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Salsiccia e Broccoletti: Salsiccia al coriandolo di Monte San Biagio e chiacchietegli di Priverno

La salsiccia della nonna! Effettivamente questa ricetta di Salsiccia e Broccoletti è uno dei cavalli di battaglia di tutte le nonne del basso Lazio, da Latina a Frosinone fino a Cassino.

Storicamente sembra nato tra Monte San Biagio e Priverno dove si producono due prodotti tipici e riconosciuti come vere eccellenze gastronomiche: la salsiccia al coriandolo di Monte San Biagio, che risale addirittura al periodo delle scorribande saracene, e i broccoletti di Priverno, conosciuti in questa zona come "chiacchietegli".

Prima di raccontare la ricetta e una sua reinterpretazione facciamo un breve accenno alla bellezza dei luoghi da cui provengono queste eccellenze.

Monte San Biagio è all’interno di una delle ultime sugherete dove un tempo venivano allevati i maiali. Ha una storia molto antica e nasce sul luogo dove i romani sconfissero Annibale, il famoso generale cartaginese che voleva conquistare Roma.

A Monte San Biagio passava l’antica via Appia ed era un paese di confine fra lo Stato Pontificio e il Regno delle due Sicilie: si può visitare la Portella, l’antica dogana. Nel borgo ancora circolano molte storie sui briganti che vivevano su queste montagne.

Alla salsiccia è dedicata una sagra la prima domenica di marzo.

Priverno, nella valle dell'Amaseno, è uno dei più suggestivi borghi del Lazio. L’antica città pre-romana e romana si trova in pianura mentre il borgo medioevale si trova su un vicino colle. Qui la Regina Camilla dei Volsci combatte contro i Troiani di Enea secondo la storia raccontata da Virgilio. I molti reperti ritrovati si trovano nello splendido Museo Archeologico proprio nella piazza principale del borgo antico.

Nella piana si trova uno dei capolavori dell’arte sacra: l’Abbazia di Fossanova con tutto il suo villaggio medioevale. La chiesa era nata su una villa romana ed è stata consacrata intorno al 1200 e affidata ai monaci cistercensi.

I broccoletti sono coltivati vicino l’Amaseno: a loro è dedicata una sagra a febbraio.

La semplicità della riuscita, nel caso di questa nostra reinterpretazione, sta nel fatto che si basa su cotture veloci e pochissimi passaggi.

LA RICETTA

- per la salsiccia: rosolate la parte esterna delle salsicce fino a doratura, quindi sfumate con del vino bianco. Abbassate la fiamma al minimo e fate cuocere per 10 minuti con il coperchio. Controllate se è il caso di aggiungervi un po’ d'acqua.

- per i broccoletti: portate a bollore una pentola con 4 dita d'acqua e immergetevi i broccoletti ben mondati e lavati. Cuocete 5 minuti, quindi scolate e raffreddateli con un po’ di acqua fredda.
- per la crema di patata al pepe nero: stufate una patata finché non sarà molto morbida e frullatela aiutandovi eventualmente aggiungendo un filo d'olio o un po' d'acqua per darle la giusta consistenza, e del pepe nero a piacimento.
- per la salsa di sugo di cottura delle salsicce: fate restringere fino alla densità di una glassa il liquido di cottura delle salsicce.
- per la crema di broccoletti: frullate i broccoletti  aiutandovi eventualmente aggiungendo un filo d'olio o un po’ d'acqua per darle la giusta consistenza.

PER L'IMPIATTAMENTO

Su di un piatto piano mettete le tre salse aiutandovi con un cucchiaino e, colandole da 5/6 cm di altezza, disegnate dei cerchi. Adagiatevi la salsiccia e le foglie di broccoletti a piacimento.

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Birra del Borgo Day: a Borgorose va di scena il gusto

Ogni anno a giugno torna la festa che coinvolge un numero eccezionale di birre e birrai da tutto il mondo, chef e artigiani del cibo, musicisti e artisti internazionali per tre giorni di birra, cucina, visite guidate, musica e laboratori.

A giugno va in scena il Birra del Borgo Day, il grande appuntamento estivo dedicato a birra, gastronomia, arte, musica e socialità nato per veicolare una nuova idea di birra.

Borgorose nella Valle del Salto fra Lazio e Abruzzo per qualche giorno diventa la ‘capitale della birra’ con il Birra del Borgo Day. Il festival è nato nel 2005 attorno ad uno dei ‘birrifici’ più originali e attivi con la partecipazione di tante realtà che da anni collaborano con il birrificio.

I padroni di casa, quindi, sono la Birra del Borgo che allargano gli spazi del proprio birrificio per la tradizionale scorpacciata di lieviti e luppoli di inizio giugno. Una tre giorni spumeggiante all'insegna del gusto, immersi nel verde della splendida villa comunale.

Gli appassionati avranno l'occasione di degustare i pregiati prodotti di Birra del Borgo, frutto di una costante ricerca basata sulla passione e sulla sperimentazione, affiancata da 130 spine, simbolo di birrifici storici e di piccoli produttori, a rappresentanza di 30 birrifici dall’Italia e dal resto del mondo.

Birre prodotte con estro e fantasia, stili classici e moderni, birre con la frutta, fermentazioni miste e tanto altro, un’ampia selezione di tutto ciò che il panorama brassicolo può offrire.

In abbinamento un'invitante offerta di degustazioni ‘food’ frutto della collaborazione tra diverse realtà gastronomiche d'eccellenza, ormai affezionate al luogo ed alla festa. La novità più attesa è il progetto "Pane", un prodotto frutto di uno studio approfondito su farine, impasti e lievitazioni.

Ampio spazio anche agli appuntamenti legati alla gastronomia con particolare attenzione ai formaggi, ostriche e con un approfondimento sulle nuove frontiere di un classico abbinamento italiano: pizza e birra.

Tra seminari e laboratori, non mancheranno le imperdibili cotte pubbliche e le visite guidate nel birrificio di Spedino e nel vecchio Collerosso, destinato alle fermentazioni spontanee.

Il Birra del Borgo Day cresce e si afferma anche come festival musicale per sottolineare quanto birra e musica rappresentino un binomio inscindibile. Nell’aria di Borgorose si respirano le emozioni live e l’energia di grandi artisti italiani come Giuliano Palma, i Meganoidi, Giancane, i Joe Victor e molti altri.

Il Birra del Borgo Day sarà anche un festival a misura di famiglia grazie ad un grande spazio aperto dedicato ai bambini.  La birra chiama a sé la gastronomia, l’arte, la musica, per dimostrare che la contaminazione è sempre possibile quando ispirata dalla qualità.

Una nuova idea di birra si sta diffondendo, il Birra del Borgo Day vuole provare a raccontarvela. Un luogo per tutti, un inno allo spirito di aggregazione e celebrazione delle eccellenze locali e non solo.

Un modo per passare un fine settimana nella Valle del Salto e conoscere i piccoli borghi come Borgorose dove coraggiosi e intraprendenti innovatori sperimentano agricoltura e trasformazioni originali, come la produzione di birra, che in poco tempo si affermano per la loro qualità e originalità.

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Profumi di vino e di erbe officinali per scoprire nuovi sapori

Avete presente quando un sommelier descrive un vino con tutti i suoi profumi e le diverse sfumature di gusto nel palato? Riuscite sempre a capire quello che vuole comunicare?
Spesso gli esperti hanno una varietà di profumi e di gusti più ampia della nostra perché hanno anche una conoscenza delle erbe e delle piante maggiore della nostra.
La fretta e la grande distribuzione ci hanno abituato a pochi sapori e poche spezie che usiamo sempre in modo quasi automatico nei nostri pranzi quotidiani. Eppure c’è un mondo di erbe da scoprire (o riscoprire) per poter entrare in una dimensione di gusto più appagante.
Questo è quello che è successo a Colleferro in una manifestazione organizzata da Stella Camilli della Bottega del Vino, una enoteca specializzata nel proporre piccole produzioni di qualità, l’Officina Botanica, un vivaio che propone una grande varietà di erbe officinali e la Norcineria Cesqui, che seguendo una tradizione secolare propone salumi fatti a mano.
L’invito era riservato agli appassionati di vino che intendevano iniziare un percorso di sapori ed è stato guidato da una enologa e dal famoso sommelier Luciano Mallozzi, presente in famosi programmi televisivi. Oltre ad essere un esperto di vino, Luciano è stato un vero affabulatore capace di incantare la platea con le sue storie.
“Ogni vino racconta una storia e una degustazione è come leggere un romanzo in dialetto, ogni regione e ogni paese ha il suo dialetto che regala una profondità e una esperienza unica”.
I vini presentati sono stati una selezione della Casa Vinicola Frescobaldi e in particolare dalla Tenuta Pomino a confine fra Toscana ed Emilia Romagna. Uno dei vini è stato chiamato Benefizio per ricordare l’antica dogana del Regno Toscano dove bisognava dare ‘un fiorino’ per poter passare. Tante le storie attorno alla tenuta Pomino che hanno accresciuto la nostra attenzione e che non dimenticheremo facilmente.
L’esperienza gustativa è partita da ‘Leonia’, un brut rosé che sapeva di freschezza e che profumava di pompelmo, lime, mandorle tostate ed erbe come la limoncina e il timo. Luciano Mallozzi riusciva a sentire anche il profumo della magnolia che si trova all’inizio di questa parte del vigneto di uve Chardonnay in alta quota.
Leonia è stata la donna che ha avviato la produzione di vino ‘moderno’, seguendo lo stile francese di scegliere le viti da pressare per ogni tipo di vino e non mischiando tutta la produzione. Nell’Ottocento in Italia questo era un concetto rivoluzionario ma Leonia era di origini Toscane ma nata e cresciuta in Francia dove aveva imparato il loro stile di vinificazione.
Tornata in Italia dopo aver sposato un marchese Frescobaldi, Leonia ha subito cambiato lo stile di Pomino e avviato quella che oggi è una delle maggiori imprese Toscane e Italiane. E lo e spumante con metodo classico non poteva che essere dedicato proprio a lei.
Anche il secondo brut bianco è dedicato a Leonia e viene fatto con uve di Pinot Nero che profumano di uva fragola. Qui abbiamo sperimentato il profumo dell’Artemisia, l’erba che aveva affascinato una intera generazione di poeti. Una pianta chiamata ‘erba santa’ per i suoi poteri terapeutici ma anche una ‘erba maledetta’ quando distillata e abusata dai ‘poeti maledetti’ come Baudelaire e Rimbaud. Una sua varietà è anche una delle erbe che da sapore alla Coca Cola.
Concludiamo questa storia, che però continuerà in altri assaggi, con l’ultimo dei profumi provati: quello della produzione della Antica Norcineria Cesqui che dal 1890 lavora le carni di maiale in modo artigianale realizzando una varietà particolare di insaccati.
La maestria delle ultime generazioni ha aggiunto un tocco di intraprendenza aggiungendo profumi e spezie che rendono unica la loro produzione. Perfetta per una esperienza sensoriale e tutti siamo tornati a casa con un ‘pezzo’ della loro storia da provare con gli amici.
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La strada del vino Cesanese del Piglio DOCG

Benvenuto, sei sulla Strada del vino Cesanese!

Siamo nell’angolo più settentrionale della Ciociaria, in un paesaggio verdeggiante tra colline e monti dai profili a tratti rocciosi. Qui viene prodotto il Cesanese del Piglio, un vino dalla storia vitivinicola millenaria che dagli antichi romani è arrivata fino ai nostri giorni.

È una zona riparata dal Monte Scalambra e dalle colline di Paliano, Serrone, Anagni e Acuto. Grazie alle tradizionali tecniche di coltivazione tramandate nei secoli, affinate nell’epoca moderna e contemporanea dal progresso scientifico, il vino Cesanese del Piglio, già DOC nel ‘73, dal 2008 è l’unico vino rosso laziale ad aver ottenuto la Denominazione di Origine Controllata e Garantita (DOCG).

Il vino Cesanese del Piglio Docg è ottenuto da due vitigni autoctoni: il Cesanese d’Affile (più pregiato) e il Cesanese comune, varietà dalle origini sconosciute ma da sempre presenti nelle campagne della provincia.

La leggenda narra che fu un adolescente di Piglio a trafugare, nottetempo, tale vitigno e a impiantarlo sul territorio. La zona di produzione si estende nei territori di Piglio e Serrone, e parte del territorio di Paliano, Anagni e Acuto. I vigneti si trovano nelle campagne dei paesi succitati a circa 500 metri slm, in terreni poco scoscesi (pendenza 10%), un’area che si estende per circa 15000 ettari.

La geologia collinare dell’area di produzione, e l’esposizione a sud-ovest, permettono una buona esposizione dei filari e concorrono a determinare un ambiente arioso, luminoso e con un suolo naturalmente sgrondante dai ristagni d’acqua. Nonostante la presenza di sottosuoli calcarei, i suoli risultano poveri di ferro. Sono quindi terreni poco adatti allo sfruttamento intensivo, ma adatti a una vitivinicoltura di qualità.

I vigneti sono esposti a un clima caratterizzato da una buona temperatura media annuale, con scarse piogge estive e aridità nei mesi di luglio e agosto quando il frutto comincia a maturare. Inoltre ricevono un’ottima insolazione nei mesi di settembre e ottobre, che consente alle uve di maturare lentamente e completamente.

Il vino Cesanese del Piglio DOCG ha un colore rosso rubino con riflessi violetti. Presenta un odore intenso con sentori floreali e fruttati (bacche e drupe), un sapore morbido, secco, dal retrogusto gradevolmente amarognolo. Il Cesanese del Piglio Docg va degustato a una temperatura di 16/18 gradi. Si abbina molto bene ad agnello e carni rosse arrosto e in particolare ai piatti tipici della cucina romana.

Esistono 3 tipologie di Cesanese del Piglio DOCG: Base, Superiore e Riserva. 

La tipologia Superiore ha le stesse caratteristiche del Cesanese del Piglio base, ma presenta una gradazione alcolica minima di 13° rispetto ai 12° della versione base. Inoltre può essere messo in commercio a partire dal primo luglio dell'anno successivo alla vendemmia (febbraio per la versione base).

Se sottoposto a un periodo di invecchiamento non inferiore a 20 mesi può fregiarsi del titolo di Riserva.

Il Consorzio di Tutela del Cesanese del Piglio si occupa di valorizzare e diffondere la conoscenza di questo vitigno autoctono, che si sta affermando come tra i più interessanti e promettenti del centro Italia.

La Strada del vino Cesanese contribuisce a fornire interessanti itinerari per gli appassionati di enoturismo, che permettono di scoprire le bellezze del territorio e di degustare ottimi vini.

C’è una grande dedizione da parte dei coltivatori al loro Cesanese, cresciuto e allevato come se fosse un figlio. C’è la passione di far uscire dai vigneti un vino sempre migliore. Anche i piccoli viticoltori che lavorano nel vigneto non hanno mai abbandonato la loro piccola produzione. C’è un attaccamento alla terra e a questo storico vitigno.

Dopo un’accurata vendemmia e un’attenta vinificazione, il vino riposa in piccole botti di rovere. L’affinamento in bottiglia permette di completare la maturazione, restituendo un vino di colore rosso rubino, intenso, strutturato con tutti i profumi che questo vitigno sa offrire.

Stiamo parlando del Cesanese del Piglio Docg, segnatevi questo nome e… buon assaggio!

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La lunga storia della Festa della Fragolina di Nemi

Coloratissime e gustose, le fragoline di bosco vantano una origine antica e misteriosa collegata alle pene d’amore e celebrate ogni anno nella famosa festa della fragolina di Nemi. Crescono nascoste nel bosco della cittadina di Nemi, noto comune sull’incantevole lago dei Castelli Romani, e si celano tra cespugli e alberi fino alla loro completa maturazione.

La storia di questa fragola è legata al Nemus Nemòris, il bosco sacro della dea Diana, dea della caccia e dea dei boschi, che oggi si trova fra il paese di Nemi e il piccolo lago. Il mito racconta dell’amore nato tra Adone e Venere, dea dell’amore e della bellezza, e della gelosia di Persefone.

Questa era una dea minore degli inferi sposa di Ade, indiscusso sovrano dell’oscuro, che gelosa e irritata dal comportamento amoroso di Venere nei confronti del ragazzo chiese aiuto a Marte. Il dio della guerra infuriato si trasformò in cinghiale e durante una battuta di caccia uccise il conteso ragazzo.

Le lacrime di disperazione di Venere a contatto con il sangue di Adone si trasformarono in piccoli cuori rossi da cui nascono le fragoline di bosco.

Questo mito ha portato ad una festa in onore di Adone che è poi stata in qualche modo ripresa dalla festa di Sant’Antonio da Padova il 13 giugno. Per questo a Roma in Piazza Campo de' Fiori le ‘fragolare’ (le raccoglitrici di fragole) preparavano un canestro con la statua del santo e intorno vi adagiavano cestini di fragole che poi distribuivano ai passanti. La festa è celebrata in alcuni dipinti dell’epoca.

Nel 1922 la festa è stata trasferita a Nemi dove, nella prima domenica di giugno, ragazze di ogni età con indosso gli antichi costumi tradizionali (gonna rossa, bustino nero, camicetta bianca e la mandrucella in testa), percorrevano le strade del paesino distribuendo le fragole.

La festa delle fragole era stata spostata a Nemi perché questo era uno dei centri di coltivazione di una delle specie più gustose: già nel 1877 negli Atti dell’Inchiesta Parlamentare Jacini, le fragoline di bosco di Nemi erano inserite fra i prodotti tipici.

Forse per il microclima del lago, forse per i terreni vulcanici, forse per le caratteristiche dell’acqua, la fragola di Nemi ha un gusto particolare e unico, è ricca di vitamina C, calcio e fosforo, e oggi è un prodotto IGP – Indicazione Geografica Protetta. Dai boschi negli anni ’50 inizia una vera produzione agricola.

La festa della fragolina di Nemi si svolge all’insegna dell’allegria con concerti, cortei di sbandieratori e degustazioni con uno straordinario spettacolo pirotecnico sulle rive del lago vulcanico. Accanto al frutto si svolge anche una Mostra dei Fiori: i fioristi locali abbelliscono con le loro creazioni alcuni scorci del centro storico.

Nella tradizione popolare alla fragola erano attribuite delle virtù magiche. Si dice che per evitare il morso dei serpenti si dovessero raccogliere le foglie il 24 giugno, farle essiccare al sole e realizzare con esse una cintura. Questa, indossata, avrebbe tenuto lontano i serpenti. Infatti un tempo, la fragola, era simbolo di purezza in quanto, mentre cresce nel terreno ed è continuamente schiacciata dalle serpi, essa si mantiene pura e non si imbeve delle spregevoli velenosità di questi animali.

Anche in America esistono particolari legende legate a questo frutto e tra gli indiani dell’Ontario era diffusa la credenza secondo la quale quando un uomo muore il suo spirito resta vivo ed entra nel paese dei morti vagando finché raggiunge un’enorme fragola. Se l’anima gusta questo frutto dimentica il mondo dei vivi, se invece non lo tocca ritorna sulla terra.

Tornando a Nemi, per decenni la coltura delle fragoline di bosco ha riempito di fiori, di profumi e di canti l’intera conca del lago grazie anche alla realizzazione di un caratteristico sistema di terrazzamenti in pietra. Oggi accanto a quella tradizionale di bosco, che matura a maggio e giugno, si coltivano quelle rifiorenti che danno frutti fino all’autunno e quelle tradizionali più grandi.

A Nemi le ‘lagrime di Venere’ si possono gustare con una bella vista sul lago con lo sguardo che arriva al mare o passeggiando sui terreni dove hanno camminato imperatori come Caligola che si era fatto costruire una ‘villa galleggiante’ proprio sul lago che oggi è visibile nel Museo delle Navi di Nemi. Ma si possono anche bere con un particolare infuso chiamato il Fragolino di Nemi.

Tutte le scuse sono buone per lasciarsi andare alle tentazioni.

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Lo slow food per eccellenza: il ruolo della lumaca nella Cucina popolare Italiana

In Italia c’è una particolare tradizione gastronomica legata al consumo di lumache di terra che attrae molti buongustai soprattutto nella tarda primavera e in autunno.
Le lumache sono un piatto diffuso per lo più in Francia, dove sono conosciute con il nome “escargots”, che tradotto in italiano significa chiocciola. La differenza tra questi due molluschi è che l’escargots francese hanno dimensioni leggermente più grandi rispetto a quelle itaiane, che nonostante ciò rimangono imbattibili per il loro unico sapore.
In Italia le lumache sono state apprezzate sin dal periodo romano e poi hanno costituito un piatto tradizionale della cucina contadina. Per anni hanno fatto parte delle tradizioni locali mantenute in vita nelle famiglie di ogni regione.
Oggi sono entrate di diritto in alcuni piatti dell’alta cucina grazie anche a programmi come Masterchef, il famoso talent show culinario seguito in tutto il mondo, che hanno fatto conoscere prelibatezze come le ‘uova di lumaca’ che fanno concorrenza al pregiatissimo caviale di Storione. Un modo di rivisitare le tradizioni italiane con una nuova esperienza gustativa.
In Italia, l’allevamento di lumache, chiamato elicicoltura, ha come obiettivo quello migliorare e selezionare la varietà di molluschi per assecondare i nuovi gusti dell’alta cucina. L'allevamento biologico si fa all'aperto in modo che la lumaca si nutra delle erbe particolari del luogo e assorba i profumi e le essenze speciali. La raccolta delle lumache avviene soprattutto dopo le piogge. In Francia, invece, si preferisce l'allevamento in serra, indubbiamente più artificiale e meno naturale e la raccolta si può fare in ogni momento dell’anno.
Le ricette della tradizione:
Nel nostro paese la lumaca è apprezzata in ogni regione ognuna delle quali ha una sua ricetta base per cucinarla. In generale al centro sud vengono preparate in umido, con o senza pomodoro ma con peperoncino a scelta, e accompagnate da pasta o pane.
In particolare il pane deve avere alcune caratteristiche per esaltare il sapore del sugo e si preferisce un pane cotto nel forno a legna e prodotto con grani della tradizione locale. Nell’area a sud di Roma è molto rinomato il pane di Lariano, che ha anche un riconoscimento regionale per il metodo con cui viene prodotto.
Nelle regioni del nord, le lumache vengono trifolate, ossia cotte con un soffritto di aglio, cipolla e vino bianco, e gustate con della buona polenta di mais preparata con selezionato granturco locale.
Ricordiamo che prima di essere cucinata la lumaca deve subire un lungo trattamento dove viene spurgata, vengono eliminate le impurità, e poi precotta.
 
Dove gustare i piatti della tradizione?
In Italia la lumaca viene celebrata in diverse sagre e una delle più conosciute è quella di Valmontone a sud est di Roma. Nel mese di giugno, in corrispondenza della notte di San Giovanni, in località Colle San Giovanni, si svolge ogni anno la tradizionale sagra della lumaca che richiama buongustai da Roma e dal circondario.
L’evento si prolunga per cinque giorni e si svolgono tornei, giochi popolari, spettacoli musicali e la classica degustazione dei piatti tipici.
Ciò che differenzia questa sagra dalle altre è la sua unicità nel combinare divertimento e gastronomia in un tutt’uno. Le lumache al sugo vengono accompagnate dal pane di Lariano e servite in tradizionali piatti di coccio che vengono portati via come ricordo dai partecipanti. Una gioia per i buongustai e per i collezionisti.
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Per me il carnevale è sempre stato un giorno lungamente atteso, e l'attesa cresceva esponenzialmente con l'avvicinarsi della data dei festeggiamenti.
Il perché una persona, specialmente quando si è bambini, ama questa giornata di festa è presto detto: è un giorno di pura goliardia e divertimento dove quasi si annullano preoccupazioni e impegni per festeggiamenti spensierati e all'insegna dello scherzo. Ma oltre ai colori, agli scherzi e ai costumi, c'è un altro ricordo, un'altra peculiarità di questo giorno di festa che mi ha sempre fatto amare il carnevale.
Si tratta dei dolci.
I dolci che da sempre mi hanno accompagnato durante questa giornata sono le chiacchiere (le frappe come le si chiamano a Roma), un dolce leggero e goloso, dolce e croccante, che potresti mangiare in grandi quantità per la loro bontà. Insieme a queste poi, c'è anche la varietà ripiena, dove con il ripieno ci si può sbizzarrire. Oggi vi propongo queste due ricette, così come ce le tramandiamo di genitore in figlio da innumerevoli generazioni.
Buon carnevale, e ricordatevi: a carnevale ogni scherzo vale!


Per la ricetta delle chiacchiere


 
Per prima cosa mettete fuori dal frigo 40gr di burro e lasciate che si ammorbidisca a temperatura ambiente. Ora amalgamate 500gr di farina 0 insieme a 5gr di lievito in polvere in una ciotola capiente. Aiutatevi mescolando con una forchetta per far sì che il lievito si mescoli adeguatamente alla farina.
Unite ora 80gr di zucchero e 4 uova (3 intere e un tuorlo) e un cucchiaino di sale. Dovrete raggiungere una consistenza liscia e morbida, al punto da potervi affondare senza difficoltà un pollice.
Lasciate riposare l'impasto avvolto nella pellicola a temperatura ambiente (non superiore ai 22°, altrimenti il burro potrebbe separarsi e renderebbe difficile stendere l'impasto) per 1 ora.
Trascorso questo tempo dividete l'impasto in 5 porzioni e tiratelo con il mattarello fino a raggiungere uno spessore quanto più fino possibile, arrivando ad uno spessore di 2/3 mm.
Per tirare la pasta cospargete di farina un piano di lavoro quanto più liscio possibile (una spianatoia di legno sarebbe l'ideale) e infarinate anche il mattarello.
L'ideale sarebbe usare un tirapasta regolabile. Una volta tirata la pasta tagliate dei rettangoli con la rotella dentata (5x10cm ad esempio) e lasciate riposare ancora una decina didi minuti. Intanto riempite un pentolino di olio per fritture (semi di arachide o alto oleico sono i migliori, poiché hanno un alto punto di fumo) e portate a 150/160 gradi.
Ora potete immergervi i vostri rettangoli di pasta e friggeteli per 3 minuti (attenzione a non immergervene troppe altrimenti potrebbe strabordare l'olio), dopodiché scolateli su carta assorbente e ultimate cospargendoli con dello zucchero a velo.



Per le bugie (chiacchiere ripiene)


 
Usando lo stesso impasto della ricetta per le chiacchiere dividetelo sempre in 5 porzioni e stendetelo fino a raggiungere uno spessore di 2/3 mm.

Ora però dividetelo in quadrati di 8x8 cm e su una metà mettete un cucchiaio di crema pasticcera (o del ripieno che preferite, marmellate o creme). Ripiegate il quadrato di pasta e passate la rotella dentata sui 3 angoli "aperti".
In questo modovi ritroverete un rettangolo ripieno di crema con tre lati dentati. Fate riposare dieci minuti in frigo e friggete in olio caldo (150/160°) per 3/4 minuti, finché non cambieranno colore, imbrunendo e arrivando ad un color rame.
Scolatele le chiacchiere ripiene su carta assorbente e cospargete di zucchero a velo.
 
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“Chi su magna la Ciammèlla i chi strilla «Avìva Saròcco»”

La processione di San Rocco è una tradizione di origine antichissima che si tiene almeno fin dal 1565 a Patrica, un incantevole borgo sui Monti Lepini.
La statua del Santo, di probabile origine cinquecentesca, è ornata da una pregevole veste in argento donata dagli emigrati patricani ad inizio ‘900 e viene portata in processione sulla sua macchina il 16 agosto di ogni anno. Al suo passaggio la gente e coloro che seguono il corteo urlano di tanto in tanto "Avìva Saròcco!” (Evviva San Rocco!)
Il corteo si snoda in un percorso molto suggestivo tra le impervie viuzze del centro storico ed è frequentato ancora oggi, da donne a piedi scalzi che portano grandi ceri accesi come voto. Sono l’ultima “traccia” che resta di un’usanza che vedeva le donne seguire la processione in ginocchio e con grossi cesti carichi di ciambelle sul capo.
Un tempo, al termine della processione, le famiglie nobili di Patrica si occupavano della distribuzione al popolo dei “Maccarùni dulla flebba” (maccheroni della plebe), conditi con sugo al pomodoro.
Altra usanza sentita ancora oggi, è la distribuzione al termine del percorso delle tradizionali ciambelle benedette di San Rocco, che vengono donate prima ai portatori della macchina con il Santo e poi alla popolazione.
Nel corso dei secoli, dietro a questa usanza è nato il celebre detto, oggi diffuso in tutta la Ciociaria, “Chi su magna la ciammélla i chi strilla «Avìva Saròcco»”, che ha origine proprio da ciò che accadeva tra i vicoli di Patrica durante la processione di San Rocco (La storia di San Rocco).
Le donne delle file più lontane del corteo processionale, meno in vista di quelle poste all’inizio che dovevano urlare “Avìva Saròcco”, potevano permettersi di mangiare di tanto in tanto qualche boccone delle ciambelle che portavano nei cesti.
Il modo di dire si riferisce quindi a due persone che prendono parte alla processione ma con differente fatica e impegno. Oggi il detto è usato spesso in senso negativo per fare riferimento a persone che ricoprono cariche pubbliche ma sono più concentrate nel loro possibile tornaconto più che sull’impegno e la ciambella sta quasi a simboleggiare quella sorta di benessere nelle mani di pochi.

Ciammèlla du Saròcco (Ciambella di San Rocco)


E’ una grossa ciambella fatta con latte, uova, zucchero, anice e lievito di birra, vino, sambuca e cannella. Viene cotta in forno e questo le aggiunge un particolare sapore.
Secondo la tradizione, le ciambelle vengono benedette in chiesa durante la Festa di San Rocco e distribuite ancora oggi alla fine della processione del 16 agosto di ogni anno, la giornata dedicata al santo protettore della peste e di altre malattie.
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