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Caro Castello di Ceccano,


nell'attesa di tornare presto a varcare la tua porta, caro Re di pietra, sappi che ti sto rendendo visita tante volte, anche se solo virtualmente.
Sono settimane che sto creando dei post con le tue foto migliori sulla pagina che ti rappresenta e che ho creato ormai da sette anni.
Ho pensato di mettere le foto dei tuoi angoli più belli, scatti di fotografi venuti da ogni parte per immortalarti, al fine di creare delle visite virtuali nelle tue stanze e cortili, ricordando momenti felici con chi è già venuto.

È per stuzzicare la fantasia di chi non è ancora mai venuto, e che speriamo verrà quando tutto questo finirà.
È passato più di un mese e, finita la visita virtuale, ora sono passato a raccontare la tua storia medievale. A parlare di quegli uomini e donne che hanno fatto con le loro gesta la tua storia, i cui nomi riecheggiano ancora oggi tra i tuoi cortili.

E poi, ho cominciato a ripercorrere virtualmente le stradine e gli scorci di quei borghi sparsi tra la Valle dell'Amaseno e i Monti Lepini, dei quali, dalle tue stanze, si decidevano le sorti.


Sette anni non sono nulla rispetto ai mille anni scolpiti nelle tue pietre.
Ma se scorro la pagina, sono sette anni pieni di foto, di ricordi e di persone che sono giunte, anche da molto lontano, per visitarti. E per conoscere la tua storia percorrendola nei tuoi cortili e leggendola nei tuoi affreschi medievali e nei tuoi graffiti dei detenuti.
Tante sono le persone che dal 2011 hanno varcato il tuo portale di pietra insieme a me, per ammirare le tue vestigia. Siamo passati dalle cinquecento visite, alle più di duemila, in questi ultimi anni.
Dal quel fatidico 2011, io sono cresciuto nel tuo abbraccio millenario di pietra.
Ho imparato a comunicare e a condividere sempre meglio le numerose storie che hai custodito per secoli con coloro che finalmente, dopo decenni tra la polvere dell'abbandono, sono venuti ad ascoltarle.


Nella mia storia invece tu sei stato sempre una presenza fissa.
Lassù in alto, come un gigante di pietra che vegliava su noi abitanti del borgo, silenzioso e al di sopra di tutto e tutti.
Ricordo ancora come fosse oggi quella giornata elettrizzante del maggio del 2000, quando mi portarono a visitarti con la scuola di Ceccano (se così si può dire, visto che eri un rudere) e finalmente riuscii a scoprire anche i tuoi angoli più sconosciuti che avevo solo potuto immaginare per anni.
È un onore e un piacere essere parte attiva del tuo rilancio ed attivarmi in prima persona nel promuoverti.
Se tornassi indietro nel tempo, preferirei ancora cento volte impiegare il mio tempo a pulire il tuo cortile dai mozziconi di sigaretta che ha lasciato qualche maleducato o ad estirpare le erbacce, piuttosto che a stare fermo su una panchina o davanti a un bar a lamentarmi che tutto va male e che questo paese è squallido, puzzolente, inquinato, arretrato.
Non mi ci ritrovo con questa descrizione e so che nel mio piccolo posso fare qualcosa e l'ho fatto per vedere quel cambiamento che volevo.
Sono quasi due mesi che non ci vediamo più.
[caption id="attachment_115674" align="center-block" width="750"] Due mesi che non vengo ad ascoltare il silenzio del tuo cortile, mentre le farfalle si rincorrono fra i fiori e i raggi del sole accarezzano le tue rocce millenarie.[/caption]
Nell'attesa di tornare, goditi il tuo silenzio perché appena sarà possibile continuerò a raccontarti a tante, tante altre persone che anche da lontano verranno a conoscerti, perché #ilfuturopartedalleradici.
Tuo Andrea
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Santa Corona, dal nome molto familiare, è protettrice delle pandemie e pestilenze e patrona del piccolo borgo di Canepina che la festeggia ogni anno con una spettacolare processione.


In questo periodo tutta l’Italia è provata dalla pandemia del coronavirus.
Noi canepinesi nei momenti più difficili della quotidianità e non, ci affidiamo alla nostra Santa Protettrice: Santa Corona.
[caption id="attachment_115525" align="center-block" width="750"] Statua di Santa Corona - Foto di Pietro Minella[/caption]
Un nome che è custodito nel cuore di tutti i Canepinesi, e poi gridato con gioia durante i nostri solenni festeggiamenti, intonando il più forte “Viva Santa Corona!”.
Ora che lo sento un po’ sulle bocche di tutti, e non per i sentimenti di festa e gioia che condividiamo ogni anno nella nostra comunità, mi fa strano.
Corona è una santa poco conosciuta, invocata contro le pestilenze, e la devozione di noi canepinesi per la nostra patrona ha origini antichissime. Si è scoperto infatti da alcuni documenti storici che la nostra chiesetta dedicata a Santa Corona, esisteva ed era già curata con devozione nel Trecento, dagli abitanti del nostro antico paese.
La sua storia è in gran parte avvolta nel mistero.
Storie e racconti ci dicono che fu vittima di un lungo martirio per mani di soldati Romani o pagani. Fu costretta ad un supplizio doloroso e crudele, legata piedi e mani a due palme dai suoi aguzzini, venne giustiziata lasciando strappare il suo corpo dalla forza di due alberi. 
I simboli del suo martirio sono ancora oggi riconoscibili nel nostro stemma Comunale, che porta l’inconfondibile “Corona” e le due palme.

La Festa di Santa Corona è la festa religiosa più importante del nostro paese, non solo perché è la Patrona di Canepina, ma anche perché i festeggiamenti coinvolgono intere famiglie con un misto di orgoglio e di fede.
I festeggiamenti per noi sono importanti, e mentre i riti religiosi sono rimasti immutati e rispettati fino all’ultima virgola, la parte folkloristica della fiera che segue la processione è sempre ricca di novità.

Le bancarelle, i pranzi a base di ceciliani e maccaroni, gli spettacoli.
Tutto viene studiato ad opera d’arte dai nostri comitati in carica, eletti ogni anno proprio il giorno della festa, che collaborano con la parrocchia per unire i due aspetti nel modo più rispettoso e divertente possibile.
Questa Santa occupa un posto grandissimo nel cuore di ogni canepinese fin da piccoli.
Essendo canepinese so cosa si prova, vedo il ‘fiume umano’ che accompagna la statua per le vie del paese durante la solenne processione. L’emozione che si sprigiona quando l’immensa macchina trasportata dai devoti Canepinesi deve fare il suo passaggio nello stretto arco per entrare finalmente nella Collegiata.
Un passaggio che richiede la forza di tutti i suoi “facchini” e che, una volta superato nel silenzio e attenzione degli spettatori che rimangono con il fiato sospeso, sprigiona per tutte le vie del borgo il grido di “W SANTA CORONA!!!”.
Un’esperienza spettacolare che per raccontarla bisogna viverla, e che non smette di emozionarmi ogni anno che vi partecipo. 
La festa è l’appuntamento più atteso da noi Canepinesi, che purtroppo quest’anno a causa di un maledetto virus non avverrà.

Conosciamo la fatica che ogni anno i membri del comitato fanno per portare avanti questa tradizione. La fatica dei gruppi di volontari che preparano la tradizionale infiorata per il giorno della processione, i commercianti e ristoratori che si prestano ad accogliere turisti e amici nei loro locali.
Un anno di preparazioni e di sforzi che ora sembrano svaniti nel nulla.
E’ in momenti come questo che come Canepinesi dobbiamo pensare proprio alla nostra Santa. Una giovane donna molto coraggiosa e piena di fede, che malgrado le torture e i supplizi è riuscita a darsi forza in un momento in cui la fede poteva non trovare posto.
Adesso è il momento di non perdere la speranza, di abbracciare le nostre tradizioni e di prendere forza dalle emozioni che abbiamo vissuto insieme durante negli anni passati. Quei bellissimi momenti dove la sua macchina dorata splendeva sotto il sole insieme all’amore dei portatori e dei fedeli che l’accompagnavano nel suo cammino.
Torneremo a vederla, e sarà per tutti noi un bagno di applausi e lacrime.

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Dalla finestra potevo vedere la montagna di Segni, avevo sei anni, e un giorno mio padre tornando a casa mi presentò un suo amico segnino dall’aria simpatica e gioviale.



Quando quel simpatico signore cominciò a parlare, mi accorsi che non riuscivo a comprendere una parola di quello che diceva, in quanto pronunciava suoni che non avevo mai sentito prima di allora.
Tramite un linguaggio “iniziatico” (il dialetto segnino), incominciava la mia avventura in un nuovo territorio che mi portava alla conoscenza della sua popolazione e della sua storia.

Segni, circondata da una vasta area montana e collinare, offriva numerosi mondi da esplorare.


Boschi con querce secolari entro cui fantasticare di poter incontrare elfi e fate. Vasti prati in cui raccogliere more, cogliere fiori, cercare funghi in un’estenuante caccia al tesoro. Castagneti entro cui rovistare, per fare una raccolta di prelibati marroni e con un po’ di fortuna, riempire un canestro di funghi porcini.
L’avventura umana era altrettanto sensazionale perché, con tanta natura, potevo conoscere il mondo agricolo e montano di Segni costituito da boscaioli, allevatori, maniscalchi, cantori, legati tutti alle antiche tradizioni e ai mestieri tipici della comunità montana.


Amavo ascoltare i racconti dei boscaioli e dei contadini narrati in quel dialetto così colorito, di cui potevo ormai distinguerne i suoni e i significati. Ascoltavo i canti locali, “gli stornelli”, che narrano scenette spiritose, argute e talvolta piccanti, tratte dal vivere quotidiano del popolo segnino.
Ma Segni aveva sempre delle sorprese e delle rare bellezze da farmi scoprire.
Un giorno, volendo esplorare il borgo antico, avevo deciso di risalire la montagna evitando di percorrere la strada urbana interna e, avviandomi lungo un sentiero impervio tra i cespugli selvatici lontano dai suoni e dai rumori, d’improvviso mi appariva davanti agli occhi, in tutta la sua maestosa presenza, la bianca, ciclopica, Porta Saracena!
 Mi sembrava che tra i cespugli si nascondessero le ninfe inseguite dai fauni e che da un momento all’altro potessi veder volare un Ippogrifo!
Da quell’imponente opera costruita con blocchi di pietra calcare, sormontata da una coppia di architravi, costituiti da monoliti lunghi 3 metri, iniziava la cinta muraria che risaliva tutta la montagna e la circondava in un circuito maestoso.
Camminare lungo le mura di Segni è un viaggio nel tempo e nella storia.
Percorrendo il sentiero si è spesso affiancati dal vuoto, perché la china della montagna è scoscesa e giù in fondo c’è la valle che separa Segni dagli altri paesi. L’opera muraria era stata edificata come fortificazione a scopo difensivo, Segni era una zona di frontiera che controllava gli assi viari che da Roma portavano al sud, passando attraverso la Valle del fiume Sacco.
Come un grande ventaglio Segni mi apriva un nuovo scenario, quello della Storia, mettendo a disposizione di tutti il suo museo archeologico e un gruppo di ricercatori che hanno portato alla luce diversi scoperte di alto valore.

E un gioiello preziosissimo incastonato nella storia secolare di Segni: un Ninfeo!
Il Ninfeo mi è apparso in tutta la sua bellezza come un miracolo, con le sue nicchie e la sua ambientazione con decorazioni a mosaico rustico che ricorda una grotta. Al centro del prospetto principale, in una cornice formata da gusci di telline, una scritta in lettere greche formate da perline di blu egiziano e la firma di colui che lo progettò: l’architetto Quintus Mutius.
La raccolta dell’acqua è sempre stata un’emergenza per Segni che ha provveduto incastonando nella montagna grandi cisterne, vasche e bacini, funzionali alla vita del paese.
Queste opere con la loro forma circolare, sono un ornamento aggiuntivo alla morfologia del paese e alla sua estetica. Sull’antica Acropoli, a fianco del tempio della dea Giunone Moneta, appariva maestosa la Cisterna romana.
Oggi la sua rotondità non raccoglie acqua ma accoglie i suoi abitanti nei giorni di festa come in un’arena adibita a spettacolo.


La millenaria necessità di raccolta dell’acqua è ben testimoniata dalla presenza del grande bacino circolare detto “la Fontana” nell’area delle sorgenti, dove ancora oggi sgorga acqua. Un luogo appartato, dove in un enorme specchio d’acqua di forma circolare si riflette un cielo antico di giorno e un universo stellato di notte.
Tutti i viaggi iniziatici portano a una trasformazione e la vita piena che ho vissuto a Segni nel corso degli anni, mi ha portato a scegliere di vivere nella casa in cima alla collina, di fronte alla montagna, che tanti anni fa mio padre aveva costruito con l’aiuto del suo amico segnino.

La montagna di Segni, decorata dal mosaico costituito dalle tante casette del borgo antico, si staglia ora interamente davanti ai miei occhi.
La sua sagoma a volte mi ricorda quella di un gigante che riposa accovacciato sulla vasta piana del Sacco.
Altre volte al tramonto, tingendosi di colore ocra, mi ricorda le antiche medine dei paesi orientali.
Infine, nel buio profondo della notte, quando sulla grande montagna si accendono tantissime luci, Segni mi appare in tutta la sua magnificenza, come un’immensa nave illuminata a festa, pronta a proseguire il suo viaggio secolare nel tempo.

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Nel 1495 papa Alessandro VI Borgia decretò che la “Terra di Magliano”, giudicata «popolosa e abbastanza a modo», divenisse sede della “Diocesi di Sabina”. La chiesa di San Liberatore, patrono della città, fu elevata a Cattedrale.


A fine ‘500 le reliquie del santo furono trafugate e, non riuscendo a ritrovarle, ne furono accettate altre provenienti da Montefiascone.
Con una piccola, ma forse non trascurabile differenza, che le ossa del braccio erano di San Liberato e non di San Liberatore. È così che ha avuto inizio una bizzarra diatriba, che per certi versi non è terminata ancor oggi.
[caption id="attachment_115497" align="center-block" width="750"] Facciata delle Cattedrale [1][/caption]“DIVI LIBERAT(or)I(s) AEDES”, così scrisse il lapicida sui tre architravi delle rispettive porte della Cattedrale dei Sabini [foto n. 1].
[caption id="attachment_115488" align="center-block" width="750"] Cattedrale, porta centrale [2][/caption]Non può sfuggire, sopra la porta centrale [foto n. 2], l’evidente asimmetria negli spazi tra le ultime quattro lettere LIBERAT(or)I(s) [foto n. 3], indice di un intervento successivo a correzione della scrittura originale della parola.
[caption id="attachment_115491" align="center-block" width="750"] Dettaglio della porta centrale [3][/caption]Che il lapicida avesse commesso un errore e l’avesse corretto successivamente?
A tutta prima sembrerebbe di sì, ma quando si entra nella chiesa è possibile leggere sul porfido dell’altare maggiore che il tempio era consacrato ad onore e gloria di San Liberato.
La lapide, in questo caso, “parla” senza lasciare dubbi, ma il dubbio invece si insinua nella mente di chi vorrebbe conoscere se il sontuoso tempio fosse stato veramente dedicato a San Liberatore, vescovo e martire, oppure a san Liberato.

I più antichi documenti testimoniano che la chiesa fu sempre dedicata a San Liberatore.


Nel 1582 avvenne un fatto incredibile: tutte le reliquie del Santo Liberatore furono rubate! Perché, da chi, nessuno l’ebbe mai saputo, e il reato restò impunito per tutti questi secoli, senza soluzione.
A meno che... i sospetti non cadano sugli abitanti dei paesi più vicini che mal avevano digerito lo spostamento della sede della Diocesi di Sabina da Vescovio a Magliano in Sabina.
Al di là della disputa, di certo i maglianesi non potevano sopportare di restare privi di reliquie del loro protettore, senza di esse veniva meno la difesa divina della città.
E allora, dove andare a prenderle altre se non ad Arria, presso Ariano Irpino, paese di origine del Santo? Inutilmente però, perché da Arria, per ragioni di cui si è persa la memoria, mai furono inviate altre reliquie, che pure si conservano nella chiesa di Benevento (chiesa di Santa Sofia).
Che fare? In qualche modo si doveva sopperire a tanta mancanza.
Così il Vescovo, i Canonici e gli Agostiniani del convento di Magliano si rivolsero ai monaci agostiniani di Montefiascone, i quali senza indugio inviarono un braccio intero, corredato da documenti per dimostrare l’autenticità (come era consuetudine).
[caption id="attachment_115500" align="center-block" width="750"] Interno Cattedrale, altare con abside[/caption]
Solo che il braccio non era quello di San Liberatore ma di San Liberato.
Per questa sostituzione di reliquie, dalla fine del 1500, nei documenti ufficiali pontifici la cattedrale dei Sabini diventava così di San Liberato e non più di San Liberatore.
Le cose restarono così fin quando un luminare in campo liturgico, il Vescovo di Sabina, cardinale Nicola Ludovisi Albergati (1677-1681), non sollevò la questione davanti alla Sacra Congregazione dei Riti. Questa, inaspettatamente, nel 1679 decretò che il titolo talvolta dubbio fosse aggiudicato a San Liberato, per buona pace del partito dei conservatori.
Ma questi ultimi non desistettero, e tornarono alla carica. Il cardinale fu allora costretto a chiedere aiuto addirittura al papa Innocenzo IX. Il papa, dietro consiglio del cardinale Girolamo Casanate (1620-1700), il 30 settembre 1679 emanava un Breve col quale imponeva di venerare come titolare della chiesa e come patrono della città San Liberato.
I sostenitori di “Liberatore” non chiusero la partita.
Anzi con maggior lena iniziarono un’opera sotterranea con memoriali, suppliche e altri scritti pur di riportare la questione davanti alla Sacra Congregazione dei Riti.
Finalmente nel 1735, grazie al cardinale Antonio Felice Zondadari senior (1665-1737), questa dichiarava di doversi restituire il culto del martire e vescovo… San Liberatore... e non a San Liberato completamente sconosciuto», prorsus ignoto, cioè inesistente! San Liberato, chi era costui? Mai esistito.
È curioso pensare che per circa 150 anni un santo sconosciuto abbia potuto usurpare un titolo ad un altro Santo, che aveva il nome di Liberatore, quando con questo nome si deve identificare San Eleuterio o Liberatore, Vescovo dell’Illiria, venerato in molti paesi e città dell’Italia meridionale e centrale.
[caption id="attachment_115494" align="center-block" width="750"] Porfido dell'altare maggiore nella Cattedrale [4]  [/caption]Ecco, quindi, come si spiega la contraddizione di trovare ancora scritto sul porfido dell’altare maggiore [foto n. 4] la dedica a San Liberato, e sull’architrave della porta centrale, inserite con indubbia abilità le lettere 0 - R - S, per restituire il tempio al legittimo titolare, cioè San Liberatore.
Ma se oggi chiedete a un maglianese chi è il protettore di Magliano a tutta prima (poi si correggerà) vi risponderà Salliberatu, ovvero San Liberato!

Foto di Maurizio Mola
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Penso che devo andare indietro un bel po’ negli anni:
Estate 1962
Nel giugno di quest’anno abbiamo deciso di andare a Terracina. Questo perché Tiziano, mio marito, veniva da Terracina. Aveva lasciato l’Italia in cerca di lavoro in Germania. E proprio al posto di lavoro ci siamo conosciuti, innamorati, sposati. 

Abbiamo lasciato la nostra piccola figlia ai nonni e siamo partiti. Lui con la grande gioia di tornare a casa e presentare la sua sposa alla famiglia e ai suoi amici, mentre io con un po’ di ansia ma anche impaziente di vedere tutte le grandi novità che mi aspettavano.
Nel 1962 esistevano solo pochi chilometri di autostrada, tutte le altre strade erano statali o di campagna, addirittura le così dette strade bianche! Passare le Alpi, la campagna, le città, i paesi, era bellissimo!
Passammo a Milano per trovare una sorella di Tiziano. Lei viveva a Cologno Monzese ed è stato molto difficile arrivarci. Non esistevano ancora cellulari o GPS. Alla fine siamo riusciti a trovarla e c’è stata una grande accoglienza: tanti abbracci, tanti baci e cibo Italiano così buono e in abbondanza. 
I fratelli avevano molto da raccontarci e io stavo lì vicino senza capire, non parlavo l’Italiano per niente. Tiziano faceva da interprete. Una notte terribile e lunga, interrotta mille volte dalle campane di una chiesa che suonavano ogni 15 minuti!!! dall’altra parte della strada. Un altro giorno a Milano e poi via, direzione Sud!
La campagna verde, fiorita, paesi lontani, oltrepassare il Po, tutto largo e piatto. Città come Parma, Bologna, Firenze, la Toscana! Umbria! Orvieto su in alto! Roma! Finalmente passata Roma e si vedeva la Campagna Romana. Poi a Latina Tiziano cambiò strada e arrivammo al mare,
IL MARE!
Mai visto prima in vita mia il mare! La spiaggia larga con una immensa massa di bellissima sabbia! Il sole. Il mare, fino all’orizzonte il mare! Che gioia immensa! Le Isole Pontine all’orizzonte.
Più avanti si vedeva l’acqua anche a sinistra! Anche questo mare? “Questi sono i quattro laghi costieri e noi ci troviamo sulle dune in mezzo. Le dune sono fra le più alte in Europa”. 
Era un’esplosione di sorprese, di bellezze, tutto in un attimo. 
Io sentivo fisicamente questa gioia, mi sembrava che il mio petto non fosse grande abbastanza per reggere e provare tutta questa felicità. Adesso capivo il brillare negli occhi di Tiziano quando parlava del “suo mare”, dalla pesca con la barca o subacquea con i suoi amici, le loro avventure.
Passando a Torre Paola sotto il Monte Circeo, su cui dorme la Maga Circe dopo l’avventura con Ulisse, si arrivava piano piano a Terracina. 

Da lontano si vedeva il Tempio di Giove sul Monte Sant’Angelo e subito a fianco sotto il profilo di Terracina con il Castello Frangipane, l’ex monastero San Francesco, allora ospedale di Terracina, e il centro storico della città. 
Il sole tramontando illuminava tutto di rosa e rosso. 
Per me una scena unica. Quella sera siamo andati direttamente a casa del papà, i fratelli, la cognata e i nipoti di mio marito. La prima a salutare Tiziano è stata Tosca! Una cagnetta bianca che non voleva lasciarlo più! 
Poi le stesse procedure di farsi conoscere, abbracci, baci, cena fantastica. Mai mangiato tanto pesce prima. E tutto come a casa della cognata a Milano senza parlare l’Italiano. 
La mattina dopo un caffè al bar! Anche questo una novità per me. 
E la grande aspettata novità: il mare da vicino sulla spiaggia, sentire con i miei piedi e le mani l’acqua e la sabbia! Non so proprio descrivere bene come mi sono sentita. Era fantastico, meraviglioso. 
Quello che mi affascinava assolutamente come il mare era la luce
Il sole qui ha un altro aspetto che da noi in Germania, mi sembrava più vicino, sicuramente più forte! Il brillare sulle ondine piccole era fantastico, interrotto dalle barchette che si muovevano sull’acqua. E la spiaggia larga larga con questa finissima sabbia giallastra. C’era ogni tanto qualche bagnante con il suo ombrellone. Mi sembrava il paradiso.
Così si possono capire gli artisti nel Romanticismo che venivano in tanti da tutto l’Europa per dipingere in Italia. Tutti erano attirati proprio dalla luce diversa.
Poi man mano negli anni successivi ho conosciuto una gran parte della città, specialmente il centro storico con i suoi monumenti romani, Piazza Municipio, la cattedrale, i vicoli. Allora erano ancora poche case costruite in basso. Il grande boom e scempio sarebbe iniziato dopo, a metà degli anni ‘60 e ‘70. Si costruiva senza piano regolatore.
Nell’anno 1989 siamo venuti a vivere qui in mezzo al centro storico, Tiziano e io. I figli erano grandi, ognuno con la sua laurea e un mestiere da seguire. I due maschi sono rimasti in Germania, la figlia ci ha seguito quattro anni dopo, lei ha scelto le Marche, dove vive ancora.
A mio marito erano rimasti solo 10 anni per godersi Terracina nella nostra bellissima casa, la sua barca sul suo amato mare insieme a suoi vecchi amici ritrovati. Come erano belli quegli incontri per una cena improvvisata, quasi mai organizzata, con i vecchi amici. E’ passato!
Per me la scelta di rimanere qui era facilissima. 

Vivo con piacere nel mio nido d’aquila, come chiamo casa mia, perché domino Terracina e il mare. C’è il sole dalla mattina alla sera e il tutto è incorniciato da Monte Sant’Angelo con il Tempio di Giove a sinistra e Monte Leano a destra.
Mi fermo qui, perché sarebbero da raccontare mille altre belle cose che giustificano di rimanere a Terracina.

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Saepinum è un'idea. Un concetto.
Uno svolazzo metafisico planato nell'immanente sotto forma di pietra e di marmo.
Le sue mura custodiscono un paradigma; l'essenza di un'italianità anche dolorosa, acquisita sulla sua pelle attraverso il secolare, crudele balletto tra vincitori e vinti, tra dominatori e dominati.

Pentri, romani, longobardi.
E battaglie, commerci, miserie e splendori. L'intero campionario umano, dopo tutto. Mirabilmente riassunto in quella che al tramonto, d'estate, appare come un'antica astronave dormiente, ormeggiata nella piana del fiume Tammaro sotto l'ombra severa del Matese.
Le sue sbeccate colonne bianche sembrano dipingere il cielo, schizzando appena d'arancio quel turchese così arcaico, ancestrale.
Le quattro erculee porte d'accesso sono occhi aperti sul cardo e sul decumano, su quel geometrizzante reticolo di strade acciottolate che spiega più di mille trattati la romana ossessione per la ratio intesa come suprema forma di virtù.
L'emiciclo del teatro, circondato dalle basse, armoniche costruzioni a due piani, è un pensiero disegnato col compasso. È ingegneria applicata all'arte.
Si sentono ancora risuonare le voci degli attori che recitavano Plauto, Afranio. Gli applausi del pubblico, le grida dei bambini.
I palazzi dei patrizi e le casette dei pastori sembrano voler parlare, urlare le loro storie. Raccontarle a un mondo che non deve dimenticarle.
Il futuro ha radici antiche.
L'oblio, invece, non ha radici. È negazione, perdita irreparabile e definitiva.
Saepinum è un'idea. Ma prima ancora è l'urlo di battaglia di un popolo coraggioso e indomito. Pentri, li chiamavano.
Abitavano queste terre migliaia di anni fa. Ora i loro discendenti le proteggono e le custodiscono gelosamente.
Non perché diventino una reliquia, ma perché siano un'altra perla da scoprire della collana più preziosa del mondo: l'Italia. La sua prepotente bellezza è anche qui. In un'antica, superba città molisana a due passi dall'infinito.

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Dove ci sono pirati ci sono isole del tesoro e dove ci sono banditi ci sono grotte del tesoro.

[caption id="attachment_114178" align="center-block" width="750"] Sante Marie by MDG Foto[/caption]

Così anche in Abruzzo a Sante Marie ci sono leggende che riguardano alcuni tesori nascosti al tempo dei briganti che scorrazzavano sulle aspre montagne ricche di grotte e inghiottitoi.

La più intrigante è quella del Peschio Rosso che Luigi Archinti, uno scrittore e pittore, aveva riportato in una sua novella quasi due secoli fa.

Cominciamo dal luogo: Sante Marie è un piccolo comune vicino Tagliacozzo che era a confine fra lo Stato Pontificio e il Regno delle due Sicilie. Come sempre, le zone di confine sono zone amate dai contrabbandieri e dai briganti. Se si è rincorsi in uno stato si può andare a rifugiarsi nell’altro, si ruba da una parte e ci si nasconde nell’altra.

Le montagne sono rocciose e maestose, tanto da essere definite le Dolomiti Abruzzesi, e una parete di roccia scura si propende nella valle come a creare una diga, uno sbarramento o una muraglia. Questo è il Peschio Rossi, un passo che metteva in comunicazione i due stati e un covo di briganti.

Anche i soldati che conoscevano le usanze dei briganti cercavano di pattugliare la zona e un giorno all’alba, uno di loro con una pattuglia di 25 bersaglieri trovò una grotta abbastanza ampia e riparata dove sicuramente qualcuno si rifugiava. La grotta era calda e le rocce sembravano solide per cui non si sarebbero temuti crolli.

Il comandante fece entrare i bersaglieri, lasciandone tre di guardia all’esterno, in attesa di vedere chi frequentava questo riparo. Arrivò una pastora con la sua mandria a pascolare in un vicino prato e il comandante che la conosceva uscì a chiedere informazioni.

La donna si impaurì e iniziò a raccontare della grotta e degli spiriti che la abitavano.

La grotta custodiva un tesoro di 4 forzieri pieni d’oro che era stato trovato via cento anni prima da alcuni pastori. I pastori non riuscirono ad uscire dalla grotta con il bottino, vennero presi a legnate e costretti a rimettere il tesoro nei forzieri.

Tornarono in paese e raccontarono l’accaduto, così altri tentarono di avventurarsi in cerca dell’oro ma ogni volta tornavano malmenati e picchiati. Senza sapere chi fosse che li aveva ridotti in quello stato.

Però la notte sembrava di sentire dei lamenti uscire proprio dalla grotta nel cuore della montagna.

Ad un certo punto, ad un signore venne l’idea di entrare nella grotta e scambiare una ‘fede di credito’ (una sorta di cambiale o di promessa di pagamento) con l’equivalente in oro. Così entrò nella grotta, pose la sua Fede di Credito di 400 ducati su un forziere e si prese l’equivalente in oro.

Gli andò bene!

Ma quando ci provarono altri portando delle Fedi di Credito false vennero comunque presi a bastonate. Ci provò anche un parroco e anche lui fu preso a legnate.

Allora il parroco si mise a studiare vecchi libri e trovò una leggenda che raccontava di una feroce battaglia locale fra francesi e tedeschi che si era combattuta proprio nei pressi. Il tesoro era stato messo da un notabile tedesco e dal suo scudiero che erano in fuga da Scurcola Marsicana.

I due si rifugiarono nella grotta e il notabile uccise il giovane scudiero e lo seppellì all’ingresso della grotta lanciando una maledizione: “la sua anima avrebbe trovato pace solo quando un’altra anima molto amata avrebbe preso il suo posto”.

Il prete iniziò a riflettere sulla maledizione fino a che ebbe un’idea pensando alla pastora e alla sua amata capra bianca. Il prete uccise la capra e la seppellì all’ingresso della grotta di Peschio Rossi. Scavando la fossa trovò le ossa del soldato e lanciò una benedizione per sciogliere il malefico incantesimo.

Il prete prese tutto l’oro e fece la fortuna della famiglia dei Conti di Lottecli. Anche se sul letto di morte, l’anima della capra aleggiava sopra il suo letto.

Nel frattempo i soldati della grotta videro l’immagine di una capra e si misero a rincorrerla per avere parte del suo latte … e la contadina iniziò a recitare una preghiera.

Questa storia è stata raccontata da Luigi Archinti, ma ci sono tante altre leggende sulle varie grotte e inghiottiti del Cammino dei Briganti. Un percorso di 7 giorni fra Lazio e Abruzzo che passa fra i paesi di Sante Marie , Santo Stefano di Sessanio, Pescorocchiano, Borgorose, Magliano de’ Marsi, Tagliacozzo, Torano Nuovo.

Da provare per scoprire nuovi tesori, ma ricordatevi di portare con voi una capra. Non si sa mai!
 

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Il sole scansò con un soffio un grappolo di nuvole e guardò lì sotto.
Quelle ordinate distese di filari, che interrompevano il verde dei campi incolti, lo riempivano d'orgoglio. Sembravano dipinte, tanto era precisa la loro disposizione.
Volse lo sguardo ad abbracciare l'orizzonte e quasi si commosse. Era sempre stato un sentimentale, uno dalla lacrima facile.

Le altre stelle a volte lo prendevano in giro per questo, ma lui se ne fregava. Perché poter contemplare il mondo da quella posizione privilegiata non era faccenda per tutti, e quello spettacolo non lo annoiava mai.

I borghi arroccati, i vecchi tratturi bianchi dei pastori, le fronde degli alberi al vento. In quel gomitolo di terra che si dipanava pigramente sotto i suoi occhi c'era qualcosa di magico.


La prova era che gli bastava allungare lo sguardo appena oltre quel paradiso e già cambiava tutto. Fabbriche, traffico, inquinamento. Tutte quelle cose che odiava, che gli facevano bruciare gli occhi e lo facevano starnutire.
Ma lì, proprio sotto di lui, la bellezza lo soggiogava fino quasi a togliergli il fiato.
Gli esseri umani, buffi personaggi che andavano sempre di corsa, quell'angolo di mondo lo chiamavano zona del Cesanese. Erano famose per il loro vino, quelle terre. Gli uomini lo bevevano da millenni, e a quanto si diceva lo apprezzavano molto. Un rosso deciso ma gentile, dicevano. Forte ma al contempo delicato.
Il sole ci si riconosceva, in quel succo d'uva così unico e inconfondibile. Perché era un po' come lui, aveva il suo stesso carattere.
Per questo era orgoglioso quando contemplava quei vigneti. Sapeva che il merito di tutto questo in parte era anche il suo.
La luna, quelle volte che si incontravano fugacemente in cielo all'alba e al tramonto, smorfiosa com'era gli ricordava che anche lei faceva la sua parte.

“Ricordati che il momento migliore per imbottigliare il vino è quando sono piena”


le diceva schernendolo affettuosamente, e che il tuo lavoro sarebbe inutile se poi non intervenissi io. Il sole le sorrideva timidamente, senza nemmeno guardarla negli occhi.
Era sempre stato innamorato di lei, ma non aveva mai avuto il coraggio di dirglielo. Si vedevano così poco, d'altra parte. Lui poi si preoccupava, a saperla in giro tutta la notte. Ma sapeva che era necessario, e sapeva anche che le sue parole erano vere.
Questo gli infondeva una gioia tenera e profonda, perché pensare che c'era qualcosa che facevano insieme gli regalava una sensazione bellissima.
Il sole, d'improvviso, si scosse da tutti quei pensieri. Guardare lì sotto, alle pendici di quelle montagne, gli faceva sempre uno strano effetto.
Gli uomini quella strana ebbrezza la chiamavano felicità.
Lui non sapeva che nome dargli, ma poco gli importava. Si rifugiò di nuovo dietro quel soffice grappolo di nuvole bianche. In attesa della sera, quando la luna avrebbe sfiorato i suoi tremolanti raggi arancioni passandogli nuovamente accanto.
Felicità, la chiamavano.

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