I misteri negli affreschi della chiesa di San Sebastiano e Rocco di Acuto

La chiesa dei Santi Sebastiano e Rocco si trova all’ingresso del paese di Acuto, in Ciociaria, e racchiude tesori artistici e misteri.

Risale al XII secolo e venne intitolata inizialmente a San Sebastiano, protettore contro le malattie e le epidemie. San Rocco è stato poi aggiunto come santo protettore dalla peste. Anche in ragione di trovarsi sulla via Francigena, divenne per i viandanti un posto dove riposarsi.

Al suo interno si trovano cicli di affreschi del 1500 e 1600. Non si può affermare con precisione chi abbia gestito la chiesa, ma entrando si possono ammirare quattro croci patenti di colore rosso inscritte in una circonferenza, simili a quelle visibili in altri edifici sacri appartenute all’Ordine monastico–cavalleresco dei Cavalieri Templari.

All’interno della chiesa è conservata un’acquasantiera a forma di testa di elefante che trova collegamenti con l’Africa e l’Oriente.  L’elefante simboleggia il battesimo in cui la femmina dell’elefante partorisce il piccolo in una palude. L’acquasanta rappresenta l’acqua dello stagno in cui nasce il piccolo e allude al fatto che il fedele, bagnandosene, rinasca. Una simile acquasantiera è piuttosto rara in Ciociaria e l’altro esemplare si trova a Pico.

Gli affreschi che decorano le pareti interne della chiesa risalgono a epoche e committenti diversi, ma sono ricchi di simbologie intriganti. Tra i più antichi, sul lato destro è dipinto un drago di colore verde che assale un leone, che raffigura in modo simbolico l’episodio del tragico “Sacco di Roma” ad opera delle armate imperiali formate dai Lanzichenecchi luterani. L’eresia protestante che afferra il leone simbolo di Cristo.

La parete di fondo è caratterizzata da due angeli che reggono un misterioso stemma azzurro con una torre. Nell’abside c’è l’affresco di un Padreterno benedicente che con la mano sinistra regge un Globo terracqueo trasparente (diviso in 4 parti per omaggiare le nuove scoperte geografiche dell’epoca).

Nella parte inferiore dell’abside è rappresentata la Madonna in trono con il Bambino sotto una conchiglia di Venere, che rimanda alla Pala Brera di Piero della Francesca. Ai lati della Madonna si trovano i due santi della chiesa. Sulla sinistra c’è San Sebastiano, il cui piede destro mostra sei dita, un caso di esadattilia che in altre culture indica un segno d’illuminazione.

Sulla destra della Madonna in trono, è stato dipinto l’altro santo della chiesa, San Rocco mentre mostra la piaga della peste sulla gamba destra (al contrario degli affreschi di San Rocco in tutta Europa in cui la gamba con la piaga è quella sinistra).

Dagli affreschi della parete di fondo si possono ammirare ancora altri particolari curiosi.

In alto, alla sinistra dell’abside, l’Arcangelo Gabriele con un giglio in mano si rivolge alla Vergine. Sotto l’Arcangelo Gabriele è stato affrescato l’Arcangelo Michele con un’armatura romana che colpisce con una lancia il demonio, schiacciato sotto i suoi piedi, mentre con la mano sinistra regge una bilancia.

L’Arcangelo è intento nella “Psicostasia”, cioè la “pesatura delle anime”. Si tratta di un tema che non trova riferimento neanche nelle Sacre Scritture Neotestamentarie, bensì nella tradizione religiosa dell’Antico Egitto. In Italia è piuttosto raro incontrare un affresco del genere. Quella di Acuto è una vera e propria scoperta.

Tra le colonne portanti della struttura monumentale dipinta intorno all’altare laterale destro, si riconosce sulla sinistra il biblico re David con corona e arpa, mentre a destra è stato rappresentato Mosè con il bastone a forma di serpente.

Anche in questo caso si tratta di una raffigurazione piuttosto rara, ovviamente riferita all’episodio dell’Antico Testamento in cui gli Ebrei vennero puniti da Jahvè mediante i morsi di serpenti velenosi, simbolo di conoscenze positive in grado di guarire.

Sulla parete sinistra all’interno del piccolo abside è raffigurato l’Onnipotente con il volto incorniciato da una folta barba grigia, inserito in un sottile triangolo d’oro, con addosso una veste azzurra e un mantello rosso, mentre regge con la mano sinistra il Globo terracqueo. Al contrario del Padreterno nell’abside principale, il globo è diviso in 3 parti secondo la concezione trinitaria medievale del mondo e benedice con la mano destra.

Ma l’elemento più interessante e vero polo di attrazione ad Acuto per le ricerche esoteriche è il magnifico Palindromo. Si tratta di un rettangolo di 11 x 9 quadratini, in ognuno dei quali è inserita una lettera che serve per formare la frase, leggibile in tutti i versi a partire dal centro, “DEO GRATIAS”, cioè “Grazie a Dio”.

Il centro del rettangolo e di tutta la composizione è la lettera “D” di colore rosso. La frase di Acuto è piuttosto rara. Non risulta che esistano altri esemplari in una chiesa. Quella della chiesa di San Sebastiano e Rocco di Acuto è davvero unica. La D di “Deus” centrale funge da perno attorno a cui tutto ruota. Ciò che emerge è un labirinto, in cui comunque abbandonandosi con fiducia alla strada tracciata dal “DEO GRATIAS” si giunge in ogni caso a Dio.

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Cardinale Scipione Borghese: tra nepotismo e collezionismo sfrenato

Il cardinale Scipione Borghese ebbe una passione collezionistica sfrenata, al punto che si può dire che con lui nacque il concetto di collezionista e terminò il concetto di mecenate.
Fino alla fine del Settecento nessuno superò la sua collezione in quantità e qualità. Scipione Borghese non fu un intellettuale, come molti collezionisti del suo tempo, ma il maggiore promotore di artisti assoluti come Bernini e Caravaggio e un raccoglitore incontenibile di capolavori che comprendevano anche Raffaello, Tiziano e molti classici romani.
Aveva un occhio formidabile ed era pronto a tutto per ottenere ciò che voleva, completamente senza scrupoli. Come quando si fece arrivare dalla chiesa di San Francesco di Perugia una Deposizione di Raffaello grazie ad un atto ‘Motu Proprio’ con cui il papa la confiscò ai precedenti proprietari a cui diede in cambio due buone copie di dipinti.
Oppure Scipione Borghese, sempre con atto papale, fece confiscare al Cavalier d’Arpino 105 opere, fra cui alcune del suo allievo Caravaggio, perché questi non aveva pagato abbastanza tasse al papato.
Scipione era nato ad Artena nel 1576 da Francesco Caffarelli e da Ortensia Borghese, sorella di papa Paolo V e studiò filosofia nel Collegio Romano e Diritto all’Università di Perugia. Prese il cognome materno proprio dopo l’arrivo al pontificato di suo zio che nel 1605, poco dopo la sua elezione, lo fece diventare ‘cardinal nepote’, un titolo che sarà abolito nel 1692.
Nella vita privata Scipione creò veri e propri scandali e fu più volte descritto come inclinato verso il proprio sesso. Un evento ebbe molta risonanza sia a livello privato che pubblico quando Scipione nel 1605, appena nominato Cardinale, volle chiamare con sé a Roma Stefano Pignatelli suo “intimo” amico conosciuto all’università.
Lo scandalo fu tale che Il cardinale Scipione Borghese cadde malato e guarì soltanto con l’arrivo a Roma di Stefano Pignatelli. Il papa-zio capì fece indossare l'abito sacerdotale a Pignatelli e lo portò fino a farlo diventare cardinale. Proprio in occasione di tale nomina fu scritta una feroce pasquinata, un tipo di satira molto diffusa a Roma che prende il nome da una statua a Trastevere.
Ma Scipione Borghese era un grande e destinato a ricoprire le funzioni importanti come il controllo della Segreteria di stato. Il Cardinale Borghese tentò in tutti i modi di rafforzare la posizione della sua famiglia nell’ambito dell’alta aristocrazia romana, cercando di scalzare la vecchia egemonia dei Colonna e degli Orsini.
Non riuscì, nonostante la pratica nepotistica, a beneficiare dell’assegnazione di un feudo ma con i benefici e le rendite degli Uffici amministrativi si comprò i possedimenti di Montefortino (oggi Artena) e Olevano Romano da Francesco Colonna, e numerose altre proprietà dell’Agro romano. Il ‘cardinal nepote’ riuscì a concentrare nelle sue mani la supremazia sugli altri nuclei aristocratici.
Lo stile di vita del cardinale Scipione Borghese si avvicinò a quello di un principe: «quello che possiede la casa Borghese non solo supera le condizioni di signori e principi privati, ma s’uguaglia e s’avanza a quelle dei medesimi re».
Alla morte di papa Paolo V, il casato dei Borghese rappresentava la dinastia familiare più ricca e più potente che mai ci fosse stata in Roma. Il Cardinale Borghese, era stato capace di assicurarsi fedeli amici e fu capace di conservare molti seguaci all'interno del Sacro Collegio.
Negli ultimi anni il Cardinale proseguì con passione crescente l’opera di mecenate e collezionista.
«Da lungo tempo, Roma non aveva visto un mecenate di così fine intelligenza e di tanta liberalità come questo Nepote. Appassionato in egual misura della musica e delle arti del disegno, egli fece raccolta con gusto finissimo e instancabilmente in tutta Italia di opere di arte che gli affluivano da tutte le parti, sia come doni, sia come acquisti.»
L’opera cui rimane legata la sua fama è costituita dalla celebre e grandiosa Villa Borghese (con annesso il fabbricato del casino e il parco comprendente un perimetro di tre miglia), tra porta Flaminia e porta Pinciana, eretta fra il 1613 e il 1621. All’interno del parco, l’edificio principale è ancora la Galleria Borghese costruita proprio per ospitare la sua collezione d’arte che, anche se in parte dispersa dai suoi eredi nel corso dei secoli, è ancora uno dei maggiori musei d’arte classica di Roma.
Scipione Borghese morì a Roma il 2 ottobre 1633 e fu sepolto nella cappella Borghese in Santa Maria Maggiore.
Nel 1901 Villa Borghese fu acquistata dallo Stato italiano che la donò al comune di Roma che la ha trasformata in uno dei parchi pubblici più belli degno di una capitale del mondo. Nel suo parco si tengono manifestazioni internazionali come il famoso Concorso Equestre di Piazza di Siena.
Una nota: nel 1803 Camillo Borghese, uno dei discendenti, sposò Paolina Bonaparte la sorella di Napoleone a cui fece fare un celebre ritratto con una scultura di Canova. Napoleone si fece mandare 344 pezzi dalla Collezione Borghese ma Camillo, che forse aveva ereditato la passione di famiglia per l’arte, arricchì la Galleria Borghese di molte altre opere d’arte che ancora oggi possiamo ammirare.
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L’imperatore romano Tiberio, famoso per essere il primo successore di Augusto, aveva scelto Sperlonga per costruirsi una villa molto particolare in una grotta che ancora oggi stupisce il visitatore.

Per anni la villa è stata dimenticata e per questo ha custodito alcuni dei suoi tesori che oggi si possono vedere al museo. Il ritrovamento della villa è quasi accidentale: era il 1957 e l’ingegnere Erno Bellante seguiva i lavori di costruzione della Via Flacca.

Dalla sabbia dell'Antro di Tiberio venne estratto un tesoro. Una grande vasca circolare era costipata da migliaia di frammenti marmorei. Il ritrovamento fu rinominato “Odissea del Marmo”.


Un momento memorabile, una notizia che girò per tutto il mondo e che portò a Sperlonga numerosi illuminati. Vennero scritti saggi, articoli. Una scoperta che convolse tutti gli abitanti, che non parteciparono solo al ritrovamento ma organizzarono anche truppe di sorveglianza. Tutto per evitare che i ritrovamenti venissero portati a Roma.

Ci fu una ribellione popolare che permise di non trasferire le sculture, ma di lasciarle nel sito. Grazie a questa rivolta oggi esiste il Museo Archeologico Nazionale con sede a Sperlonga.

Dopo un lungo e difficoltoso restauro, sono oggi riconoscibili quattro composizioni principali raffiguranti le imprese di Ulisse e le peregrinazioni del nòstos.

I gruppi scultorei comprendono l'assalto del mostro Scilla alla nave di Ulisse al centro del bacino circolare; quindi il " Pasquino" (recentemente identificato con Ulisse che trasporta il cadavere di Achille) e il ratto del Palladio da parte di Ulisse e Diomede.

Questi erano posti rispettivamente sull'appendice di sinistra e di destra che separano la piscina circolare dall'antistante bacino quadrangolare. Infine, sul fondo della grotta, si trovava la grande scultura che rappresenta l'accecamento di Polifemo compiuto da Ulisse e dai suoi compagni, in un primo momento riconosciuto come Laocoonte".

La grotta di Tiberio è aperta sul mare e rappresenta una sezione di una grande villa dedicata alle feste.

Molte volte sono stati sollevati dubbi sull’appartenenza della villa–grotta all’imperatore Tiberio. Esistono, elementi però che dimostrano il contrario. Il termine praetorium (generalmente usato per indicare la residenza dell’imperatore) viene citato da Svetonio, nel brano prima citato. Un altro elemento è la presenza di una vasta caserma per raccogliere i pretoriani, guardia imperiale.

Gli storici Svetonio (Tiberio, 39) e Tacito (Annali IV, 59) narrano di un episodio fortuito avvenuto nel 26 DC proprio in questa grotta quando avvenne un crollo durante un banchetto all’interno della grotta - praetorium cui Speluncae nomen est nei pressi di Terracina.

Il crollo che provocò numerosi morti e l’imperatore Tiberio si salvò grazie all’immediato avvento di Seiano che lo protesse con il suo corpo facendo da scudo. Per questo gesto di grande fedeltà gli fu concesso l’incarico al governo di Roma, mentre lui si ritirò a Capri.

L’ultima scoperta è avvenuta il 9 marzo 2018 quando due pescatori hanno ritrovato un capitello di origine greca, che testimonia ancora di più il legame commerciale tra Italia e Grecia. Il Capitello di 1 metro di diametro, datato forse intorno all’80-90 a.C. o al I secolo dC, forse apparteneva proprio alla villa di Tiberio.

La prova che il capitello non sia proveniente dal mare e caduto da una nave, lo testimonia che la parte superiore è stato a contatto con la luce molte volte, prima del ritrovamento. Questo recentissimo recupero testimonia ancora di più l’importanza storica di questo sito e ne conferisce ancora più fascino.

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Canaletto il più grande dei vedutisti

Il più grande dei vedutisti, l'apice del vedutismo, il più noto pittore di paesaggi è stato Canaletto, il "Piccolo Canale".

Chiamato Giovanni Antonio dal padre Bernardo Canal, il mondo lo ha conosciuto con il suo "soprannome" di Canaletto. Nato a Venezia nell'ottobre del 1697, è poi spirato nella sua città natale a circa 70 anni dopo aver riempito il mondo con una straordinaria collezione d'arte, qualcosa in più di 170 opere.

Pur non combattendo Picasso in quantità, ha sicuramente fornito al mondo uno studio più accurato sul realismo pittorico.

Canaletto, fin da piccolo, aveva appreso dal padre il mestiere di famiglia di essere un pittore di scene teatrali, un mestiere che richiedeva un occhio buono, una mano sicura e un braccio veloce.

Nei suoi primi anni venti si avventurò a Roma, non facendo altre tappe lungo il cammino, e rimase incantato dalla città di Roma e dalla pittura realistica di Giovanni Pannini, tanto che il ‘Piccolo Canale’ si mise a dipingere la città eterna e la sua persone.

Il suo stile fu in seguito definito "topografico", ma per l'umile osservatore la cui consapevolezza dell'arte è alquanto ordinaria, potrebbe essere meglio definito "fotografico". Infatti, se solo Canaletto fosse stato in grado di produrre le sue opere a un ritmo più rapido, potrebbe aver ritardato l'inizio della fotografia a colori per generazioni.

La prima opera di Canaletto conosciuta è Capriccio Architettonico del 1723. E perché "capriccio"? Ci ricorda che la scena così presentata è una fantasia, un'immagine dalla mente, una storia di realismo che sfugge alla realtà. Canaletto divenne il maestro di scene di città soppiantando, ai miei occhi il riconosciuto Luca Carlevarijs per la sua padronanza del colore e della luce - creando scene realistiche con colori brillanti di cui anche Dio potrebbe essere un po' geloso.

Un veneziano di sangue, amore e tecnica, fu la fonte preferita di opere d'arte per i viaggiatori inglesi del Grand Tour nel XVIII secolo, che acquistavano la sua produzione attraverso il suo agente, Joseph Smith, che in seguito divenne console britannico a Venezia.

La passione degli inglesi per le immagini di Venezia, come un memoriale per i loro tour reali o sognati, e l'intervento della guerra, ha portato Canaletto a trascorrere circa 10 anni in Inghilterra dipingendo di volta in volta scene come il Castello di Windsor - anche se non erano così ben accolte come la sua arte veneziana e ha dovuto ricorrere a dimostrazioni di pittura per dimostrare che le sue opere erano davvero dal suo pennello.

Naturalmente, gran parte della sua produzione sono stati i capricci, o almeno "capricciosi" pittorici, il risultato di una fusione di immagini reali con possibili scenari. I trucchi del suo mestiere sono stati per lo più appresi in gioventù, indipendentemente dal fatto che usasse o meno la camera oscura come aiuto, permettendogli di riprodurre e accrescere la realtà nei suoi lavori finiti.

Il maestro aveva almeno un famoso allievo, Bernardo Bellotto, suo nipote, e spesso sembrava che esistessero due Canaletti, così simili erano le loro opere della stessa scena. Visualizza: "Piazza San Marco, verso est, Venezia" e decidi chi ha dipinto quale.

Alla fine, Canaletto attese fino agli ultimi anni, dopo il suo ritorno da Londra, per accettare l'elezione all'Accademia di Venezia e non fu fino al suo 68 ° anno che presentò la sua opera per l'ammissione, Prospettiva con portico, una prospettiva sorprendente.

Per coloro che, come me, sono rimasti affascinati dalla storia di Canaletto, il momento di apprezzare la sua grande arte è ora, nel 250 ° anniversario della sua partenza per una lontana scena celeste.

Si possono ammirare circa 40 delle sue opere al Museo di Roma, Palazzo Braschi a Piazza Navona, nel cuore del quartiere di palazzo di Roma, fino al 19 agosto 2018.

Godetevi l'arte e le descrizioni e le storie in inglese e italiano. E magari manda un commento o due, aggiungendo un piccolo capriccio letterale

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La bella vita attorno al Lago di Nemi e alle sue bellezze

Una domenica diversa a Nemi e il suo affascinante lago nascosti all’interno del Parco dei Castelli Romani, una piccola oasi di pace a due passi dalla capitale.

Questo borgo incantato è uno di quei posti in cui le lancette del tempo sembrano essersi fermate. Così sopra le acque limpide del lago circondato dalla natura del bosco sacro della dea Diana, il borgo emerge su uno sperone ad una quota di 316 metri sul livello del mare.

Il lago e i suoi boschi da sempre hanno ispirato l’uomo al rispetto per la natura e al suo legame con essa. Ma la bellezza e la sacralità del posto non sono gli unici elementi a caratterizzarne la fama.

Il buon cibo e la genuinità dei prodotti locali hanno la loro rilevanza sociale e se, ad incorniciare questo piacevole quadro, spunta un buon bicchiere del rinomato vino Fragolino, accompagnato da una coppa di fragole con panna, tipiche delle coltivazioni locali, la vita attorno al lago può assumere un valore davvero inestimabile.

Vivere Nemi diventa una ‘scelta’, oltre che un ottimo investimento per ritrovare il benessere e una dimensione più umana, da soli o con tutta la famiglia.

In particolare è il microclima a farsi notare, che con le sue temperature favorisce da sempre le coltivazioni della zona. Ad incrementare l’agricoltura locale, e non da meno conto, anche la presenza di alcune fonti di acqua potabile, le quali rendono Nemi un posto ambito da vivere e da visitare.

Nel tempo, la costanza degli abitanti del posto è stata sicuramente essenziale per la storia di questo piccolo paese. Per secoli infatti, le popolazioni locali hanno raccolto le piantine delle fragole nel sottobosco e le hanno trapiantate nei poderi terrazzati delle pendici del lago, permettendo così una coltivazione rigogliosa dei frutti, e lo sviluppo di questa attività. (Questa è la ragione per cui la fragolina di bosco è il prodotto tipico di eccellenza a Nemi).

E’ stata scelta fin dall’antichità dalle maggiori famiglie romane come residenza estiva, così Nemi è divenuta il fulcro della bella vita, del buon cibo e del contatto con la natura. Oggi, viene ancora scelta per gli stessi motivi.

Gli amanti del ‘verde’ possono decidere di raggiungerla per una gita fuori porta o per una breve fuga dal caos della metropoli cittadina o per andare alla disperata ricerca di una boccata di magia in questa Nemi senza tempo.

Le sue bellezze dunque, continuano ad incantare e ad affascinare grandi e piccini, col suo buon profumo di lavanda che si sprigiona per le vie del borgo.

Nemi permette ancora di sognare a chi, troppo spesso, ha dimenticato la formula per farlo.

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L’orologio a sei ore di Canepina e la storia dell’ora italica o romana

L’orologio a sei ore di Canepina è sempre lì, da anni, da secoli! E nessuno più se ne accorge.

Da quando non funziona, nessuno più lo degna di uno sguardo, nessuno più lo nota! Qualcuno, pur passandogli sotto da anni, non sa neppure della sua esistenza! Eppure è lì, sopra la porta d’ingresso del Salone Del Quarto Stato, all’interno del Museo Delle Tradizioni Popolari di Canepina, un tempo, già dal 1600, Convento dei Carmelitani.

È un tondo in gesso, credo, incollato sulla parete come un rosone, al centro di esso un piccolo mascherone con le guance gonfie, la bocca semiaperta, da dove entravano, probabilmente, i collegamenti delle lancette con il meccanismo interno (lancette che non ho mai visto) e intorno dei numeri romani intervallati da segni di piccole croci.

Tutto ciò, non ha mai suscitato la curiosità di nessuno; i numeri poi, figuriamoci! Non c’è orologio al mondo in cui i numeri non esprimano le più strane fantasie!

Si è arrivati a mettere anche solo dei puntini al posto loro, tanta è l’abitudine di conoscere l’ora dalla sola posizione delle lancette. Così, anche se ogni tanto qualche sguardo lo sorvola, non ci si fa più caso, fa parte dell’arredo.

È capitato, però, che un amico, un giorno, mi ha portato lì sotto e indicandomi sopra la porta mi ha chiesto: “sai cos’è?”. “Un orologio!” ho risposto io con la naturalezza di chi lo ha sempre saputo. “No! - dice lui- è la rosa dei venti!”. Rimango un po’ perplesso. L’amico tenta di convincermi, dicendo:

“io ero presente quando hanno fatto i lavori di ristrutturazione, quando hanno rifatto anche il tetto. Dietro la parete, incassata nel muro, c’era la cassetta con il meccanismo, tutto di legno, anche le ruote dentate erano di legno ed un tubo partiva dal meccanismo ed arrivava sopra al tetto, dove, - lui dice - ci doveva essere una banderuola che segnalava la direzione dei venti”.

“Questo meccanismo ora dov’è?” gli chiedo io.

“Dovevi vederlo, era tutto tarlato, come lo hanno toccato è andato tutto in frantumi!” – mi risponde. Poi, come per volermi meglio convincere, l’amico continua: “Hai visto i numeri nel tondo? Sono solo fino a sei!”

Accidenti, non me ne ero mai accorto! E se era un orologio i numeri, almeno, dovevano essere al posto loro! Invece, al posto del dodici c’è il sei e al posto del sei c’è il tre, ma allora?

Per un momento mi metto a pensare, poi afferro un’idea e dico all’amico: “Senti vorrei darti ragione, ma ciò che non mi convince sono proprio i numeri: se fosse veramente la rosa dei venti, per quel che so, dovrebbe avere un multiplo di quattro e dunque il sei non comparirebbe mai”.

Questa mia osservazione deve aver fatto breccia nelle sue convinzioni e per un po’ siamo rimasti senza parole, poi sono stato io a rompere gli indugi dicendo: “va bene, farò una ricerca, mi documenterò e ti farò sapere”.

Incomincio la ricerca sulla rosa dei venti, visto che per natura, per struttura mentale vorrei dire, cerco sempre prima la ragione dell’altro e poi la mia. Mi accorgo subito che non è quella la strada da seguire e allora, come fanno adesso tanti, chiusi fra le mura di casa (che si mettono a scrivere delle stupidaggini su un motore di ricerca del computer per vedere cosa succede) anch’io mi sono guardato intorno, perché nessuno mi vedesse, e ho scritto su Google, “orologio a sei ore”.

Perbacco! Devo avere azzeccato le parole giuste! Perché mi si sono aperte tante di quelle pagine, che non sapevo da quale incominciare. Alla fine tutto mi si è chiarito!

Si tratta effettivamente dell’orologio a sei ore, meglio conosciuto come orologio, ore italiche – ore romane: romane perché diffuso soprattutto a Roma e nell’ambito religioso del Lazio.

La sua funzione era quella di indicare, con il suono delle campane (ecco perché il tubo che portava al tetto) le antiche ore italiche, adottate soprattutto dalla Chiesa verso la fine del XIII secolo.

Nelle ore italiche (dal 1200 al 1800) la misurazione del tempo iniziava, anziché dalla mezzanotte come ora, dall’Ave Maria della sera alla fine del crepuscolo, cioè circa mezz’ora dopo il tramonto del sole.

Al tramonto di ogni giorno iniziava il conteggio e il compimento della ventiquattresima ora avveniva al tramonto del giorno successivo, secondo un’antica tradizione biblica. Con il tramonto finiva un giorno e ne iniziava un altro, la notte apparteneva interamente al giorno successivo.

L'unica lancetta presente nell'orologio a sei ore percorre quattro giri completi per coprire le 24 ore, dunque ogni numero cambia quattro volte la sua valenza. A tale proposito vi propongo un quiz: alle attuali 22 che ora era? io dico le quattro e Voi? e le 15 che ora era?

Il modo di dire "portare il cappello sulle ventitrè" trae origine proprio dalle ore italiche: di solito si mette il cappello con la visiera inclinata sulla fronte, al tramonto, per riparare gli occhi dai raggi del sole basso sull'orizzonte, quando appunto questo orologio segna le ventitrè.

Parallelamente alle ore italiche, nel resto d’Europa le ore equinoziali venivano suddivise, come ai nostri giorni, in due gruppi di 12, facendo partire il conteggio dalla mezzanotte. In Italia questo metodo prese il nome di ora oltremontana (o Francese, o Tedesca), cioè delle genti che abitano aldilà dei monti (le Alpi).

Alla fine del 1700, nei territori italiani occupati da Napoleone Bonaparte, venne imposto l’uso dell’Ora Francese.

Lo Stato Pontificio, una volta allontanati i francesi, tentò di ripristinare l’antica misurazione del tempo, secondo le ore italiche, ma fu costretto a rinunciarvi, adottando a sua volta quello che era ormai divenuto un metodo di conteggio universale. In alcuni casi, si conservò il quadrante alla romana generando ulteriore confusione nella popolazione.

Tra i più famosi, l’orologio della torre in Piazza S. Marco a Venezia.

Dunque, si è scoperto così di avere testimonianza a Canepina dell’antico orologio a sei ore, (ore italiche o romane).

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Una villa imperiale di Traiano tra i boschi di Arcinazzo Romano

La zona degli altipiani di Arcinazzo Romano è stata meta di turisti sin dall’età imperiale e, forse, il personaggio più famoso che la ha scelta come residenza di caccia è stato l’imperatore Traiano (98-117 d.C), quello universalmente noto per la Colonna Traiana a Roma dopo la conquista della Dacia e i mercati traianei (che vengono considerati come il primo centro commerciale).

La villa aveva una estensione di circa 5 ettari e si trova alle falde del monte Altuino, circondato dai boschi e i campi degli Altipiani di Arcinazzo ed è visitabile assieme al vicino museo di Arcinazzo Romano.

Questa area vicino Roma è speciale per le bellezze naturalistiche e si trovano altre ville imperiali come quella di Nerone a Subiaco.

Era attraversata dalla via Sublacense che portava alle fonti dell’Aniene ed a una delle valli ricche di acqua e chiamate degli acquedotti perché era una delle aree di approvvigionamento idrico di Roma.

Oggi agli altipiani si pratica sci nordico, equitazione e trekking nella natura mentre un tempo erano zone di caccia e di ristoro dal caldo estivo opprimente di Roma. Furono probabilmente queste le ragioni che convinsero l'imperatore Traiano a fissare lì una delle sue dimore.

Il complesso, che oggi viene utilizzato anche per ospitare eventi culturali, si estendeva su una superficie di circa 5 ettari ed era organizzato su due livelli, dei quali quello superiore adibito a dimora, mentre quello inferiore era composto di sale per l'accoglienza degli ospiti.

 

Non una villa dal lusso estremo come quella delle navi di Caligola sul lago di Nemi o la Domus Aurea di Nerone ma un luogo di caccia con eleganti e sorprendenti dettagli architettonici. Suggestivo doveva essere il ninfeo, all'interno del quale da alcune fonti partivano getti d'acqua che bagnavano le statue creando strepitosi giochi di luci e colori. Questo ambiente si affacciava sul lungo giardino all'interno del quale erano situate due fontane e strutture varie.

Accedendo dall'estremità laterale del giardino, si può immaginare lo stupore dell'ospite, catapultato in un vero e proprio paradiso!

Oggi lo si può immaginare e, grazie alla ricostruzione di parte dell'edificio, è possibile godere di un magico gioco di luci che, in origine, era stato accuratamente studiato.

Ad arricchire questo scenario da sogno, la villa aveva ricche decorazioni rinvenute durante gli scavi e in parte custodite nel Museo Archeologico di Arcinazzo Romano, nel quale è possibile ammirare gli splendidi rilievi, gli stucchi e le decorazioni marmoree dei pavimenti e delle pareti.

Marmi che provenivano dall'Italia e dall'Oriente e che nella tecnica combinavano colori e motivi geometrici e naturalistici diversi.

Molti di questi marmi e decori, tra '700 e '800 furono sottratti alla villa e utilizzati per decorare la chiesa di Sant’Andrea a Subiaco e di Santa Maria Assunta ad Arcinazzo. Gli scavi archeologici sono stati ripresi alla fine dello scorso secolo ma gran parte è ancora da scoprire. Parte della villa è oggi protetta da una elegante struttura architettonica in legno che permette la visita in ogni momento dell’anno.

Una gita agli Altipiani di Arcinazzo per piacere o sport dovrebbe essere sempre arricchita da una visita in questa incredibile villa imperiale in cui si respira l’aria della potenza di Roma al suo massimo splendore.

Traiano è stato uno dei maggiori imperatori, uno dei cinque “imperatori adottivi” e con lui Roma ha raggiunto il suo massimo splendore. Calcare i luoghi dove è passato, scoprire le cascatelle di questo parco ed immaginare di essere un ingegnere romano che costruisce gli acquedotti… queste e altre emozioni meritano un soggiorno in quest’area.

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La tradizione delle uova dipinte a Pasqua e l’uovo di Tarquinia

L'uovo dipinto è presente sin dall'antichità in quasi tutte le culture orientali ed occidentali. Nella mitologia è associato alla simbologia universale riconducibile metaforicamente alla vita, prosperità, risurrezione, fertilità e sapienza.

Tra le civiltà arcaiche e pagane in cui si riscontrano uova decorate ricordiamo in particolare la mitologia cinese: i sublimi principi universali dello yin e dello yang si bilanciarono perfettamente e da quell'equilibrio completo emerse il dio creatore, nato dall'uovo, che nella iconografia ricorda il dio greco Pan.

Per i sassoni, gli etruschi e il regno mesopotamico, gli egizi ed i micenei, l'uovo veniva concepito come simbolo di rinascita e risurrezione, di transizione, in quanto custode in se di una nuova vita.

E' questo l'uovo cosmico, che ha la visione di tutto l'universo come un unico essere vivente. L'uomo dell'antichità sapeva di essere parte integrante di questo cosmo eterno, immerso nel ciclo continuo di nascita e morte.

L'uovo dipinto, secondo diverse fonti, era presente negli antichi riti pagani, nei quali si adorava la dea della fertilità in occasione della primavera.

Anche gli antichi persiani dipingevano le uova per la “Nowrooz” (o ‘Norouz’), il capodanno persiano che coincide con l'equinozio di primavera. I contadini dell'antica Roma usavano sotterrare nei campi un uovo dipinto di rosso, simbolo di fecondità e quindi propizio per il raccolto.

La Repubblica di Pisa sanciva l'inizio dell'Anno Pisano, dal X secolo al 1749, con l'Annunciazione e l'equinozio di primavera: con una sorta di orologio solare. A mezzogiorno di ogni 25 marzo un raggio di sole penetra nel Duomo da una finestra rotonda della navata centrale e colpisce un uovo di marmo.

E proprio per queste sue caratteristiche propiziatorie alcuni storici dell'arte legano la rappresentazione dell'uovo di struzzo della celebre “Pala di Brera”, o “Pala Montefeltro” di Piero della Francesca, databile al 1472, commissionata dal duca di Montefeltro per la nascita dell'erede del duca Federico.

Nella storia dell’arte più recente, il tema dell’uovo come metafora di speranza, amore e vita è ricorrente nelle ricerche pittoriche di Fontana, culminate nel celebre taglio della tela, ed in particolare nel celebre pittore Salvador Dalì.

Questi si ispirò spesso al concetto dell’uovo simbolico, fino a celebrarlo in maniera eclatante addirittura nella propria casa a Figueres, in Spagna, il cui tetto è contornato di gigantesche riproduzioni di uova.

Le uova di struzzo

Un discorso particolare per le uova di struzzo dipinte, oggetti preziosi che vantano un'antica tradizione. Le dimensioni dell'uovo di struzzo sono di sedici centimetri di altezza mediamente: con la sua forma perfetta è esso stesso un oggetto discreto ed elegante, leggero, liscio al tatto.

In Italia il più antico uovo decorato di struzzo è custodito al museo di Tarquinia ed è stato rinvenuto in una tomba etrusca del periodo orientaleggiante, a metà del settimo secolo A.C.

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