Bola, la Via Labicana, Labicum e Labico

Che tutta l’area intorno a Roma sia stata costruita su resti romani è indubbio così come molti piccoli borghi o centri urbani si sono formati attorno alle stazioni di posta per la sosta e il cambio dei cavalli lungo le principali vie di comunicazione.

Il problema è semmai capire quali siano i resti romani e riuscire ad ubicare alcune delle mitiche città satellite di Roma narrate dai grandi autori.

Una di queste città è la famosa Labicum che dava anche il nome ad una via, la Via Labicana ancora esistente a Roma.

Ora si potrebbe pensare che Labicum sia la attuale Labico, eppure non è proprio così.

L’attuale Labico sorge nell’area dei resti di Bola, chiamata anche Bolae, una colonia della mitica Alba Longa che viene anche citata da Virgilio nell’Eneide. Quindi una città nata nell’età del bronzo che precede addirittura la costruzione di Roma.

I Romani avevano l’abitudine di conquistare queste città e distruggere le città della Lega Latina che si opponevano alla sua espansione. Poi dividevano il territorio e lo davano ai coloni e ai veterani che avevano anche il compito di’ romanizzarlo’ e di far perdere le tracce dell’antica storia.

Gli studiosi ritrovano Bola in diverse storie che caratterizzano l’espansione di Roma a danno delle popolazioni vicine degli Equi e dei Volsci. Bola venne poi conquistata definitivamente da Furio Camillo nel 389 A.C. e la città quindi scomparve assieme alla sua ubicazione, che però dovrebbe ricadere in prossimità dell’attuale Labico.

Mentre il nome Labicum si riferisce ad una città più importante ma di cui si sono perse totalmente le tracce, forse si trova nel territorio di Monte Compatri. Secondo una leggenda antica, Labicum era stata fondata da Glauco, il figlio del re di Creta Minosse, e Virgilio la cita tra i popoli che contrastarono Enea.

Per arrivare in questa città si percorreva la Via Labicana che praticamente partiva da Porta Maggiore e seguiva un percorso che seguiva inizialmente la via Prenestina, poi la via Casilina. Probabilmente passava per il Tuscolo lungo il versante esterno dei Colli Albani, poi passava per Labicum e si ricongiungeva con la Via Latina. Si può dire che era un percorso alternativo a quello della via Latina che nel tratto iniziale passava nelle aree montane dei Colli Albani e qualche volta erano inaccessibili in inverno.

Una curiosità che rende speciale questa via: nel 193 d.C., lungo la via Labicana è stato sepolto l’Imperatore Didio Giuliano dopo essere stato giustiziato.

Labicum fu poi rasa al suolo dai romani nella loro espansione nel 418 a.C. da Quinto Severio Prisco e rifondata poco lontano attorno ad una stazione di posta lungo la Via Labicana. Ma il suo declino è stato inarrestabile come quello di Roma e piano piano è scomparsa dalle carte geografiche e dalla memoria.

Probabilmente il nome dell’attuale paese di Labico deriva da un fraintendimento. Infatti questo paese originariamente si chiamava Lugnano e cambiò il suo nome nel 1872 dopo che nel XVIII secolo Francesco de’ Ficoroni sentenziò che Lugnano era stato costruito sull’antico nucleo di Labicum e che questo dovesse essere omaggiato e ricordato cambiando il nome del borgo.

Tale era la gioia di avere una tale discendenza eroica che la modifica del nome del paese avvenne in tempi brevi. A tutto questo fermento non è però seguita attività di studio e oggi l’identità di Labico è da ricercarsi più nella sua ospitalità e nella sua cucina stellata che nella storia preromana.

Una Labico da gustare.

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La Festa della Candelora

Il nome ‘Candelora’ nasce dalla tradizione popolare di benedire e di distribuire ai fedeli le candele di Gesù che si dice difendano contro calamità e tempeste. Le candele accese simboleggiano infatti Gesù Cristo, la luce del mondo o luce per illuminare le genti, così come venne chiamato dal vecchio profeta Simeone al momento della presentazione al tempio di Gesù.

Questa usanza scaturisce proprio dalle parole che Simeone secondo il Vangelo pronunciò, come prescritto dalla Legge giudaica per i primogeniti maschi. Il simbolo della Candela benedetta è dunque per i credenti il simbolo stesso della vicinanza a Gesù.

La Candelora, il cui termine deriva dal latino Candelorum, è quindi una ricorrenza cristiana che viene celebrata il 2 febbraio e che ricorda la presentazione di Gesù al Tempio. Infatti ogni primogenito maschio del popolo ebraico era considerato offerto al Signore, ed era necessario che dopo la sua nascita i genitori lo riscattassero con l’offerta di un sacrificio.

Il 2 febbraio cade proprio 40 giorni dopo il 25 dicembre, giorno della nascita di Gesù, ed in quella data Maria e Giuseppe portarono Gesù al tempio di Gerusalemme per compiere quanto stabilito dalla legge ebraica.

La festa è anche detta della purificazione di Maria perché secondo l’usanza ebraica dopo 40 giorni dalla nascita di un maschio la madre considerata impura doveva recarsi al tempio di Gerusalemme per purificarsi, come narrato nel Vangelo di Luca. Questa impurità durava 40 giorni per un figlio maschio e 66 giorni per una femmina.

Già dall’VIII secolo DC la festa era molto sentita e a Roma, nel Medioevo, si compiva una lunghissima processione che partiva da Sant’Adriano, attraversava i fori di Nerva e Traiano, il Colle Esquilino, per raggiungere la basilica di S. Maria Maggiore. In tempi più recenti la processione si accorciò svolgendosi intorno alla basilica di S. Pietro.

Durante quell’occasione, sull’altare della Basilica venivano poste delle candele con un fiocco di seta rosso e argento e con lo stemma papale. Una volta benedetti i ceri, il papa consegnava la sua candela al cameriere segreto, insieme al paramano di seta bianca che gli era servito per proteggersi le mani dalla cera calda, e passava alla benedizione dei ceri.

Sappiamo che molte festività religiose cristiane sono state ispirate da precedenti feste pagane e anche la Candelora si sovrappone a una festa romana. Infatti, i romani celebravano la Festa del februatio, il momento in cui si celebrava la purificazione delle città dagli influssi dei demoni e che dà il nome al mese di febbraio.

Festeggiavano la Candelora 40 giorni dopo l’Epifania, ovvero il 14 febbraio. Lo testimonia la scrittrice romana del IV-V secolo Egeria nel suo Itinerarium Egeriae. Il nome Candelora si rifà alla somiglianza con il rito del Lucernare, citato sempre da Egeria: “Si accendono tutte le lampade e i ceri, facendo così una luce grandissima” (Itinerarium 24, 4).

Un rito, questo, che assomigliava ai Lupercali, antichissima festività romana che si celebrava proprio in questo periodo con fiaccolate: i sacerdoti di Luperco, detti Luperci, gestivano due giorni di cerimonie dedicate alla purificazione dei corpi per favorire la fecondità.

Alla base di queste celebrazioni c’era dunque sempre l’idea della ‘purificazione’ e della luce dei ceri quale suo simbolo. Secondo alcuni quindi la ‘Candelora’ di oggi sarebbe stata introdotta proprio per sostituire una festività preesistente.

La Candelora e le previsioni metereologiche

La Candelora è anche legata al meteo, infatti è vista come porta dell'Inverno: o siamo ancora dentro o siamo fuori. Dal punto di vista meteorologico indica l’inizio di quel breve periodo dell’anno che precede la primavera con temperature miti e scarse precipitazioni.

Tanti sono i proverbi che la tradizione popolare lega all’inverno. Ne esiste uno celebre:

“Quando vien la Candelora, de l’inverno semo fora, ma se piove o tira il vento de l’inverno semo dentro”.

Questo proverbio indica che se il giorno della Candelora si avrà bel tempo, la bella stagione è ormai vicina. Viceversa se lo stesso giorno sarà brutto tempo, allora si dovranno aspettare ancora diverse settimane perché l’inverno finisca e giunga la primavera.

Numerose sono le varianti dialettali del proverbio, tutte per descrivere un momento cruciale dell’inverno, quando sono possibili sia forti ondate di gelo e neve, sia anticipi della bella stagione. D’altronde, come recita un altro detto popolare del Basso Lazio:

Febbràr, gliù sol rà ogn vàr” (febbraio, il sole entra da ogni spiraglio).

Questo giorno per i pagani era ricco di magia e veniva spesso utilizzato anche per capire se qualcuno era stato colpito dal malocchio. Tre capelli in una bacinella d'acqua, tre gocce d'olio nell'acqua e l'interessato doveva toccare le gocce d'olio. A seconda di come si comportavano, veniva deciso se avesse il malocchio o meno.

La festa di Imbolc nella tradizione celtica (Imbolc, letteralmente latte di capra, con cui si realizzavano persino dei formaggi sacri) segnava il passaggio tra l'inverno e la primavera, ovvero tra il momento di massimo buio e freddo e quello di risveglio della luce.

Nel mondo romano la Dea Februa (Giunone) veniva celebrata alle calende di febbraio (nel calendario romano i mesi seguivano il ciclo della luna). Il primo giorno di ogni mese corrispondeva al novilunio (luna nuova) ed era chiamato “calende”, da cui deriva il nome “calendario”.

Dove si festeggia la Candelora in italia

Acquaviva Collecroce e il Bacio al Bambinello

In Molise ad Acquaviva Collecroce, dalle prime ore dell’alba del 2 febbraio ha inizio l’antichissima Fiera di San Biagio (festeggiato il 3 febbraio). Nelle ore pomeridiane la popolazione si riunisce in chiesa per la Celebrazione Eucaristica, la Benedizione delle Candele e il tradizionale Bacio del Bambinello.

Castelpoto e il bacio al Bambinello

In Campania a Castelpoto esiste un'antica tradizione: dalla notte di Natale fino al giorno della Candelora il Bambino Gesù viene esposto davanti l'altare maggiore per poi essere baciato l'ultima volta.

Montevergine e i sacerdoti della dea Cibele

A Montevergine, frazione di Mercogliano, ogni anno migliaia di fedeli partecipano alla salita verso il Santuario, chiamata appunto Candelora, dando vita a un rituale radicato nel territorio.
In questo borgo la celebrazione è legata a due curiosi fatti. Il primo è legato ai coribanti, sacerdoti della dea Cibele (la Madre Nera), che salivano il “Monte di Virgilio” per offrire in dono il loro sesso arrivando a evirarsi per poi rinascere con una nuova identità.
Il secondo fatto, del 1256, vede la Madonna scendere dal cielo per aiutare due omosessuali, incatenati sulla cima del monte e condannati a morire di freddo, scaldandoli con la sua luce.

Oristano

In Sardegna a Oristano la Candelora è molto sentita perché coincide con l'inizio dei preparativi de Sa Sartiglia.  La Sartiglia è una delle più antiche manifestazioni equestri che ancora si svolgono in area Mediterranea e una fra le più spettacolari forme di Carnevale in Sardegna. E' una corsa alla stella che si corre l'ultima domenica e martedì di carnevale ad Oristano. La manifestazione rimanda ai riti di rigenerazione agraria.

Castroreale e Catania e la sontuosità

In Sicilia a Castroreale, la Candelora viene festeggiata col canto delle lodi della Vergine, la benedizione delle candele, la processione del settecentesco simulacro alla Chiesa Madre, la celebrazione della Messa solenne, la restituzione processionale del simulacro alla Chiesa della Candelora e una importante fiera che da tempi antichi attrae mercanti e compratori da tutte le zone limitrofe. A Catania la Candelora è assorbita dalla Festa di Sant'Agata e costituisce uno dei rituali più importanti della stessa.

Rapolla e la ‘Diana’

In Basilicata a Rapolla, oltre che con la benedizione delle candele, la Candelora viene festeggiata con un evento chiamato “La Diana”.
Questa è una sorta di sveglia notturna con rullo di tamburi e grancassa per dare il via ad una processione lungo le vie del paese a ricordare la devastazione subita da Galvano Lancia, un signore al servizio del Manfredi nel 1254. Questa processione è vissuta come un evento gioioso che precede la festa del patrono, San Biagio.
Tra gli altri borghi che festeggiano sentitamente la Candelora e San Biagio, possiamo citare: Specchia e Martano in Puglia, Caramanico Terme e Fontecchio in Abruzzo, Cefalù e Salemi in Sicilia.

Dove si festeggia la Candelora nel Lazio

Frasso Sabino e la Madonna della Candelora

L'appuntamento per la tradizionale Candelora è particolarmente sentito dagli abitanti di Frasso Sabino. Proprio il 2 febbraio del 1703, un terribile terremoto colpì Frasso: da allora i frassaroli associano le loro preghiere alla Madonna della Candelora in ricordo della presentazione del Signore.

Castrocielo, la Festa della Luce e la processione sul Monte Asprano

A Castrocielo il 2 febbraio per rinnovare la tradizione del giorno della Candelora nel pomeriggio in centinaia si incamminano in processione verso il monte Asprano per rinnovare la tradizione castrocielese.


Si recano sulla cima del monte per la santa messa della festa della Luce, durante la quale il parroco di Castrocielo e quello di Colle San Magno benedicono le candele. Prima, sempre secondo la tradizione locale, si compie il giro intorno la chiesetta di Santa Maria in Asprano e poi la santa messa. In tanti partecipano, non soltanto provenienti da Castrocielo ma anche dalle vicine Roccasecca e Colle San Magno.

Fiuggi e la Festa delle Stuzze

A Fiuggi il giorno della Candelora si celebra la Festa delle Stuzze, unica nel suo genere con la festa del Patrono di Fiuggi, San Biagio, evento culturale di tradizione religiosa popolare ultradecennale.

Da sempre la città di Fiuggi rievoca attraverso la Festa delle Stuzze, il cosiddetto “Miracolo di S. Biagio” che risale al 2 febbraio 1298. Ogni anno, infatti, la sera della Candelora, al termine della processione religiosa, accompagnata dalla banda musicale, si dà il via all'accensione dei capannoi, strutture in legno rivestite con rami di ginestra, realizzate dai cittadini di Fiuggi. A seguire lo spettacolo pirotecnico.

Dal 2 al 3 febbraio si svolge la tradizionale Fiera di San Biagio presso Via Ernesta Besso e Piazza Trento e Trieste e i tradizionali giochi popolari e concerto.

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Avete presente quando girovagate per le campagne italiane (ma anche in molte altre parti del Mediterraneo) e incontrate lunghe linee di muretti fatti con sassi? Se prima pensavate che sono solo un modo per creare separazione fra confinanti ora c’è una novità che li riguarda.

Con un post dal suo profilo twitter l'UNESCO ha dichiarato "L'Arte dei muretti a secco" un elemento immateriale Patrimonio dell’Umanità. Come sappiamo l’UNESCO sta classificando il patrimonio dell’umanità, ossia quelle realizzazioni fatte dall’uomo che costituiscono una delle sue essenze e lo rappresentano.

Il patrimonio può essere sia materiale, quindi monumenti o costruzioni, che immateriale, ossia modi di essere, usanze, caratteristiche e anche ricette. Qualche anno fa aveva suscitato interesse l’arte della pizza dei pizzaioli napoletani e oggi tocca ai ‘muretti a secco’.

Nella motivazione del conferimento si legge: "L'arte del dry stone walling riguarda tutte le conoscenze collegate alla costruzione di strutture di pietra ammassando le pietre una sull'altra, non usando alcun altro elemento tranne, a volte, terra a secco”.

Si tratta di uno dei primi esempi di manifattura umana ed è presente a vario titolo in quasi tutte le regioni italiane, sia per fini abitativi che per scopi collegati all'agricoltura, in particolare per i terrazzamenti necessari alle coltivazioni in zone particolarmente scoscese.

E’ una tradizione che unisce tutta la Penisola e ha i suoi punti forti nella Costiera amalfitana, a Pantelleria, alle Cinque Terre e in Puglia nel Salento e nella Valle d'Itria.

Ma la motivazione non riguarda solo l’Italia perché muretti e terrazzamenti in pietra si trovano in Grecia, Malta, Spagna e molti altri paesi dell’area mediterranea. Le strutture a secco sono sempre fatte in perfetta armonia con l'ambiente e la tecnica esemplifica una relazione armoniosa fra l'uomo e la natura e sono diventate un elemento caratteristico del paesaggio.

La pratica viene trasmessa principalmente attraverso l'applicazione adattata alle particolari condizioni di ogni luogo in cui si trova. I muri a secco svolgono un ruolo vitale nella prevenzione delle slavine, delle alluvioni, delle valanghe, nel combattere l'erosione e la desertificazione delle terre, migliorando la biodiversità e creando le migliori condizioni microclimatiche per l'agricoltura.

L’arte dei muretti a secco è una tecnica millenaria il cui utilizzo varia da regione a regione in base alla diversa condizione morfologica dei terreni e al tipo di pietra che si incontra.

I muri a secco sono così comuni che spesso si dimentica la loro importanza storica e sociale. Quelli patrizi svolgevano il compito di delimitare tenute e poderi, quelli del volgo venivano costruiti dallo stesso contadino per delimitare la piccola proprietà.

In alcune regioni i muri a secco sono parte integrante delle tecniche agricole dei terrazzamenti perché servono a proteggere le porzioni di terreno ricavate dai pendii. In altre zone il muro a secco, specie sui litorali, serve a difesa delle colture dagli agenti atmosferici.

Ma i muri a secco stanno ormai scomparendo, a causa della mancanza di manodopera specializzata e poi perché l'agricoltura meccanizzata li vede come un ostacolo. La perdita dei muretti a secco vuol dire la cancellazione di una testimonianza della nostra storia e, soprattutto, incide negativamente sul paesaggio e sull'ambiente.

Lo spazio chiuso circondato dal muretto a secco è vitale per il microclima perché in esso sopravvive una ricca fauna e flora, oltre ad essere un elemento caratterizzante del paesaggio. Non è un caso che in molte aree dove si stanno recuperando le antiche colture si sta tornando alla preservazione dei muretti a secco.

E’ il caso dell’isola di Ponza e delle coltivazioni della vite. Il recupero di antichi vitigni e il loro conseguente valore commerciale ha spinto molti agricoltori a tornare a coltivare la vite nelle colline e a doversi servire dei terrazzamenti. Ed il successo è stato immediato: ecco quindi che il muretto assume un nuovo valore agricolo ma anche turistico.

Vi sono molti paesi nel Lazio che godono di paesaggi mutati da intricati terrazzamenti, come il borgo Ciociaro di Vallecorsa, che caratterizzano il territorio di questo piccolo Comune con le imponenti strutture, a testamento dell'antica tradizione contadina dell'olivicoltura locale.

Il riconoscimento a questa pratica agricola e rurale è stata celebrata anche dal ministro delle politiche agricole alimentari, forestali e del turismo Gian Marco Centinaio:

“Ancora una volta i valori dell’agricoltura sono riconosciuti come parte integrante del patrimonio culturale dei popoli. I nostri prodotti agroalimentari, i nostri paesaggi, le nostre tradizioni e le nostre pratiche agricole sono elementi caratterizzanti della nostra Storia e della nostra cultura”.

Da oggi in poi dobbiamo stare attenti quando passeggiamo nelle nostre campagne: sono anche loro parte del patrimonio dell’Umanità dell’UNESCO.

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L’ultimo tratto della Via Francigena in Tuscia, la via dei pellegrini che parte da Canterbury in Inghilterra, ha un suo fascino particolare e attraversa uno dei territori più belli del centro Italia dove natura e cultura si fondono in modo magico.

La sera si entra in borghi magici e non si sa dove guardare per la bellezza artistica dei luoghi, di giorno le campagne e i boschi incantano con la loro bellezza naturalistica. Proceno, Acquapendente, San Lorenzo Nuovo, Bolsena, Montefiascone, Viterbo, Vetralla, Capranica, Sutri e Monterosi.

Ma forse la vera magia è nelle storie delle persone che si incontrano nei borghi che raccontano le particolarità di ogni luogo con leggende ed episodi che richiamano un passato straordinario. Spesso le storie sono antiche di millenni.

120 chilometri di sorprese

Proceno

Si entra nella Tuscia del Lazio attraverso il borgo di Proceno dal cui castello si dominano tre regioni. Sapete la prima storia da dove inizia? Dagli Etruschi, ovviamente!

Proceno deve il suo nome al re etrusco Porsenna che durante una battuta di caccia fu ferito da un cinghiale e decise di passare la notte in un bosco circondato da fiumi. Qui fondò questo borgo che poi ha trascorso la sua storia medioevale nello Stato Pontificio.

Da Proceno si arriva ad Acquapendente, ancora un borgo Etrusco fondato fra diversi corsi d’acqua e su due diversi colli. Gli etruschi erano in realtà grandi ingegneri e sceglievano di insediare i loro centri alla confluenza di corsi d’acqua.

Acquapendente

Acquapendente è nota per il suo spirito belligerante che la ha portata ad opporsi all’imperatore Federico Barbarossa e a distruggere il suo castello. Questo spirito si può ancora trovare negli abitanti sempre inclini a proteggere la loro autonomia da ogni interferenza esterna.

Ma forse Acquapendente è nota in tutta Italia per la Festa dei Pugnaloni che a maggio celebra la Madonna del Fiore. I pugnaloni erano lunghi bastoni usati durante l’aratura e oggi sono diventati dei mosaici di fiori che vengono portati in mostra a ricordo di un miracolo. Infatti dopo la fioritura di un bastone di ciliegio le persone si ribellarono al governatore di Federico Barbarossa. Un fine settimana che richiama turisti da ogni parte.

San Lorenzo Nuovo

Tappa intermedia a San Lorenzo Nuovo da cui si inizia a vedere il lago di Bolsena. Uno dei pochi ‘paesi di fondazione’ voluto da papa Clemente XIV per proteggere dalla malaria gli abitanti di San Lorenzo alle Grotte.

Bolsena

Il cammino continua arrivando al lago seguendo l’antico percorso della via Cassia e la prima tappa in riva alle acque è a Bolsena, la città famosa per il Miracolo dell’Eucarestia. Il santuario di Santa Cristina è meta di pellegrinaggi dal giorno del miracolo e il flusso di persone sembra non terminare mai.

Ma Bolsena è una località turistica tra le spiagge e le regate. La via Francigena dovrebbe sostare qualche giorno per poter assaporare tutti i piaceri che offre la città.

Da non perdere la cucina con i pesci di acqua dolce. Sono una specialità che merita il viaggio. Pochi sanno che il re d’Inghilterra è venuto a Bolsena perché qui si è combattuta una importante battaglia durante la II Guerra Mondiale e c’è un cimitero del Commonwealth.

Montefiascone

Siamo a 100 chilometri dalla tomba di San Pietro!

Un panorama mozzafiato del lago e di 4 regioni italiane: Lazio, Toscana, Umbria e Marche. Dal suo belvedere si scorgono bene le isole Martana e Basentana. Secondo gli Etruschi questa ultima era una delle porte nel mondo degli inferi e molti etruschi vi entrarono per non sottostare al dominio di Roma che li aveva conquistati.

Montefiascone si riconosce da lontano per la magnificenza della sua cupola. Ma un’altra storia copre di fascino questo incantevole borgo. È quella del vescovo Johannes Defuk che mandava il suo coppiere a selezionare i vini da bere durante il percorso dalla Germania a Roma per l’incoronazione di Enrico V.

Il coppiere doveva scrivere la parola ‘est’ nelle locande in cui si serviva il vino giusto. E a Montefiascone scrisse ‘Est! Est!! Est!!!’. Non è un caso che Defuk si sia poi fatto seppellire a Montefiascone e abbia lasciato una eredità per continuare i festeggiamenti del vino.

Oltre al vino bianco DOC non si deve perdere l’olio e i piatti della tradizione locale.

Viterbo

Che dire di Viterbo. Cercate di spendere almeno un fine settimana per poter godere di tutte le sue offerte. Una città che ospita una università è sempre vivace e ricca di eventi musicali, culturali ma anche di solo svago.

Una città totalmente medioevale rinchiusa da grandi mura con 9 porte di accesso ciascuna con un fascino diverso.

Soprattutto una città famosa per la Macchina di Santa Rosa, una struttura alta quasi 30 metri che viene portata in giro per la città in occasione dei festeggiamenti della patrona Santa Rosa. Una macchina e una manifestazione che sono diventate patrimonio immateriale dell’UNESCO.

Se non avete abbastanza tempo, allora tornateci!

Vetralla

Lo sapete che Vetralla è gemellata con Venezia? Ma come fa una città fondata dagli Etruschi in aperta campagna a gemellarsi con una città fondata sull’acqua da chi scappava agli Unni.

Ad unire le due città sono due cerimonie molto sentite: Lo Sposalizio dell’Albero a Vetralla e lo “Sposalizio del mare” a Venezia.

La festa di Vetralla ha origini antichissime e risale ai riti pagani di fecondità di primavera per propiziarsi un buon raccolto.

Ma questa cerimonia inizia in questa forma nel medioevo durante le discordie con Viterbo per il possesso dei boschi del Monte Fogliano donata a Vetralla da Innocenzo III nel 1206.

La festa ribadisce la vittoria da parte di Vetralla. La mattina dell'8 maggio, un corteo di cavalieri in costume entra nel bosco fra gli applausi della folla davanti l'eremo di Sant'Angelo. Qui vengono addobbati due alberi, un cerro e una quercia, con fiori e uniti da un candido velo da sposa. Il sindaco celebra il matrimonio con l'accompagnamento della banda musicale. Dopo la cerimonia e la benedizione inizia il banchetto del matrimonio.

Capranica

Un vero borgo medioevale al quale si accede attraverso una particolare porta con l’orologio che un tempo era l’ingresso al castello degli Anguillara. Palazzi medioevali, rinascimentali e ottocenteschi rivelano il fascino che Capranica ha esercitato per secoli con un famoso santuario disegnato dal Vignola poco fuori del borgo medioevale.

La festa di San Terenziano con i Foconi è una delle più suggestive di tutta la Tuscia. La processione si reca dal centro del paese alla chiesa dedicata al santo percorrendo al buio un tratto di campagna illuminato da grandi fuochi fatti con rami di ginestra che vengono detti Foconi.

Un’altra cerimonia religiosa molto partecipata è quella della Madonna delle Grazie, nel mese di maggio. La statua è una delle poche ‘vestite’, ossia che indossa vere vesti preziose, viene portata in processione su una complessa e artistica macchina.

Sutri

Indescrivibile Sutri! Dalla città antica all’interno di un parco archeologico di circa 7 ettari. Qui si trova una necropoli etrusca ma anche la parte romana con uno splendido anfiteatro costruito intorno al II secolo AC.

Una vera magia: dall’anfiteatro si attraversa un bosco sacro per arrivare in cima alla collina a una splendida villa rinascimentale (oggi sede del parco) con un giardino all’italiana che è un vero gioiello. Si riscende poi a valle passando davanti ad un Mitreo, una caverna affrescata che lascia intense emozioni.

Dalla Sutri antica si vede la collina di fronte con la Sutri nuova (medioevale) dove il panorama è dominato dalla cattedrale con un alto campanile.

Attraversando il paese si è colpiti da mille piccoli dettagli e lo sguardo vaga da un punto ad un altro. Fate attenzione perché la città ama la bella vita e troverete sempre qualche attività o festa in corso.

Monterosi

L’ultimo paese della Tuscia, quello che risente di più della sua vicinanza con Roma. Negli ultimi anni è diventato sempre di più un luogo scelto dai romani che amano la campagna e vogliono abitare fuori dal centro della città.

Monterosi ha uno dei campi da golf più belli vicino Roma e vi accoglie con un belvedere dove lo sguardo arriva direttamente alla meta finale del viaggio.

La tomba di Pietro è vicina... e forse dispiace un po’ lasciare la Tuscia ma una volta che l’avrete scoperta non potrete fare a meno di tornare. A proposito, non perdete l’oro della Tuscia: ospitalità e una cucina da non dimenticare facilmente!

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Era l'ultima sera d'estate ad Ariccia, la città dei Castelli Romani legata inestricabilmente ad Albano Laziale da uno straordinario ponte a tre livelli che attraversa la voragine sottostante.

Avevo guidato per raggiungere la Via Appia ad Albano Laziale e ora mi trovavo sull'estremità di Albano e guardavo stupefatto. Da questa parte il traffico arriva da Roma e sul lato di Ariccia striscia per andare a Genzano, poi a Nemi e Velletri. Ma i piaceri che cerchiamo sono ad Ariccia.

Venendo da Albano a piedi, come ho fatto io, avendo trovato per fortuna un posto di parcheggio, ho invitato la mia compagna a riposare un po' alla bancarella "formaggi e vini" per assaggiare l'ultimo boccone ad Albano prima di attraversare quello che un tempo era conosciuto come il ponte dei "suicidi".

Ora il ponte protegge quei cercatori dell'eternità con una rete infilata a pochi metri sotto il parapetto. Nondimeno, per me la sensazione di vertigini è reale mentre guardo oltre il muretto: la rete ce la farebbe a contenermi?

Quindi, sopravvissuto alla tentazione mortale e all'ammirazione del grande ponte ad arco, che altro cercano i visitatori ad Ariccia?

Di gran lunga l'altro sito più conosciuto è il grande palazzo della famiglia Chigi, in piedi lungo la strada appena oltre il ponte. Ma per i romani che guidano in città è semplicemente un punto sulle loro ricerche per la perfetta 'porchetta' – il prodotto IGP di Ariccia.

Per noi, questa sera, il palazzo attira la nostra attenzione. Dalla metà del 1600 è stato conosciuto come il ritiro estivo e del fine settimana dei Principi Chigi. Normalmente la loro casa era in Piazza Colonna a Roma, vicino ai palazzi delle altre famose famiglie che hanno fatto la storia medievale e rinascimentale.

Di fronte al palazzo, che ora è sotto la protezione della città, si trova la chiesa a cupola progettata dal grande architetto Bernini ma che oggi ha un sapore diverso dalla religione. Su ogni lato della facciata, si trovano bar che si sono moltiplicati per saziare il gusto e la sete di locali e dei visitatori nelle calde serate: Sacro e Profano.

Se ti è concesso il piacere di una visita all'interno del palazzo scoprirai che questa magnifica residenza è stata per qualche tempo, niente altro che una casetta di caccia (Barco) per la famiglia e gli amici dei principi.

Erano già ricchi, ma diventano famosi in tutto il mondo quando, a metà del XVII secolo, i Chigi, come la maggior parte delle grandi famiglie italiane, "diedero alla luce" un papa. Prese il nome Alessandro VII.

Lasciatemi raccontare un po' di più sul "casino di caccia". Nella parte posteriore del palazzo che sale sulla cima delle basse colline, un po' più di 500 metri, si trova una foresta verdeggiante. Il bosco sacro: 28 ettari di quello che un tempo era il più grande "nemus aricinum" (boschetto di Ariccia) consacrato alla dea Diana.

Questa zona ospitava una volta gli animali "selvaggi", oggetto della caccia. Fino a poco tempo fa, credo, ma non sono sicuro, la foresta era la casa di un branco di "caprioli" che sono stati trasferiti altrove per scoraggiare la loro abitudine di masticare la base dei tronchi d'albero - un modo naturale di fare la ‘cercinatura’ (la rimozione della corteccia).

Stando di nuovo sulle scale nella parte anteriore del palazzo, sono attratto dal motivo per cui i romani si affrettano a venire a cena ad Ariccia: l'aroma del maiale arrosto.

Se segui il tuo naso come ho fatto dall'ingresso del palazzo verso il centro di Ariccia, troverai 4 o 5 scalini che portano a una "grotta del vicolo del porco", un ingresso molto stretto per un ristorante di "porchetta", Antico Grottino.

Non scappare! Rimani ad assaggiare la degustazione raffinata offerta dal team del Grottino e a sorseggiare un bicchiere di vino bianco selezionato dalla casa.

Il motivo della visita?

Nel fine settimana si può fare una visita speciale al Palazzo organizzata da guide turistiche e attori che raccontano alcune vecchie storie in modo originale. Nelle stanze e nelle scale del palazzo, alcuni attori rappresentano i momenti importanti della storia della famiglia Chigi (che è anche la storia di Roma).

Suggestivo!

Tornerò un po' più avanti in autunno per vedere più di Ariccia e sicuramente per fare una passeggiata nella foresta che i "grandi turisti" hanno apprezzato e artisticamente raccontato così tanto.

Non so se sia meglio ammirare l'architettura e la natura di Ariccia dei Chigi o semplicemente assaggiare le meraviglie culinarie di Ariccia di Roma?

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Ponza “città di fondazione” borbonica, esperimento di proto-socialismo

Passeggiando per Ponza e Ventotene si osserva una strana armonia architettonica data da un disegno unitario che si riesce a leggere nella varietà e allegria dei colori mediterranei delle case.

Ma come è possibile che ci sia un pensiero unitario dietro alla fondazione di queste isole dell’arcipelago pontino?

Sia Ponza che Ventotene appartenevano alla proprietà personale dei sovrani borbonici ed erano state donate a Carlo III da sua madre Elisabetta Farnese.

Nel Settecento erano praticamente disabitate e lo sono state fino a quando i Borboni decisero di compiere un esperimento socio-urbanistico. In pratica sono ‘città di fondazione’.

Siamo nel periodo storico in cui le monarchie cominciano ad essere messe in discussione da una classe borghese che emergeva dalla rivoluzione industriale e che chiede di partecipare al governo del territorio.

Iniziano le prime filosofie socialiste con esperimenti utopici come New Lanark di Rober Owen in Scozia o il Falansterio di Fourier in nord America.

Nel 1734 Carlo di Borbone diventa il monarca assoluto di Napoli e il monarca parlamentare di Palermo e si innamora di questa parte del mondo. Decide allora di dimostrare che si può governare come sovrano creando benessere fra la popolazione e con questo avvia alcuni esperimenti che sono contemporaneamente urbanistici, architettonici, economici e sociali.

Carlo resterà a Napoli fino al 1759 quando diventerà re di Spagna e si sposterà a Madrid ma la sua opera sarà continuata da suo figlio Ferdinando che salì al trono all’età di 8 anni.

Esperimenti socio-economici-architettonici borbonici

Re Carlo decide di trasformare l’economia del sud trasformandolo in uno dei maggiori centri industriali basati sulla conoscenza e l’organizzazione dei processi industriali. Sono esemplari le sue politiche per introdurre la lavorazione del corallo a Torre del Greco con una politica che univa istruzione e impresa.

Ma soprattutto è nota la creazione nel 1752 di San Leucio, un intero borgo dedicato alla lavorazione della seta che aveva anche una particolare attenzione al benessere dei lavoratori tanto che oggi è Patrimonio dell’Unesco assieme alla Reggia di Caserta.

A Napoli si costruisce poi l’Albergo dei Poveri, una struttura di accoglienza per le persone più disagiate del regno dove le persone avrebbero dovuto imparare un mestiere. Ma anche la rivoluzione industriale della zona delle cartiere a Isola del Liri e Arpino nella sua evoluzione richiama il clima di armonia sociale che veniva perseguito da re Carlo di Borbone.

Questo era lo spirito che animava il re e questo è quello che si riflette anche nella progettazione e realizzazione delle comunità di Ponza e Ventotene. Un esperimento di riforma agraria che in teoria si doveva estendere poi a tutto il regno ma che fu bloccato dai proprietari terrieri. Il vantaggio delle isole pontine, infatti, era che appartenevano alla proprietà diretta del re (non del regno) per cui Carlo potette sperimentare le sue idee senza contrasti.

La colonizzazione di Ponza e Ventotene

Quando re Carlo diventa il sovrano di questo particolare regno del sud composto da due stati, la prima cosa che deve fare è una legge di fondazione, la Prammatica Prima, e un ordine fra un insieme di codici di undici legislazioni che si erano succedute nei secoli: romana, longobarda, normanna, sveva, angioina, aragonese, spagnola, austriaca, feudale ed ecclesiastica.

Nella Prammatica Prima si emanava un editto per assegnare in enfiteusi i terreni di Ponza e Ventotene (allora chiamata Pandataria). I terreni avevano una estensione di 5 ‘tommoli’ e la condizione per partecipare al bando era quella di non possedere beni immobili nel regno. A questi coloni sarebbero anche stati concessi alcuni sgravi fiscali e anche riconoscimenti di valore.

Le persone che hanno risposto al bando sono stati quindi i primi abitanti delle isole ben consapevoli che stavano partecipando ad una ‘scommessa’ come quella degli inglesi che andavano ad abitare il Nuovo Mondo in America. Non erano galeotti o malfattori ma persone coraggiose in certa dell’occasione della vita.

Ovviamente all’esperimento sociale è abbinato un esperimento architettonico con la costruzione di un borgo con ospedale, chiesa, dogana, tribunale, caserma e alloggi per ufficiali. Oltre alla sistemazione del porto e delle attrezzature per i pescatori. La maggior parte degli abitanti proveniva da Ischia.

L’esperimento di Carlo fu ripreso da suo figlio Ferdinando IV e nel 1772 si iniziò la costruzione della frazione di Le Forna nell’isola di Ponza che venne colonizzata da persone della costa e specialmente da Torre del Greco. La diversa provenienza delle prime comunità di insediamento spiega la estrema rivalità che si è sempre manifestata fra Ponza e Le Forna.

I sovrani provarono ad esportare l’esperimento sul resto del loro regno ma incontrarono una fortissima resistenza da parte dei possidenti terrieri che misero in pericolo il loro stesso potere. Intanto Ferdinando avvia un esperimento socio-economico anche sull’isola di Ventotene e nel 1771 vi arrivano le prime 28 famiglie di coloni a cui erano stati assegnati 5 ‘tommoli’ di terreno, dove 1 tommolo corrisponde a circa 3.300 mq.

La fine dell’armonia nelle comunità è però arrivata con Napoleone e i francesi che nel 1799 per prima cosa vendettero all’asta le proprietà reali concesse in enfiteusi e favorirono la nascita di proprietari terrieri senza scrupoli e legati solo al possesso dei beni e allo sfruttamento dei lavoratori. Poche persone divennero così proprietarie delle isole che comprarono alle aste e non si è più riproposta una situazione di sviluppo armonico socio-economico.

L’ultimo affronto all’esperimento borbonico si è avuto con l’arrivo dei Savoia che misero all’asta anche i pochi appezzamenti che ancora godevano del regime dell’enfiteusi.

Il sogno dei sovrani Carlo e Ferdinando IV di ‘un po’ a tutti e non tutto a pochi’ si era infranto per sempre.

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Un’antica chiesa e insediamento rupestre per appassionati di speleologia

Gallese, un borgo arroccato su una collina tufacea, a poca distanza da Viterbo con alcuni misteri come una chiesa e insediamento rupestre da scoprire.

Il borgo è stato elevato a rango di civitas già nel IX secolo, ed è un luogo ricco di monumenti antichi che raccontano la storia di nobili famiglie e anche di eremiti.

Infatti è stato meta del pellegrinaggio di persone pie come San Famiano, patrono della città, che qui vi morì nel XII secolo.

Tutto intorno, le campagne custodiscono tracce della storia antica, più o meno conosciuta. Grotte eremitiche e preistoriche (le cavernette), fontanili, acquedotti, cunicoli e tombe falische sono solo una parte dei tesori custoditi nel territorio.

Avevo sentito parlare di un gruppo di grotte nei confini del territorio comunale, verso il Tevere e visto che avevo già iniziato le esplorazioni e i rilievi in quella zona ricca di testimonianze archeologiche e speleologiche, non mi restava che individuare il luogo preciso di questa segnalazione.

Percorrendo l’antica Via Flaminia, costeggiando dunque il Tevere e superando l’antico porto di Torricella col suo insediamento, un’alta parete tufacea delimita lo sguardo verso ovest.

A mezza costa s’intravede un ampio terrazzamento così, facendomi faticosamente largo tra smilax aspera e una rigogliosa natura, giungo sul pianoro. Davanti a me c’è una piccola cavità artificiale il cui ingresso è a un paio di metri da terra.
Possibile sia tutto qui?

L’alta parete tufacea che si vedeva da lontano, da un’analisi ravvicinata risulta molto lavorata e questo mi da un segno che la zona, da qualche parte, nasconde altre sorprese.

Inizio a percorrere faticosamente la terrazza verso nord e la parete mantiene la sua levigatura. Mi imbatto in un’altra piccola apertura, in piccole nicchie da lucerna ma continuo l’esplorazione finché, poco dopo, i miei occhi rimangono agganciati ad un liscio e ben conservato arcosolio, ossia un sepolcro con un arco che si usava nelle catacombe.

Vicino a questo ne vedo un altro oltre a strane aperture sulla parete che sono sicura nascondono una cavità all’interno. Dopo pochi metri, attraverso un rozzo ingresso, entro in un’ambiente che ha tutti i caratteri del sacro.

Davanti a me si trova un’ampia abside, a sinistra due colonne/pilastro e ancora oltre un’altra porzione di cavità piuttosto buia. Anche qui vi è una piccola abside con catino che si sviluppa fino al soffitto della cavità.

Sono assenti affreschi, ma le piccole nicchie ai lati dell’abside della navata principale, sicuramente avevano una funzione sacra.

Una chiesa rupestre tra i rovi!

Esco a malincuore dalla cavità e proseguo la mia esplorazione che non tarda a dare altri frutti: altre cavità si aprono in alto sulla parete tufacea, alta e levigata dalla mano dell’uomo, che mi conduce infine ad una scala rupestre.

La salgo, gli scalini sono consumati dall’usura. Raggiungo il livello delle cavità sopra dette, superando un breve corridoio dal curioso andamento a zig-zag, una prima stanza con ripiani scavati ad altorilievo e passando attraverso un piccolo e rozzo foro praticato sulla parte bassa della parete.

Si sviluppa un vasto ambiente con due pilastri, una lunga mangiatoia sul lato occidentale e numerosi fori alle pareti.

Sicuramente ho trovato il gruppo di grotte che mi erano state segnalate dai locali!

Il sito è conosciuto come “San Valentino”, un nome dato a tutta la zona. Sull’antica Flaminia i documenti testimoniano la presenza di una chiesa con lo stesso nome, della quale oggi apparentemente si sono perse le tracce.

Mi sono chiesta dunque, se la chiesa ritrovata tra i rovi e quella dei documenti fossero la stessa cosa?! Sono iniziati studi e ricerche e la recente scoperta di un documento d’archivio fa luce sulla questione: i due edifici sono diversi perché la chiesa rupestre è dedicata a Santa Maria delle Grotte.

Non solo chiesa ma anche qualcosa di più. Il documento, infatti, nomina anche le altre “grotte” che, attraverso un’analisi dei segni di scavo, la comparazione con altri siti e col sostegno delle altre scienze, è stato possibile ricondurre ad un insediamento monastico.

Una piccola cavità nel punto più meridionale del sito, può essere identificata come la prima cella eremitica, cioè la prima cavità che ho visto durante l’esplorazione.

Successivamente si sono aggregati altri monaci probabilmente venuti dall’Oriente, e approdati qui dopo un lungo viaggio, che hanno dato vita ad una fase semi-cenobitica: la cosiddetta laura.

Nel tempo, la comunità ha adottato un modello pienamente cenobitico, attuando importanti mutamenti strutturali al sito. I pochi monaci, dunque, lavoravano, pregavano e mangiavano in luoghi comuni.

La chiesa assolveva a funzioni di luogo di ritrovo per discutere l’organizzazione della piccola comunità, e permetteva la preghiera comune.

Visitare le grotte dell’antica chiesa di Santa Maria delle Grotte e l’insediamento di San Valentino è un tuffo nella storia ed è un’imperdibile occasione per farsi affascinare dalla cittadina e da questo territorio che cela molti altri segreti.

Per maggiori informazioni si può leggere il libro di Barbara Bottacchiari dal titolo “Santa Maria delle Grotte e l’insediamento di San Valentino,” Edizioni Youcanprint o scrivere all’autrice sulla sua pagina facebook….

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