nel borgo Romano di Tolfa.
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