La ‘Pigna’, il tradizionale dolce di Pasqua

La Resurrezione si festeggia in ogni paese italiano con tradizionali dolci di Pasqua come la Pigna della Ciociaria.

La colazione al mattino della domenica, dopo l’avvenuta Resurrezione, segna la fine del digiuno della Quaresima ed è un momento importante. Tutte le famiglie che si ritrovano attorno ai propri sapori e a Pasqua le case tornavano a riempirsi dei profumi dei piatti della domenica.

Anche a Ceccano e nell'area dell'Amaseno si è tornati a festeggiare attorno ai piatti tradizionali come la famosa ‘Pigna’ il tradizionale dolce di Pasqua le cui radici si possono trovare nel Regno di Napoli.

La Pigna, infatti, è un dolce apprezzato soprattutto in quella parte della Ciociaria che un tempo faceva parte del Regno di Napoli. Solo in un secondo momento è stato conosciuto e consumato nella Ciociaria che faceva parte dello Stato Pontificio.

Per questo dolci simili si possono trovare in alte aree del sud e, ad esempio, la Pigna è conosciuta a Caserta con il nome di “casatiello”. Altre varianti simili sono la “pizza pasquale” in Toscana o la “pigna molisana pasquale” nel Molise.

A prima vista la Pigna ricorda la forma di un panettone ma, ovviamente, può cambiare forma in base ai nostri gusti. È un impasto semplice fatto di farina, uova, zucchero, lievito madre che viene creato attraverso la fermentazione dello yogurt oppure tramite un panetto preso dall’impasto del pane.

Di solito è senza ripieno ma ha un gusto particolare grazie ai vari aromi e all’accenno dei liquori della tradizione locale. Nelle diverse regioni si insaporisce in modo diverso: ad esempio mettendo l’uvetta, la vaniglia, i semi di anice, i canditi o altro.

In Umbria o nelle Marche si aggiunge del formaggio e la colazione di Pasqua si fa a base di pizza pasquale, salame, uova sode benedette, coratella d’agnello e mentuccia.

Per preparare una buona Pigna bisogna munirsi di olio di gomito e di tanta pazienza in quanto servono 4 giorni di lievitazione. Il vantaggio è che una volta cotto alla perfezione può conservarsi per oltre 40 giorni. Anzi, più passano i giorni e più si esaltano i sapori.

Negli anni della industrializzazione di massa e dell’abbandono delle terre, la ricetta di questo dolce era andata perduta a vantaggio delle colombe preconfezionate. Ma il ricordo è rimasto in quasi tutte le persone di una certa età. E’ uno di quei dolci fortemente radicato nella sua terra di origine.

Un gruppo di appassionati e studiosi ha recuperato le antiche ricette andando ad intervistare le anziane del paese e ripropone la Pigna secondo la tradizione Ciociara. Dosi e metodi di lavorazioni sono state così recuperate da giovani realmente appassionati del proprio paese e che vogliono tornare a fare i mestieri tipici della loro terra.
 

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Curarsi con il cibo? A Ferentino un panificio per voi

Internet è pieno di consigli su come curarsi con il cibo, su come mangiare sano e sui problemi del glutine. Ma trovare qualcuno a Ferentino che produce pane e pizza secondo i principi della Nutraceutica è una sorpresa.

A prima vista Gustoantico sembra un panificio qualsiasi e Luciano Sperati ha proprio l’aria di un perfetto panettiere vestito di bianco, con la cuffietta davanti ad un grande forno a legna.

Ferentino è ricca di storia ma non la avevo mai sentita nominare per il pane, così entro un po’ scettica in questa pizzeria portata da qualcuno che aveva promesso di stupirmi. Quando Lorenzo inizia a parlare tutto cambia e quando assaggio la sua pizza il mio orizzonte gustativo si allarga.

Come molte persone negli ultimi anni ho sviluppato una forte intolleranza al glutine e posso riconoscere alcuni prodotti da forno o paste che usano qualche farina che mi provoca immediatamente fastidi e non mi fa respirare bene.

Avevo già sentito del grano monococco e delle sue proprietà ma non ero preparata ad una visione olistica di tutto il processo: dalla coltivazione secondo la biodinamica fino alla chimica della digestione. Un fiume in piena e ho dovuto prendere appunti mentre Luciano Sprati  parlava di Alimentazione Nutraceutica o Funzionale.

Alimentazione funzionale significa scegliere il cibo non solo per i suoi aspetti nutritivi ma per il benessere che porta al nostro corpo. Questa definizione nasce in Giappone degli anni ’80 quando il ministero decise di contenere la spesa sanitaria promuovendo una alimentazione salutare. Un modo di curarsi con il cibo e prevenire alcune malattie.

Tutto parte dalla filosofia di Rudolf Steiner, che io conoscevo per la sua architettura antroposofica e per i metodi di insegnamento ai bambini. Steiner è considerato anche il padre della agricoltura biodinamica, ossia di come alcune piante collaborano in simbiosi per proteggersi e per nutrirsi.

Il segreto del mio pane è un lievito non alcolico che prendo dai Monaci di San Paolo, il sale rosa dell’Himalaya che contiene 84 elementi ed è privo di metalli pesanti e la farina che viene da grano coltivato secondo la biodinamica.

Anche per i dolci da forno che facciamo invece dello zucchero raffinato usiamo alcuni ingredienti particolari come lo zucchero di canna o la ‘stevia’, una pianta medicinale che va bene anche per i diabetici.

Curarsi con il cibo sta diventando una moda ma è innanzi tutto una necessità se vogliamo avere un corpo in salute e una mente concentrata su aspetti positivi. Se vogliamo custodire il pianeta per i nostri figli. Se vogliamo essere in armonia.

A sottolineare questo doppio aspetto della Nutraceutica, Luciano collabora con medici, con famosi oncologi e con lo chef stellato Antonello Colonna. Tutto il pane che serve lo chef stellato Antonello Colonna nei suoi pranzi viene fatto dalle operose mani e dall’amore di Mina e Luciano Sperati di Ferentino.

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Sgurgola donuts
Le 'Ciambelle Regina' di Sgurgola: i piatti della tradizione

Tutti i piatti tipici hanno una loro storia che incuriosisce e le Ciambelle di Sgurgola sono conosciute come la Ciambelle Regina per la loro particolare forma che ricorda quella di una corona.

Nella tradizione erano un piatto Pasquale che, con la sua farina bianca, segnava l’arrivo della primavera e della bella stagione. Erano come un auspicio pagano in cui la Resurrezione di Cristo si accompagnava con la Festa della Primavera e una scampagnate alla Badia.

La tradizione del pranzo sui prati della Badia di Sgurgola sembra risalire al mille, quando questa era ancora un convento di monache benedettine, ed è terminata nell’Ottocento quando una legge di Napoleone proibì le sepolture dei morti in casa e obbligò alla costruzione di cimiteri. Il cimitero di Sgurgola fu realizzato proprio nei pressi del convento e la badia divenne la chiesa del cimitero. Una scampagnata al cimitero non era certo in sintonia con lo spirito della festa!

Ma torniamo alla ciambella la cui lavorazione è piuttosto complessa anche per gli aspetti artistici della sua forma finale.

Come i moderni ‘cake designer’, infatti, le famiglie di Sgurgola preparavano con cura l’impasto dandogli forme diverse: la classica 'Corona' e due varianti per i bambini. Per le bambine venivano create le ‘Pigne’ una sorta di bambolette ornate con frange e pizzi, realizzati con la pasta, le cui mani stringevano uova sode. Per i bambini venivano preparati i ‘Torteri’, pasta ritorta a forma di ciambella con uova sode al centro.

La ciambella è dolce ma l’anice e il pizzico di sale le conferiscono un sapore che si accompagna bene anche con il salame e con il vino. Per chi non è Ciociaro (o almeno del centro Italia), la famosa Colazione di Pasqua è fatta con una pizza o torta, salame e uova sode a cui, in un secondo tempo, si è aggiunto il cioccolato.

La preparazione della ciambella iniziava due giorni prima e l’impasto veniva lavorato e lasciato a lievitare per 24 ore. Dopo il lungo riposo, l’impasto veniva modellato con le forme desiderate e lasciato a riposare ancora per altre 8-10 ore. A questo punto era pronto per essere ‘scottolato’ (bollito) e ripassato in forno.

La Ciambella di Sgurgola era così impressa nei ricordi di bambini che tutti gli emigrati cercavano di tornare al paese in occasione della Pasqua proprio per poterla gustare ancora una volta e ritrovare tutto il loro spirito giocoso.

I matrimoni di Sgurgola

Qual’è il mese migliore per sposarsi? Oggi pensiamo alla primavera e al sole ma una volta la vita era scandita dai ritmi della campagna e le coppie si sposavano a gennaio o a febbraio.

Per gli sgurgolani, infatti, il momento principale dell’anno era la vendemmia e dalla primavera ci si doveva prendere cura delle piante, dei raccolti e delle conserve. Tutta la vita era concentrata sul momento della vendita dell’uva e della uccisione del maiale dal quale si ricavavano le risorse per poter affrontare le spese dell’anno, la dote delle ragazze e il pranzo di nozze.

La famosa Festa dell’Uva nasce proprio dal bisogno collettivo di liberarsi dalle fatiche della coltivazione della vite e di celebrare insieme il raccolto e il futuro vino.

Poi c’era la stagione della raccolta delle olive e i mesi meno impegnati per un contadino sono proprio quelli invernali. Ecco perché nei registri del paese tutte le coppie si sposavano proprio a gennaio e febbraio.

Per l’occasione si preparavano i piatti migliori: Sagne con sugo di zampe e ‘ricaglie’ di pollo, Pollo con patate arrosto e le Ciambelle di Magro, quelle con vino, olio e farina.

Sagra delle Sagne

Le Sagne sono il simbolo della Ciociaria, una pasta con farina e uova che era tipica dei giorni di festa. Ancora oggi il 14 agosto a Sgurgola si festeggia la Sagra delle Sagne in cui questo piatto viene distribuito gratuitamente alla popolazione condito con il famoso ‘Sugo di Sgurgola’.

Le donne si alzano presto al mattino per preparare questo sugo con tre tipi di carne: manzo, maiale e salsiccia insaporiti dalla pancetta. Il sugo deve ‘pappleare’ (fare un borbottio) per almeno un paio di ore prima che l’olio salga in superficie e il condimento sia pronto.

I piatti per i giorni di lavoro

Nei giorni ‘normali’ il pasto era composto soprattutto da farina di granturco, polenta, condita con varie verdure dell’orto. Durante la primavera un piatto tipico erano fave sbollentate, ripassate in padella con il peperoncino e poi cotte direttamente con l’impasto della polenta.

Ma il mais si preparava anche a strati con le foglie di cappuccio (la verza) o preparato a forma di pallina sempre per accompagnare verdure. Questo piatto si chiama 'Maretozzo' e non è da confondere con il dolce di Roma.

Anche il pesce affumicato faceva parte della tradizione di Sgurgola e sono famosi i 'Frascategli con Saraghe e Pupernelle', ossia una spianata di polenta fatta con il grano, pesce affumicato e peperoncini piccanti.

Molti di questi piatti possono ancora essere gustati durante la famosa Sagra dell’Uva di Sgurgola cercando lo stand della signora Laura Pace che ha raccolto le ricette della tradizione locale e che con le amiche le prepara per il pubblico in occasione delle feste tradizionali. La ringrazio per le sue preziose ricette che gusterò alla festa e che proverò a rifare a casa!

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Un gelato indimenticabile

Cosa è un gelato indimenticabile? Con la mia lunga esperienza di ‘dipendenza cronica da gelato’ la risposta è una esperienza olistica.

Assaporare un gelato è un’esperienza. Mangiando un gelato ci regaliamo un momento di gioia. Quando andiamo in un bar a comprare un gelato siamo mossi dal desiderio di trascorrere un momento piacevole che possiamo imparare a portare ad un livello più elevato.

Possiamo entrare nella gusto e nella storia del produttore del gelato, perché alcune esperienze stanno diventando solo una ‘banale dipendenza’ e non ci soddisfano nel profondo. Dobbiamo imparare a scegliere il giusto gelato altrimenti cadiamo nella trappola del conteggio delle calorie e dei sensi di colpa.

Da molti anni ci siamo abituati ad un monopolio dei sapori, pochi marchi in tutta Europa in cui cambiano ogni anno i colori delle confezioni ma non il sapore. Edizioni limitate di sapori artificiali, preparati in bustine che hanno invaso anche molte gelaterie ‘mordi e fuggi’.

Eppure ieri mi sono regalata una esperienza indimenticabile. Sono andata a prendere il gelato da chi è tornato a farlo con il 'Latte Nobile' e con la frutta vera. Ho la fortuna di abitare non lontano dalla Fattoria La Frisona e di essere andata a visitarla per incontrare Andrea Colagiacomo.

Ho fatto un tuffo nel passato: profumi e panorami che sembravano quelli della mia infanzia. Una famiglia che si tramanda il sapere e l’amore per l’agricoltura e l’allevamento. La nuova generazione ha studiato ed è tornata a chiudere il ciclo produttivo fondando un proprio marchio e producendo prodotti di alta qualità: La Frisona.

Fanno parte dei migliori circuiti come Eataly, Slow Food e associazioni il cui nome è un tripudio all’amore: “Associazione Nazionale Formaggi Sotto il Cielo". Sono abituata a leggere le storie sulle riviste e non immaginavo di poterle vivere direttamente vicino casa.

Ho preso un loro gelato da portare a casa. ‘Latte Nobile’, che vuol dire proveniente da animali che pascolano prevalentemente nel prato, frutta presa da coltivazioni biologiche e preparata da loro a temperatura e pressione giuste, per non far perdere il nutrimento (a 80 gradi sottovuoto). E l’ultimo ingrediente è il sorriso delle persone che li preparano, che sanno di fare la cosa giusta.

La sera ci siamo gustati questo gelato sul terrazzo, con i profumi dell’estate e gli ultimi suoni della campagna. Un gelato indimenticabile per i sapori e le emozioni. Mi scorreva la storia della famiglia e il piacere di sentire il fresco sapore della vera frutta.

Non credo di poter tornare alla banalità. Mi sono informata e ci sono due bar a Segni e uno a Colleferro che hanno questi gelati. Provare per credere.

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A Città della Pieve tutto si chiama ‘Vannucci’

Tutto si chiama ‘Vannucci’ a Città della Pieve. Così anche il migliore albergo a 10 metri dal centro storico ha questo nome. Ma per chi conosce l’Inghilterra, entrare all’hotel Vannucci di Città della Pieve offre particolari emozioni.

Sono vissuta a lungo fra Chester e Londra da aver assorbito il loro spirito e quando ho varcato le soglie di questo albergo mi sono sentita due volte a casa: per lo stile e i colori inglesi con cui è arredata la hall e per la selezione italiana degli oggetti tipici. Non so definire che cosa mi ha lasciato questa sensazione: forse la scelta dei divani e la loro disposizione, i colori, il tono della luce, ma non mi ha sorpreso sapere che la proprietà è una coppia di Londra che si è innamorata di Città della Pieve tanti anni fa.

L’Hotel Vannucci fu in origine edificato nel 1887 da Re Vittorio Emanuele II con il nome di “Villa Mirafiori” e conserva ancora nella hall l'antica scala nobile in legno attraverso la quale si sale al primo piano.

E’ stato un fine settimana piovoso e così abbiamo eletto il Vannucci come ‘nostro ufficio temporaneo’ e abbiamo avuto modo di vivere una giornata in questo albergo vicino al caminetto acceso. Finito il lavoro, a tarda notte, un buon bicchiere di Sangiovese e quattro chiacchiere internazionali con il direttore.

Orlando è un italiano originario di Tricarico, la città della Basilicata famosa per il suo carnevale degli animali, che da ragazzo ha vissuto prima in Germania eppoi a Londra. Parliamo piacevolmente di scambi culturali e delle bellezze di conoscere il mondo e così inevitabilmente ci troviamo a raccontare dell’Australia e Orlando ci parla del Giappone e dei suoi tre matrimoni con la stessa donna.

Sua moglie Fumiko è giapponese e la sua famiglia è interculturale per definizione, i loro figli vivono fra culture diverse ogni giorno con gioia. Si sono conosciuti in Germania dove si sono sposati una prima volta secondo i riti e le regole del paese.

Ma la sorpresa per Orlando è stata quando è andato a conoscere la sua nuova famiglia in Giappone e si è ritrovato ad indossare il Kimono tradizionale e a vivere una seconda cerimonia nuziale nel tempio. Tutto era stato organizzato da sua moglie, che si occupa proprio di acconciature per i matrimoni giapponesi, che voleva seguire le sue tradizioni e celebrare il suo amore anche secondo le usanze giapponesi.

Il terzo e ultimo matrimonio è stato in Italia. Per chi conosce le tradizioni italiane e il calore delle persone del sud Italia (e in particolare della zona di Matera) sa che non era possibile pensare di privare la famiglia italiana del piacere di condividere la gioia della nascita di una nuova famiglia.

Una storia d’amore bellissima, raccontata con un profondo amore per la sua famiglia ma anche per il suo lavoro e per l’albergo che dirige. Grazie per la splendida serata e per l’accoglienza.

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Superbi sapori a Citta della Pieve

L’ultima volta che abbiamo visitato le colline di Città della Pieve, nell’Umbria profonda, abbiamo passeggiato lungo le vie e i vicoli su cui il Perugino camminava 500 anni fa. Questa volta abbiamo dormito all’Hotel Vannucci, leale omaggio al vero nome del Perugino.

L’ingresso è incorniciato da due imponenti pini romani, prato ben curato, alberi che aspettano di fiorire e un giardino arredato con “rocce” di vetro di colore celeste ricavate da grandi blocchi. E’ sufficiente dire che l’hotel ha tutte le caratteristiche di una signorile casa di campagna (quello che era in precedenza). Il salotto ha grandi soffici divani e un camino che riscalda il cuore.

Quando arriva l’ora di pranzo c’è da scegliere fra una varietà di diversi ristoranti a Città della Pieve, compreso quello dell’hotel, ma bisogna essere sicuri di fare la scelta giusta per poter vivere una vera esperienza Umbra. Abbiamo scelto il Ristorante Silvana.

Questa è la Val di Chiana (dal nome del fiume locale), l’area della carne Chianina, la migliore italiana. Era una giornata ventosa e, con i nostri scialli e cappotti che volavano con il vento, siamo arrivati a Piazza Matteotti. Proprio vicino la Chiesa del Gesù c’è un arco e un vicolo nascosto. Siamo entrati nel vicolo e senza esserne consapevoli siamo arrivati di fronte al Ristorante Silvana.

Siamo entrati attraverso una porta tradizionale da una apertura che forse è rimasta inalterata dal tempo in cui la chiesa è stata costruita alcune centinaia di anni fa. All’interno del ristorante si respira una intrigante aria di passato e il restauro del locale ha rispettato l’architettura originale dell’edificio antico. E’ esattamente quello che ti aspetti da un tradizionale ristorante umbro nel centro storico: mattoncini e soffitto con travi in legno.

Ci siamo seduti vicino ad un grande camino con la fiamma in un angolo ottimo per scaldare gli ospiti e, più importante, per alimentare la brace per la cottura dei cibi. E’ stato interessante osservare come veniva alimentato il camino. I pezzi di legno, ognuno lungo quasi un metro, venivano accuratamente lanciati sulla pira da un lato del camino ad una distanza di qualche metro dalla fiamma.

Silvana e suo figlio Manuel sono le forze che stanno dietro il successo di questo tradizionale ristorante umbro, preparano la pasta in casa e selezionano con cura erbe locali e la carne da offrire ai clienti.

Ogni cosa è fresca e di stagione e Manuel ci guida nella giusta scelta in sintonia con i nostri gusti. Abbiamo mancato di provare le doti di Manuel con la brace, ma abbiamo dato una opportunità alla cucina di provare le sue capacità scegliendo una pasta con carciofi e funghi e un piatto di “pici all’aglione” (la varietà locale di aglio).

I pici sono la pasta locale fatta a mano con farina e acqua che viene fatta direttamente la mattina prima del pranzo. Come secondo, uno di noi ha provato il coniglio grigliato, che ha annunciato il suo arrivo con un piacevole profumo seguito da un sapore che si combinava meravigliosamente.

Il suo potere sui miei sensi è stato interrotto solo dalle continue richieste di assaggio da parte dei miei amici di tavola. Come sempre ci siamo affidati al nostro ospite che ha selezionato il vino della casa, un sangiovese con merlot (non proprio un chianti) per il nostro piacere. Possiamo attestare che la reputazione di Silvana e Manuel rispetta le tradizioni: i sapori sono incredibili, il calore dell’attenzione e la qualità del cibo sono eccellenti.

Sarà interessante tornare in estate ad assaggiare le molte varietà di verdure locali che crescono nella campagna e nelle famose colline di Città della Pieve.

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Il Felcino: cavalcare in Umbria

Stavamo guidando lungo una strada sterrata nella pioggia cercando aree per cavalcare in Umbria. In un’area a confine fra Umbria, Toscana e Lazio ci siamo ritrovati nel mezzo del nulla in quello che un tempo era il Ducato di Salci.

Siamo passati attraverso uno stretto arco fra mura merlate e ci siamo ritrovati un una piazza rettangolare circondata da edifici. Questa era il centro del Ducato di Salci abbandonato totalmente da almeno 20 anni, da quando l’ultimo residente, il prete della chiesa di San Leonardo, è passato a miglior vita. E’ tutto in vendita e i cittadini di Città della Pieve sperano che si faccia avanti qualcuno che lo riporti all’antica gloria.

Alcuni chilometri oltre la strada sterrata e dopo esserci ricollegati alla strada per Fabro, siamo arrivati all’Agriturismo Il Felcino, una proprietà di circa 80 ettari conosciuta per le sue strutture equestri e per la varietà di passeggiate a cavallo che si possono fare in Umbria. E’ un centro regionale e ci sono ippovie che attraversano boschi, campagne e aree archeologiche.

Abbiamo guadato il torrente che scorre attraverso un piccolo sbarramento in cemento e siamo arrivati alle scuderie interne, idonee per circa 25 cavalli, e dotate di un campo di esercizio al coperto (ideale per questa giornata invernale umida).

La scelta del tempo è stata perfetta. I cavalli del centro vanno da un piccolo pony albino fino ad un grande Frisone “Bucefaliano”, una razza che originaria del nord dell’Olanda, dall’area Friesland. Questo grande cavallo di circa 1,80 al garrese aveva il tradizionale colore nero con una sola piccola stella appena visibile sulla fronte.

Questa razza si è sviluppata dai tempi dei Romani ed era conosciuta per la maneggevolezza durante le battaglie (per questo ho fatto riferimento al grande cavallo di Alessandro Magno).

Osservare questo Frisone mentre veniva cavalcato è stata una vera esperienza meravigliosa. La grazia di questo grande cavallo di appena 4 anni è stata più che impressionante, con una splendida andatura sia nel trotto lento che in quello veloce. Vedere questo cavallo galoppare nella campagna è ancora un sogno.

 

Siamo tornati al ristorante Il Felcino per pranzo, notando che il cuore di questo luogo è l’allevamento di Chianina, la bianca bestia dell’Umbria e dei dintorni sin dal tempo degli Etruschi. Le zuppe di verdure per la cucina crescono tutte nell’orto della fattoria.

Mente noi abbiamo scelto le zuppe locali e le salsicce fatte in casa con verdure grigliate, gli altri commensali avevano programmato un vero “pranzo della domenica”. Ho osservato con attenzione Giusy che cucinava un taglio di Fiorentina spesso quasi 4 centimetri.

La scelta della giusta brace è il segreto della cottura: dopo aver pazientemente selezionato i giusti tizzoni per ‘sigillare’ immediatamente il sapore della carne su un lato, il secondo ha bisogno di una brace meno potente. La bistecca (per quattro persone) è stata poi tagliata, per mostrare il cuore “al sangue”, eppoi ricomposta per essere servita ai commensali felici.

Tornando al mio del pranzo, non ho sofferto molto di gelosia è ho goduto del piacere di un delicato vino rosso della casa. La prossima volta abbiamo intenzione di trascorrere qui la notte così da prolungare il piacere del pranzo fino a sera senza la pressione dei seppur brevi 90 minuti di guida per tornare a Roma.

Il Felcino è particolarmente adatto per soggiorni di famiglie con appartamenti spaziosi in stile umbro - toscano.

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Street Culture of Sicily Eat and see it
Street Culture of Sicily  Eat and see it

Sicilia, terra di mare e di natura, ricca di luce e … creatività.

Una terra e un luogo antropologicamente complesso e nello stesso tempo affascinante: arte greca e romana, patrimonio bizantino e islamico, Barocco e tradizioni popolari non dicono tutto di lei.

Guardiamo al presente, almeno all’ultimo decennio, e scopriamo un mondo effervescente, moderno, che si esprime come “street culture”: in questa terra, la cultura di strada, accomuna arte e cibo.

Street food

Da qualche anno il cibo di strada (“street food”) è sulla cresta dell’onda, ponendosi come valida alternativa al fast food generico o ai prodotti industriali. E’ veloce, economico e godereccio, insomma al passo con le esigenze dei tempi moderni. Esistono siti specializzati e App per cellulare che aiutano a trovare il food track (di derivazione americana) più vicino! Per non parlare dei Festival che stanno prendendo sempre più piede nelle piazze italiane.

Pochi sanno che la Sicilia è, da sempre, terra per eccellenza di tale culto. Qui non è mai stata una moda, intesa come un evento che registri un apice e un declino. Infondo, arancini, cannoli, pane e panelle (frittella di farina di ceci) sono nati ben prima che lo street food facesse tendenza!

A seconda della zona i cibi di strada possono cambiare radicalmente. Camminare per i mercati di Palermo, o quelli di Pachino, con il naso all’insù immerge in mondi completamente differenti.

La Sicilia è stata abitata da oltre diecimila anni e svariate civiltà ne hanno calcato il terreno data la posizione strategica al centro del Mediterraneo. È così che i suoi piatti, e in particolare quelli semplici, da strada, risentono di influenze egiziane, fenice, greche, romane, bizantine, arabe, tedesche e spagnole.

Il sito americano VirtualTourist.com ha stilato la classifica mondiale delle dieci metropoli dove gustare il miglior street food. In questa classifica l’Asia fa la parte del leone e posiziona ben tre città sul podio (vince Bangkok seguita da Singapore e Penang). In quarta posizione Marrakech e subito dopo, udite udite, arriva Palermo! Il capoluogo siciliano è l’unica città europea nella top ten e l’unica città italiana a figurare nella classifica.

Insomma, street food sempre più di tendenza, e Sicilia, di conseguenza, sempre più centro di interesse.

Street art

Rimaniamo on the road, perché anche l’arte, in una Sicilia sempre più attenta alle nuove correnti artistiche, si muove su questo “suolo”!

La Street Art è una forma d’arte che si manifesta in luoghi pubblici, solitamente illegalmente (leggi il nostro articolo su Bansky), spesso come forma di critica (tentativo di abolire la proprietà privata). Il fenomeno del graffitismo urbano raggiunse il suo apice negli anni 90, influenzando anche altri settori della comunicazione, del marketing ed in generale il gusto di migliaia di persone.

Verso la fine degli anni duemila, il movimento ha preso strade diverse e si è ormai in parte istituzionalizzato nella relazione con le municipalità, musei e gallerie con le quali spesso coopera.

Questo è ciò che sta avvenendo anche in Sicilia: a Giardini Naxos, su cui si affaccia Taormina, ogni anno si svolge Emergence - International Urban Actions Festival - con artisti provenienti da tutta Europa. A Catania, nel cuore del quartiere Civita, si staglia un enorme dipinto tra i muri vecchi e malconci della zona. A realizzarlo, nel 2010, è stata Microbo, una street artist conosciuta in tutto il mondo ma che ha mosso i primi passi proprio qui.

A Ragusa, si è svolta nell’estate 2015 FestiWall, manifestazione voluta dall'Assessorato alla Cultura che ha visto impegnati cinque artisti, tra i più grandi nomi della Street Art internazionale, su cinque mura cittadine. Il progetto è nato dal desiderio di riqualificare la città attraverso l’arte pubblica.

La Street Art si pone quindi, in questo contesto e speriamo sempre di più, come strumento in grado di contrastare la quotidiana e impercettibile "assuefazione al brutto" che il cemento ha portato.

Street Culture: la cultura che nasce dalla strada, che si tratti di cibo o di arte, mantiene la spontaneità e la durezza delle sue origini. E’ bella perché è irriverente ma sa anche dialogare, è imprevedibile e stupefacente…

Nella foto: STREET ART SILOS ideato in esclusiva per I ART da Emergence. Un’azione pittorica Site Specific che trasformerà il gruppo dei Silos del Porto di Catania in un vero e proprio monumento del XXI secolo.

Ph Scattando Catania

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