La Pasta con Salsiccia e Peperoni di Napoli

Avrei tantissimi di piatti da raccontare delle tradizioni napoletana che unisco gusto e sapore. Ma d’altra parte Napoli è una delle città del mondo più ricche di storia e tradizione e ogni suo angola e ogni sua persona ha qualcosa di speciale da raccontare.

Devo ammettere La maggior parte dei piatti campani e napoletani sono tutti piatti abbondanti e corposi e uno dei piatti che mangio davvero con più gusto è la Pasta con Salsiccia e Peperoni... vi assicuro un piatto abbondante ma buonissimo.

In pratica con un piatto del genere mangerete un primo e un secondo insieme. Vi lascio la ricetta della mia famiglia:

Ricetta della Pasta con Salsiccia e Peperoni

ingredienti per 4 persone:

  • pasta 320 gr
  • salsiccia 500 gr
  • caciocavallo / pecorino/ parmigiano 100 gr
  • 10 pomodorini tipo ciliegini
  • mezzo bicchiere di vino bianco/ o rosso a secondo dei gusti
  • 1 spicchio d’aglio
  • olio extravergine quanto basta
  • sale e pepe quanto basta

Prima di tutto per la preparazione è indispensabile lavare bene i peperoni con acqua corrente, in modo da eliminare residui di terra e soprattutto eliminate l’estremità (il picciolo) e tutti i filamenti bianchi. Tagliate poi i peperoni in modo da metterli da parte.

Mondate la cipolla, poi tagliatela finemente e mettetela insieme all’olio extravergine di oliva in padella sul fornello a fiamma vivace.  Quando la cipolla avrà raggiunto un colore dorato aggiungete la salsiccia ridotta a tocchetti. Ovviamente lasciatela cuocere per qualche minuto e poi la potete sfumare con il vino rosso o con il vino bianco a secondo dei gusti.

Quando il vino sarà evaporato aggiungete la salsiccia nei peperoni che abbiamo messo da parte versate sale e pepe. Poi versate la passata di pomodoro e lasciate cuocere per circa 15 minuti coprendo la padella con un coperchio.

Nel frattempo, in un’altra pentola di acqua salata lasciate bollire la pasta (fusilli o rigatoni).

Ovviamente scolate la pasta qualche minuto prima rispetto ai minuti di cottura indicati sulla confezione, poi scolate la pasta e la versate direttamente nella padella insieme alla salsiccia e i peperoni e mescolate qualche minuto con una cucchiarella di legno per lasciare amalgamare tutto.

Quando tutto si è amalgamato possiamo servire la nostra pasta salsiccia e peperoni ovviamente sopra possiamo aggiungerci una grattata di pecorino, caciocavallo o parmigiano a seconda di quello che preferiamo.

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I marinai di Sciacca e il cocktail Quattara

Siamo a Sciacca, una bellissima località di mare nella parte sud occidentale della Sicilia dove il porto ha rappresentato la vita economica e sociale per molti secoli. Molti anni fa, intorno al 1900, prima dell’esistenza della bottiglia di plastica, per poter portare le vivande a bordo i marinai utilizzavano la “Quattara”.

La quattara che era un vaso di terracotta con il fondo a punta in cui si metteva l’acqua, che è di fondamentale importanza in mare, e i vari alcolici.

Uno di questi alcolici era “La schiuma di mare” fatto con il liquore al mandarinetto, il succo di arancia, il gin macerato col grano, lo sciroppo di mandorle ed infine il velluto fatto con uno zucchero particolare (Sucroestere).

Il succo di arancia e il liquore al mandarinetto rappresentavano il corallo di Sciacca, il velluto che era nella parte superiore del cocktail, invece rappresentava la schiuma del mare.

A bordo dei pescherecci, durante il fine settimana, quando si stava tutti insieme per sistemare la rete si beveva questo cocktail.

A proposito della Quattara è nata un’ingiuria attorno alla famiglia Quartararo: chi porta questo cognome viene abbreviato con l’appellativo di “Quattara”.

Infine, legato alla Quattara c’è un proverbio marinaro: ‘la Quattara chi va a l’acqua o si rumpi o si ciacca’ vuol dire che ‘se qualcuno insiste in qualcosa con determinazione, prima o poi succede il danno’.

L’antico cocktail è stato modernizzato e migliorato.

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Agnello Pasquale Dolce: una dolcissima tradizione tutta Siciliana

Vi vogliamo presentare uno dei dolci più tipici della nostra tradizione siciliana: l’Agnello Pasquale Dolce.

Fino a questo momento lo avevamo apprezzato solo per la sua bontà e la sua bellezza, ma grazie alla scuola abbiamo scoperto la sua interessante storia e il legame con la festa di Pasqua.

Secondo alcune fonti, le origini dell’Agnello Pasquale risalgono alla fine dell’Ottocento quando una ricca famiglia favarese, della borghesia agraria e solfifera, commissionò per la prima volta la sua preparazione.

Secondo altre testimonianze, invece, le prime a prepararlo furono le suore del Collegio di Maria nel quartiere “Batia” di Favara. Inizialmente la ricetta veniva tramandata oralmente dalle suore più anziane a quelle più giovani e la sua produzione aveva un carattere essenzialmente artigianale e familiare.

Certo l’Agnello Pasquale dolce non poteva competere con i dolci più diffusi, che erano i classici “Cannoli Siciliani, e soltanto nella seconda metà del 1900, cominciò la sua produzione a livello più industriale. Questo favorì la sua diffusione non solo in Italia, ma anche all’estero.

Si racconta che il 12 maggio 1923, il dolce venne assaggiato da Monsignor Roncalli (non ancora diventato Papa) quando era in visita ad Agrigento e sostò a Favara prima di ritornare a Roma.

Il Papa rimase così fortemente colpito dal sapore della pasta reale unita alla fragranza delle mandorle che, dopo la sua elezione a Papa, ogni anno per Pasqua la diocesi di Agrigento lo omaggiava con questo squisito dolce.

Ma perché l’Agnello è uno dei simboli più tipici della Pasqua?

Le nostre ricerche ci hanno portato a scoprire che il simbolismo dell’agnello trae le sue origini dalla tradizione ebraica e che solo successivamente è arrivato nella tradizione cristiana. L'agnello simboleggia la mitezza e la mansuetudine anche di fronte alla morte, atteggiamenti che avevano caratterizzato Gesù durante la crocifissione.

Innocenza e mancanza di colpa sono alla base del simbolismo dell’agnello nella religione cristiana, e nella iconografia medievale l’agnello trionfale è rappresentato con il capo rivolto all’indietro e lo zoccolo destro posato sull’emblema della croce. Per i cristiani questo diventò il simbolo della Resurrezione, cioè della sconfitta sulla morte.

Un po’ in tutta la Sicilia, è consuetudine preparare l’Agnello Pasquale però Favara detiene il primato nella produzione dell’Agnello, tanto da meritare l’appellativo di “Città dell’Agnello Pasquale”.

L’Agnello Pasquale favarese si distingue da tutti gli altri per il morbido cuore di pasta di pistacchi che nasconde al suo interno. Ogni anno, Favara gli dedica una sagra durante la quale i turisti, spinti dalla curiosità di conoscere il dolce, possono assistere alla preparazione del famoso Agnello Pasquale.

Ricetta dell’ Agnello Pasquale Dolce

Ingredienti per la preparazione:

  • zucchero a velo 1,4 kg
  • mandorle 1 kg
  • Pistacchi 1 kg
  • Acqua 500 ml

La sua preparazione è abbastanza lunga e laboriosa, ma estremamente affascinante.

Occorre, prima di tutto, sbollentare e sbucciare le mandorle e i pistacchi. Quando entrambi gli ingredienti si saranno raffreddati, macinarli separatamente fino ad ottenere delle farine fini.

Successivamente fare bollire in una pentola 700 gr di zucchero a velo e 250 ml di acqua quindi, dopo aver tolto lo sciroppo dalla fiamma, aggiungere il trito di mandorle e impastare il tutto fino ad ottenere una pasta liscia ed omogenea.

Lo stesso procedimento va seguito per i pistacchi.

Una volta raffreddata la pasta di mandorle, inserirne una parte nello stampo dell’Agnello pasquale e pressarla lungo tutte le pareti dello stampo per uno spessore di circa 1 cm, così da formare quella che sarà la parte dell’Agnello visibile all’occhio.

Dopodiché, si riempie la cavità rimanente dello stampo con tutta la pasta di mandorle rimasta e si lasciare il dolce ad indurire all’interno dello stampo prima di estrarlo con cura.

L’ Agnello Pasquale di Favara si può servire così com’è (magari decorandolo con un fiocchetto o un campanellino al collo e uno stendardo piantato sul dorso), oppure si può decorare con coloranti e cioccolatini.

Per creare il manto di lana dell’agnello si può fare ricorso agli stessi colori alimentari che si usano per dipingere la frutta di Martorana. Oppure al fondente di zucchero e a qualche perlina argentata da spargere qua e là sul manto. O, ancora, si può creare in maniera ancora più elegante modellandolo con una sac à poche contenente un po’ di pasta di mandorla ammorbidita con acqua.

Che soddisfazione!!!! È un vero capolavoro!

 

 

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Insalata di manzo bollito: fresca, leggera e semplice da preparare

Il bollito di manzo è per lo più una pietanza invernale con la quale gustare tanto il brodo quanto la carne.

Ma il bollito di manzo può essere un’ottima idea anche in estate, basta farlo raffreddare, tagliarlo a pezzetti e condirlo. Usando olio d’oliva, aceto, verdure fresche e olive nere, avrete preparato un'ottima insalata di bollito di manzo!

Naturalmente visti i tempi ristretti che ognuno di noi ha durante la giornata, si può pensare di preparare il bollito di manzo in abbondanza e mangiarlo la sera come bollito e brodo e l’indomani come insalata.

È ovvio che migliore è la qualità della carne e maggiore sarà la qualità della vostra insalata. Io consiglio naturalmente la nostra Carne Real Grass Fed Monti Sicani ma, se ne siete sprovvisti, anche un’altra carne Grass Fed da produttori conosciuti va bene.

Ricetta Insalata di manzo bollito

Ingredienti per 4 persone

  • bollito di carne 500 gr.
  • 6 pomodori
  • 2 coste di sedano
  • 2 carote
  • olive nere
  • sale, pepe
  • olio d’oliva
  • aceto di vino bianco
  • basilico

L’ingrediente principale per l’insalata di bollito di manzo è il bollito quindi, per prima cosa, prendete una pentola capiente e aggiungete 3 litri d’acqua per ogni kg. di carne.

Aggiungete all’acqua 1-2 coste di sedano, 2 carote, 1 cipolla alla quale avrete infilzato 2-3 chiodi di garofano, e una foglia di alloro.

Portate l’acqua a bollore e, soltanto allora, aggiungete i pezzi di carne. Salate e lasciate cuocere a fiamma bassa per almeno 2 ore.

Quando il vostro bollito di manzo sarò pronto lasciatelo raffreddare poi, pulite la carne bollita privandola dell’osso e delle parti più grasse, e tagliatela a pezzetti.

Mettete il bollito tagliato a pezzetti in una ciotola ed aggiungete i pomodori tagliati a pezzetti, le coste di sedano e le carote affettate sottilmente.

Aggiungete le olive nere e condite con olio d’oliva, aceto di vino bianco e foglie di basilico fresco e altri prodotti seguendo i vostri gusti e la vostra fantasia.

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Da Sciacca la ricetta di Maccheroni con Zucca, Gambero Rosa, Carciofi e Mandorle

La Sicilia è la mia terra ma credo di essere nel vero se affermo che è la migliore cucina del mondo.

La ricetta dei Maccheroni con Zucca, pesto di Gambero Rosa, Carciofi e Mandorle prende ispirazione dai prodotti di Sciacca , la splendida città siciliana sulla costa sud-ovest dell’isola.

Ma tutti gli ingredienti vengono da questa parte della Sicilia. Infatti il gambero rosa Sapore di Sciacca incontra il carciofo spinoso della vicina Menfi per un piatto tutto invernale.

Il carciofo di Menfi, che fa parte del Presidio Slow Food, è un ortaggio originario della Sicilia che gli arabi chiamavano "al-kharshuf " e nella città di Menfi viene coltivato in una delle sue derivazioni più antiche. Per questo motivo è stato protetto e valorizzato da Slow Food e dalla PAT – Prodotti Agroalimentari Tradizionali Italiani - per le sue caratteristiche.

Il gambero rosa di Sciacca, il secondo porto di pesca per importanza della Sicilia, è un crostaceo che viene trovato nei fondali intorno al banco Graham. Questo fondale è famoso per le vicende dei primi dell'ottocento riguardante l'Isola Ferdinandea.

In questo piatto si sposano nelle loro forme 'crude' condite con olio di Nocellara del Belice e succo di limone.

Ricetta dei Maccheroni con zucca, pesto di gambero rosa, carciofi e mandorle

Ingredienti:

Maccheroncini 100 gr

Zucca 200 gr

Carciofi 2

Spicchio d’aglio

Gambero Rosa Sapore di Sciacca 50 gr

Mandorle 20 gr

Menta 5 foglie

Olio EVO

Limone 1

Burro 10 gr

Pecorino Siciliano 10 gr

 

Per fare la crema di zucca prendiamo uno spiccio di zucca con la buccia e lo avvolgiamo nella stagnola insieme ad uno spicchio di aglio. Poi inforniamo a 160 gradi per 1 ora o fino a quando sia bel cotto. A questo punto togliamo la buccia e l’aglio e frulliamo la polpa aggiungendo un pizzico di sale.

Per fare il pesto sgusciamo il gambero e peliamo completamente i carciofi lasciando solo il cuore e togliendo la barbetta. Poi li tagliamo a metà per lungo e li affettiamo sottilmente immergendoli immediatamente in una bacinella con olio e limone. Mescoliamo e finiamo di condirli aggiungendo sale e pepe. A questo punto uniamo il gambero e mariniamo per 15 minuti.

A parte tostiamo leggermente le mandorle, tagliamole a fettine spesse e mettiamole da parte.

Contemporaneamente portiamo a bollore una pentola di acqua con sale per cuocere la pasta. Una volta al dente, la scoliamo e la mettiamo nella padella, trattenendo parte dell’acqua di cottura per eventuali diluizioni.

Aggiungiamo un cucchiaio di crema di zucca e cuciniamo fino a che il tutto sia amalgamato. In questa fase aggiungiamo acqua di cottura se necessario. Una volta spento il fuoco, aggiungiamo una noce di burro, il pecorino e mantechiamo con olio EVO girando la pasta per creare una emulsione cremosa.

Assaggiare di sale ed eventualmente regolare.

Per l’impiattamento mettiamo la pasta in un piatto piano aiutandoci con un coppa-pasta e mettiamo il pesto, leggermente scolato, sopra la pasta. Cospargiamo con le mandorle.

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Panareddi di pani cu l’ova, dalla Sicilia il pane per Pasqua

La Pasqua è una delle festività più sentite e celebrate a Cattolica Eraclea, forse per il messaggio di resurrezione e rinascita che da sempre trasmette.

Come da tradizione, a tavola si portano i cibi legati alla ricorrenza e radicati nella cultura regionale, uno di questi sono i Panareddi di pani cu l’ova, una sorta di pane molto lavorato e unito a uova colorate.

Infatti un tempo solo le famiglie benestanti potevano permettersi il lusso di gustare dolci particolarmente costosi e bellissimi alla vista, mentre i bambini meno fortunati chiedevano alle madri “cosi duci” da mangiare per Pasqua.

Queste, pur di far contenti i propri figlioletti, si inventavano storie e anche dolci semplici ma belli da vedere.

Così, una di queste madri si mise all’opera e impastò della farina con uova, zucchero, sale e acqua. Si scervellò per dare a quell’impasto una forma carina e decorarlo e proprio così, dalle sue abili mani, venne creato un “panareddu”.

Ma doveva dare un tocco di colore al dolce, così mise a bollire un uovo fino a farlo diventare sodo e magicamente colorò il guscio con un pezzo di carta velina colorata.

Posizionò l’uovo colorato nel panierino, ricoprendolo con sottili strisce d’impasto e lo mise nel forno. Creò un dolce unico nel suo genere, apprezzato da grandi e piccoli. Questo pane col manico intrecciato e piccoli disegni in rilievo, sapientemente sollevati con un coltellino, è diventata una delle più importanti tradizioni della Sicilia.

In tutte le famiglie di Cattolica Eraclea era consuetudine preparare dei “panareddi cu l’ova” rigorosamente fatti in casa. Oggi si acquistano nei panifici e nelle pasticcerie ma sono sempre molto apprezzati, specie dai non più giovani che tornano indietro nel tempo e rivivono i ricordi lontani della propria infanzia.

Ricetta dei Panareddi di pani cu l’ova

  • Farina
  • Sale
  • Zucchero
  • Olio
  • Latte
  • Lievito
  • Acqua tiepida
  • Uova

La prima cosa da fare è quella di lavare bene i gusci delle uova e asciugarli. Infatti si possono mettere nei panareddi così come sono, oppure colorare con dei coloranti alimentari.

In questo caso mettere le uova a bollire in un pentolino dove prima è stato aggiunto del colorante oppure, come ho fatto io, inumidire del colorante in polvere con l’acqua e poi colorare i gusci aiutandosi con un tovagliolo di carta.

Nella planetaria mettere la farina, il sale, lo zucchero, l’olio, il latte e il lievito e cominciare ad impastare, aggiungendo l’acqua tiepida poca alla volta.

Estrarre l’impasto e metterlo a lievitare in una bacinella coperta di pellicola, fino al raddoppio.

Le uova, se colorate a freddo, si possono mettere nei panareddi anche a crudo, altrimenti vanno messe sode.

Prelevare dei pezzetti di impasto lievitato e dare la forma che più si desidera, mettendo al centro un uovo imprigionato con pezzetti di impasto. Un attimo prima di infornare, spennellare il pane con uovo sbattuto.

Infornare a 200° circa, per 20-30 minuti, controllando sempre, perché le temperature dei forni variano.

I Panareddi di pani cu l’ova sono pronti e potete regalarli, creare un centrotavola pasquale o utilizzarli come segnaposto.

Buona Pasqua

 

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La storia e la vera ricetta della Sfincia di San GiuseppeLa storia e la vera ricetta della Sfincia di San Giuseppe

Siamo in Sicilia e il 19 marzo sulle nostre tavole non possono mancare le Sfince di San Giuseppe, una delle ricette più classiche della pasticceria siciliana e tipiche della Festa del Papà.

Il nome deriva dal latino spongia, spugna, il termine ha origine dalla particolare forma di questo dolce che si presenta come una frittella morbida e dalla forma irregolare, proprio come una vera spugna.

L'origine di questo dolce è antichissima tanto che compare, anche se con nomi diversi, nella Bibbia e nel Corano. Pare che sia l'evoluzione di pani o dolci Arabi o Persiani fritti nell'olio.

Una vecchia tradizione racconta che nei tempi passati, la sfincia veniva preparata dalla suocera per la nuora per cercare di “addolcire” i rapporti tra le due. Rapporti tradizionalmente difficili a causa della gelosia delle due donne nei confronti, rispettivamente, del figlio e del marito.

Vi è un’altra tradizione che sembra risalire all’epoca romana. Si narra che San Giuseppe, fuggito in Egitto con Maria e Gesù, per mantenere la “sacra” famiglia in terra straniera fosse divenuto venditore di frittelle. 

Questa semplice frittella è stata trasformata in un dolce prelibato dall'abilità delle suore del monastero delle Stimmate di Palermo. Sono loro ad averla tramandata ai pasticcieri palermitani e che la hanno dedicato al “Santo degli umili”, come umili sono gli ingredienti utilizzati per la loro preparazione.

All'inizio la ricetta era piuttosto semplice ma i pasticceri palermitani hanno reso questo dolce ancora più gustoso arricchendolo con alcuni prodotti tipici: ricotta, granella di pistacchio, canditi di scorza d'arancia, cannella in polvere.

La Sfincia di San Giuseppe è un Prodotto Agroalimentare Tradizionale (PAT) riconosciuto dal Ministero dell’Agricoltura.

Ricetta della Sfincia di San Giuseppe

Ingredienti per l’impasto

  • Acqua 500 ml
  • Farina tipo OO 400 gr
  • Burro o Strutto 130 gr
  • Sale 7 gr
  • 10 Uova medie

Ingredienti per l’impasto

  • Ricotta di pecora 600 - 700 gr
  • Zucchero a Velo 100 gr
  • Gocce di cioccolato fondente 100 gr

Ingredienti per decorare e friggere

  • Olio di semi 2 lt
  • Granella di pistacchi 50 gr
  • 10-15 Ciliegie candite
  • Arancia candita 50 gr

In una pentola mettere l’acqua, lo strutto/burro e il sale e scaldare. Una volta sopraggiunto il bollore, unite tutta in una volta la farina e mescolare gli ingredienti sul fuoco per almeno 2-3 minuti fino a che il composto si staccherà dalla pentola.

Fare raffreddare l'impasto e metterlo in una planetaria con il gancio a foglia oppure lavorate a mano con un mestolo di legno.

Girare l’impasto per 1 minuto, poi unire una alla volta le uova. Attenzione a non unire l’uovo successivo se prima non sarà stato assorbito completamente quello precedente. Si otterrà una pastella liscia, cremosa e densa.

Portare l’olio a 160-165° per friggete e versate l’impasto nel pentolino a cucchiaiate. Attenzione a non friggere più di 3-4 sfincie alla volta per non abbassare troppo la temperatura dell’olio.

Con questa temperatura, le sfincie dovranno friggere per almeno 8 - 10 minuti circa. Quando saranno ben dorate scolatele per bene con una schiumarola e adagiatele su di un vassoio con carta assorbente da cucina. Lasciare intiepidire le sfincie.

Poi prendere la crema di ricotta e le gocce di cioccolato, girare qualche istante con un mestolo e poi, ricoprire la superficie delle sfincie con un cucchiaio. Guarnire ogni sfincia con della granella di pistacchi, una ciliegina candita e una scorzetta di arancia candita.

 

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Lo squisito Mallone Irpino di Rape e Patate, in arte Foglie e Patane

Il Mallone Irpino è un piatto antico a base di rape e patate, e accompagnato da una speciale pizza locale a base di granturco.

Il Mallone è parte integrante della tradizione di Avellino, la città che amo e nella quale vivo, e deve il suo nome alla sua forma simile a quella del ‘mallo’ della noce mentre Irpino indica la zona in cui si consumava.

L’Irpinia è forse ancora famosa per il terribile terremoto del 1980 ma oggi è stata ricostruita in tutta la sua bellezza ed è una delle aree più incantevoli d’Italia.

Avellino è il suo centro naturale, posta in una grande conca, la città medioevale e quella Ottocentesca sono un vero gioiello. Mentre il suolo di origine vulcanica dona alcuni dei migliori vini d’Italia come il Fiano di Avellino, il Greco di Tufo e il Taurasi.

Il Mallone Irpino era un piatto tipico della stagione autunnale e di quella invernale e, pur essendo composto di verdure, ad Avellino il piatto è consumato come primo piatto ed è una ricetta abbastanza elaborata nella sua realizzazione.

Il Mallone Irpino, però, è diverso e meno complicato del Mallone Sciatizzo, fatto con verdure spontanee. Le sciatizze nel nostro dialetto sono le erbe di stagione che crescono spontaneamente nei campi o nelle vigne e che, per tradizione, si raccolgono soprattutto nella zona attorno a Solofrano, il paese noto per la lavorazione delle pelli, e a Montoro.

Rape e Patate è un piatto tipico povero tramandatoci dalla cultura contadina basata sulla cultura del ‘non si butta niente’.

I contadini infatti, quando pulivano i broccoli non buttavano via le foglie ma le utilizzavano appunto per la preparazione di Rape e Patate, che accompagnavano divinamente con una pizza “Pitta” fritta preparata con farina di granturco (o granone) chiamata “pizza re graurignolo”.

Ricetta del Mallone Irpino, Rape e Patate

Ingredienti per 4 persone:

  • foglie di rapa 1 Kg
  • patate 500 gr
  • 1 papaccella sottaceto “pepaina”
  • aglio se piace
  • olio e sale quanto bastano.

Ingredienti per la pizza di granturco o Pitta:

  • farina di mais 200 gr
  • brodo vegetale o in alternativa acqua bollente salata 1 lt

Si inizia la preparazione lessando le patate, che poi vanno sbucciate e schiacciate grossolanamente amalgamandole.

Nel frattempo sciacquate le foglie delle rape e scaldatele. Una volta cotte, le rape vanno raffreddate, strizzate e tagliuzzate.

Prendete una papaccella grande sottaceto, un particolare tipo di peperone dal sapore dolce, levate i semi e l’aceto in eccesso e tagliate a listarelle. Friggete la papaccella in olio bollente che avrete insaporito con l’aglio, se piace.

A questo punto aggiungete le foglie di rape tagliate a pezzetti facendo sfriggere tutto insieme aggiustando di sale.

Unite le patate schiacciate nella pentola con la verdura sfritta in precedenza con la papaccella, aggiustate di sale ed olio a piacimento.

A fuoco dolce rimestate sempre con un cucchiaio di legno per una decina di minuti aggiungendo, se necessario un po' dell’acqua di cottura delle patate (il composto deve risultare denso ed omogeneo ma non eccessivamente asciutto) ed il mallone sarà bello e pronto. Potete aggiungere del peperoncino piccante se preferite.

Preparate la pizza con i 200 gr. di farina da impastare con circa un litro di brodo vegetale bollente (come se si preparasse una polenta molto densa). Questo impasto andrà poi fritto stendendolo e schiacciandolo con le mani in padella, cuocendola da ambo i lati.

I contadini anticamente cuocevano la pizza alla base del camino vicino la brace in un recipiente di argilla, ed era chiamata “pizza ‘ndo chinco”.

In Irpinia, terra ricca tra l’altro di cultura enogastronomica, si producono prestigiosi vini conosciuti in tutto il mondo, tra cui l’Aglianico e il Taurasi che esaltano ed elevano il gusto del piatto.

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