Articolo_bisaquino_marmellata_cipolle3-1024x1024.jpg

Questa è la mia semplice ricetta della marmellata di cipolle fatta con quelle rosse, grandissime e speciali che arrivano ad agosto da Bisacquino, un gioiello siciliano sui Monti Sicani.

Bisacquino e la cipolla sono uniti da una storia molto lunga e la cipolla si chiama “busacchinara” come se fosse una bella donna. Una cipolla può arrivare a pesare fino ad un chilo e la si quasi abbraccia.
Praticamente si può fare una marmellata anche con una sola cipolla!
Con la marmellata ci accompagno arrosti, bolliti e formaggi. E per darle un sapore un po’ più agrodolce, prima di servirla in una ciotola a parte aggiungo dell'aceto balsamico.
C’è una bella storia legata alla sua coltivazione. Si dice, infatti, che risalga alla guerra degli dei che si erano trasformati in cipolle per sfuggire alle ire di Giove.
Non è neanche immaginabile da quanti millenni gli uomini mangiano cipolle, e certamente erano già famose in Egitto. Ma la sua vera diffusione in Sicilia è avvenuta nei quartieri ebraici, le giudecche.
E il quartiere ebraico di Bisaquino era particolarmente grande.
Oggi Bisaquino le ha dedicato una festa speciale, la Sagra della Cipolla dove si possono acquistare le marmellate e gustare addirittura il gelato alla cipolla.
A proposito, sembra che anche il grande Federico II ne andasse pazzo, specialmente nella versione agrodolce.
Questa è la mia ricetta della marmellata che preparo ogni estate per poi gustarmela con gli amici in inverno.

Ricetta della Marmellata di Cipolle di Bisacquino


Ingredienti: 

    • 1 kg di cipolla rosa di Bisacquino

 

    • 200 gr di zucchero

 

    • 200 dl di vino rosé

 

    • 50 dl di acqua

 

    • 4 chiodi di garofano

 

    • 5 grani di coriandolo o pepe rosa

 

    • 6 foglie di alloro



Affettare la cipolla sottile e farla macerare per 4 ore in una bacinella di porcellana o acciaio (no di plastica) con tutti gli ingredienti descritti sopra.
Passate le due ore, togliere le foglie di alloro e i chiodi di garofano.
Mettere tutto in una pentola di acciaio e con fiamma bassa portandola all'ebollizione.
Quando la cipolla sarà ristretta ed addensata, versarla nei barattoli. Poi tappare i barattoli e capovolgerli per 2 minuti, poi riporli in una cesta o scatolo bene avvolti nella carta di giornale. Tenerli così per 48 ore. Il barattolo aperto va conservato in frigo.

Divertitevi!

powered by social2s
Il dialetto Siciliano e la ricetta della Minestra di Tenerumi

Il dialetto Siciliano e la lingua italiana sono nati dal latino medioevale.
Il siciliano è il primo che si espresse come forma d'arte. Una delle porte del duomo di Monreale, quella firmata da Bonanno Pisano (1186), è diviso in quarantadue quadrati (formelle) che riproducono scene bibliche accompagnate da scritte in volgare.
Il grande poeta Dante Alighieri scrisse che

“II volgare siciliano si acquistò fama prima e innanzi agli altri per il fatto che molti poeti indigeni poetavano in siciliano e per il fatto che la corte aveva sede in Sicilia”.


Prima di Dante la poesia era solo quella siciliana.
Egli definì tutta la produzione poetica siciliana col nome di "Scuola Siciliana" e affermò che i primi pionieri in lingua volgare italiana furono proprio i poeti siciliani di questa scuola.
Palermo era la culla della poesia siciliana.
Tra i più famosi poeti di lingua siciliana ricordiamo Cielo D'Alcamo, giullare particolarmente colto di cui si hanno poche notizie che scrisse il celebre componimento "Rosa fresca aulentissima", e Giacomo da Lentini, da molti ritenuto l'inventore del "sonetto" e il caposcuola della lirica siciliana.
La lingua siciliana si espanse anche fino in Toscana dove si formò una corrente di poeti siculo-toscani da cui nacque la scuola del dolce Stil Novo. La loro lingua si affermò come lingua del popolo italiano al contrario del siciliano che fu degradato al ruolo di semplice dialetto regionale.
Ma la conformazione geografica della Sicilia, ha consentito alla lingua siciliana di non subire influenze di confine. Il risultato è l’unicità della lingua siciliana.
Oggi il siciliano è parlato da circa 5 milioni di persone in Sicilia, oltre che da un numero imprecisato di persone emigrate o discendenti da emigrati, in particolare quelle trasferitesi nel corso dei secoli passati negli USA (dove addirittura si è formato il Siculish), in Canada, in Australia, in Argentina, in Belgio, in Germania e nella Francia meridionale.
Il siciliano è oltretutto molto diffuso come lingua familiare e come lingua di dialogo tra amici e… nelle poesie.
Il dialetto siciliano torna in voga di continuo grazie ad autori come Pirandello, Verga, il poeta dialettale Ignazio Buttitta fino ad Andrea Camilleri.

Alunno: “Professù …a mia mi piaci parlari in Sicilianu e no in Italianu cà è na lingua motta” (professore, a casa mi piace parlare in Siciliano e non in Italiano che è una lingua morta).
Professore: “Ti boccio!!!...Comu si rici in Sicilianu?..” (ti boccio… come si dice in Siciliano?)


Per divertirmi un po’ e forse per complicarmi un po’ la vita, voglio descrivere questa ricetta in Siciliano e vi garantisco che non è stato facile.
La minestra di tenerumi è una ricetta tipica siciliana che è possibile gustare soltanto in estate in quanto questa varietà di zucchine, strette e lunghe dal colore verde chiarissimo, producono le foglie dette tenerumi soltanto durante questa stagione. Ci sono cresciuta a Sciacca.
La minestra che viene preparata è una vera bontà!
A questa zuppa di zucchina lunga e foglie di tenerumi si aggiunge del pomodoro fresco saltato in padella con l’aglio detto “pomodoro a picchi pacchi”.
Il formato di pasta che accompagna questa minestra è rigorosamente lo spaghetto spezzato!

Ricetta della MINISTRUNI DI TINNIRUMI
Pigghiati un chilu di tinnirumi, lavatili a duviri e facitili vugghiri dintra ‘na pignata cu l’acqua salata.
A mezza cuttura sculatili e tagghiatili a pizzudda pizzudda.
Dintra un tianu squagghiati cu l’ogghiu d’oliva squagghiati filetti di acciuca salata, mittitici du spigghetti d’agghia sminuzzata, pummarori pilati, Sali e pipi.
O puntu giustu, pigghiati li tinnirumi sminuzzati e jittatili dintralu tianujuncennu n’autru mezzu litru d’acqua o di brodu.
Faciti cociriancora pii cinqu minuti.
A parti priparativi l’attuppateddu o lu spaghettu sminuzzatue, quannu la pasta è quasi cotta, miscatila cu li tinnirumi facennu stari l’ultimu vugghiuni.
Scinniti e mpiattati..
Bonu appititu!


Ricetta della MINESTRA DI TENERUMI
I “tenerumi” sono le foglie ed i germogli della zucchina bianca, sottile e tenera, che si produce in Sicilia ed in particolar modo nel palermitano.
Procuratene 1 Kg, lavateli bene e lessateli in acqua salata. A metà cottura, scolateli e tagliateli a pezzettini.
In un tegame, sciogliete nell’olio d’oliva i filetti di acciuga sotto sale o sott’olio, unite 2 spicchi d’aglio affettati, 500 gr di pomodoro pelato, sale e pepe.
Lasciate cuocere per qualche minuto, poi aggiungete i tenerumi. Diluite tutto con un litro e mezzo di acqua o brodo e continuate la cottura per altri 5 minuti.
A parte avrete lessato la pasta corta che unirete alla minestra, un ultimo bollore e servite caldo.

powered by social2s
San-Vito-Romano-Palazzo-Theodoli-5-1-1024x683.jpg

Mi chiamo Antonio e nel 1993 ho rilevato l’azienda da mio padre Marcello chiamandola “Il Merlo”, dal soprannome usato in famiglia.
La mia famiglia Carrarini da ben tre generazioni si occupa di vino, dalla coltivazione dei nostri terreni a San Vito Romano e Olevano Romano fino alla ideazione dei vini e alla loro produzione.

Tutto iniziò tanti anni fa in una casa colonica nelle campagne in una località che si chiama Fagnano, e poi abbiamo costruito una nuova casa e cantina negli anni 1960 proprio nel paese di San Vito Romano.
Ancora ci trovate qui, all’ingresso del paese, e non potremo vivere in nessun altro posto lontano dalla nostra cantina.

I vigneti di circa 2 ettari, invece, sono esposti a sud e si estendono su un territorio collinare in località Cascaglione, che è anche il nome di uno dei vini rossi, ad un’altitudine di circa 350 metri. I terreni sono limo argillosi di terra rossa, mediamente compatta, e sono caratterizzati da forti pendenze (30%) avvicinandosi ad una viticoltura eroica.
Non aspettatevi sontuosità, la nostra è una piccola azienda dove la vigna, la cantina e l’organizzazione distributiva sono svolte completamente a livello familiare.
Però abbiamo una nostra filosofia e vinifichiamo uve autoctone come Bellone, Ottonese, Cesanese alle quali si aggiungono varietà nazionali come Malvasia e Moscato.
Il sistema di allevamento è per i nuovi impianti a cordone speronato e guyot, mentre ‘a pergola’ per i vecchi impianti che risalgono agni anni ’70.
All’interno della cantina, dove c’erano le vecchie cisterne in cemento ho creato una bottaia con circa 14 barrique dove affido le mie migliori produzioni ad una maturazione in legno esclusivamente di rovere francese.
Durante queste tre generazioni abbiamo fatto tantissime prove, il sistema di produzione e di allevamento della vite non è più lo stesso, ma la passione è sempre rimasta la stessa.
Ci sono dei vini ai quali sono particolarmente attaccato e che credo rappresentano meglio il nostro modo di vivere e, quindi, i miei ideali di viticoltura.
Il primo si chiama Vecchi Filari, un vino bianco ottenuto da uve Malvasia, Bellone e Ottonese. Sono uve autoctone e qualche volta difficili da trattare ma prende il nome dai filari antichi piantati dalla famiglia. Alcuni sono stati sostituiti mentre quelli da cui viene il vino sono quelli originali.
Lo faccio fermentare in acciaio ma poi matura in barrique di rovere francese con batonnage e sosta sui lieviti per circa 12 mesi. Ha una bella gradazione alcolica di 14,5 gradi e colore giallo oro. Al naso è complesso con prevalenza di frutti esotici. In bocca è pieno, rotondo.
Il secondo vino completamente da uve autoctone è il Cascaglione ottenuto da sole uve Cesanese. Siamo nell’area vicina alla Cesanese DOC e faccio anche parte della Strada del Cesanese di Olevano Romano con la quale promuoviamo il nostro territorio e il nostro ‘nettare’.

Per queste uve, la vendemmia avviene in leggera surmaturazione e la fermentazione in acciaio con ripetuti rimontaggi e una lunga permanenza sulle bucce. Poi la maturazione parte in barrique e parte in acciaio per arrivare all’assemblamento prima dell’imbottigliamento.
Ha una gradazione 15 gradi e un colore rubino con riflessi granata. Al naso è vinoso con leggero sentore di ciliegia mentre in bocca giustamente tannico con una piacevole rotondità.
Infine quello a cui sono più affezionato, il Marcello ’27 che ho dedicato a mio padre. Viene fatto da sole uve di Moscato bianco vendemmiate molto mature, quasi disidratate.
Una leggera macerazione sulle bucce prima della fermentazione che avviene in acciaio e un successivo affinato sui lieviti con batonnage per circa un anno. Il sapore è morbido, avvolgente, rotondo e ha una elevata è alcolicità di 15,5 gradi.
Il profumo con note di miele è complesso e riporta piacevolmente alla tipicità del vitigno.
È un compagno ideale per amichevoli conversazioni o momenti di meditazione. Con calma per la sua gradazione.
Sono fortunato.

powered by social2s
Articolo-Coda-di-Rospo-in-Potacchio-3-1024x768.jpg

Alcune volte sembra che ci dimentichiamo la regione Marche per poi farci sorprendere positivamente.
Ogni volta è la prima volta, e ogni volta ci godiamo la loro incredibile bellezza.
Questa estate sono in vacanza nella Riviera delle Palme, nel sud della regione ai confini con l'Abruzzo (altro scrigno di gusti).
Sono a San Benedetto del Tronto dove le olive ascolane (dal nome della vicina Ascoli Piceno) si incontrano con gli arrosticini di pecora abbruzzesi.
Un lungomare tra i più belli d'Italia: 5 chilometri di passeggiata che vanno da Porto d'Ascoli (che dagli anni '60 è parte integrante del nucleo urbano di San Benedetto del Tronto) fino al centro città costeggiata da una pista ciclabile.
Siamo al mare e qui la cucina di pesce la fa da padrona. Dobbiamo ricordare che San Benedetto del Tronto è il primo porto pescherecci delle Marche, la cui costruzione risale al 1907.
Esiste un piatto che è il simbolo della cucina del luogo ed è il Brodetto alla Sanbenedettese, una sorta di zuppa di pesce con la particolarità dell'uso dell'aceto e dei peperoni.
Altre ricette tipiche che si possono guastare nei locali di questa zona sono le Trippe di Rana Pescatrice con Fagioli Cannellini, e la Coda di Rospo in Potacchio.
Questa volta ho voluto preparato la Coda di Rospo in Potacchio seguendo la ricetta del cuoco del ristorante La Gioconda.
Per prima cosa spieghiamo un po’ di dialetto marchigiano dicendo che il potacchio è una salsa con il pomodoro che ha la particolarità di essere aromatizzata con abbondante rosmarino.
Mentre la coda di rospo non ha nulla a che fare con principi e principesse ma è un pesce che viene chiamato in vari modi nelle diverse regioni italiane. Anche perché i pesci hanno la stessa forma ma un sapore diverso a seconda del mare e del fondale in cui vivono.
Il suo nome deriva da una pinna che agisce come una ‘canna da pesca’ per le sue prede. E con la sua grande bocca è capace di ingoiare qualsiasi cosa.
Quella del Mar Adriatico ha carni sode e un gusto delicato, perfetto proprio per questa ricetta.

Ricetta della Coda di Rospo in Potacchio


Si prende una padella e si prepara un fondo con aglio, olio e peperoncino. Si lascia insaporire e si aggiungono i rametti di rosmarino e, poco dopo, la polpa di pomodoro.
Si lascia cuocere bene la salsa e quando è quasi a fine cottura si aggiunge la coda di rospo.
Si lascia cuocere non tantissimo perché questo pesce ha una polpa tenerissima ma una cottura prolungata la renderebbe stoppacciosa.
Con la salsa che avanza potete condire una pasta e avrete un altro piatto buonissimo.
Il vino? Ho bevuto una Passerina di Ciu Ciu, da non scordare!
 

powered by social2s
Isole-Eolie-Lipari-1-1024x682.jpg

L’arcipelago delle Eolie è composto da 7 meravigliose isole di origine vulcanica, le sette perle del Mediterraneo: Lipari, Vulcano, Salina, Filicudi, Alicudi, Panarea e Stromboli. Ricche di storia, cultura e bellezze naturali circondate da uno splendido mare incontaminato, sono una meta ambita da tanti turisti.

Io vivo a Lipari la più grande dell’arcipelago che conta circa 12 mila abitanti.
L’isola offre tantissime attrattive sia di terra che di mare ma anche piatti della tradizione con i suoi sapori e profumi tipicamente Eoliani.
La cucina Eoliana si distingue per l’uso sapiente di erbe aromatiche come rosmarino, origano, basilico, aglio, menta e soprattutto di capperi e malvasia.
I nostri dolci tipici eoliani sono molto conosciuti come i “gigi”, i “acauli”, i “sesamini”, i “pasticciotti” di zucca e “spicchitedda”.
Voglio raccontarvi una ricetta che facevo sempre insieme alla mia mamma che mi diceva: “impara, che poi quando io non ci sarò più potrai farli insieme ai tuoi figli”.
La ricetta dei Nacatuli Eoliani, pasticcini di frolla siciliana aromatizzati con vino Malvasia e farciti con un profumato ripieno di mandorle, zucchero, cannella e agrumi. Minuziosamente ricamati con il “pizzicarolo” attrezzo fatto artigianalmente da persone del luogo.

La ricetta dei Nacatuli di Lipari


Ingredienti per l’impasto:

    • 1 Kg farina

 

    • 150 gr strutto

 

    • 150 gr zucchero

 

    • 2 uova intere e 2 tuorli

 

    • un bicchiere di malvasia



Amalgamare la farina con lo strutto, lo zucchero, le uova e infine la malvasia (vi raccomando quella originale).
Mettere in frigo a riposare. Nel frattempo preparare il ripieno tritando le mandorle con lo zucchero, la cannella e il mandarino.
Stendere la frolla preparare dei dischi. Porre un po' del ripieno al centro di ogni dischetto e coprire con un altro dischetto, sigillando tutto attorno con le dita e rifilando i bordi con una rotella dentellata.
Pizzicare e intagliare la superficie dei nacatuli, in modo da abbellirla con disegni di fantasia e varie forme in rilievo.
Quindi cuocere i nacatuli in forno a 180 °C fino a leggera doratura (20 minuti circa).
Visitate queste splendide isole incontaminate ricche di cultura, natura e prelibatezze culinarie!!
Vi aspetto!

powered by social2s
Ricetta-Vanni-Cicetti-Baccal---e-Ceci-2-1024x768.jpg

Crema di ceci con tagliolini e baccalà, questo è il piatto che più mi rappresenta e che perseguita i miei amici da quasi trenta anni. 

Era la fine degli anni '80 quando venne alla luce questo piatto, una ricetta che rappresenta in pieno il periodo con le sue creme e vellutate. 

All'epoca lavoravo in un ristorante stellato e, nonostante io fossi il responsabile della sala, ero ben visto anche in cucina dove mi insegnarono le basi per una cucina professionale e non di casa. 

E il piatto nasce proprio per una mia esigenza di creare qualcosa che ricordasse la ristorazione e non la cucina casalinga. Così in questo piatto c'erano tutte le conoscenze acquisite in quel periodo, non solo di cucina ma anche della frequentazione di altri chef stellati. 

In particolare, nella mia ricetta c'era la voglia di emulare un grande chef dell'epoca Fulvio Pierangelini con il suo ristorante il Gambero Rosso a San Vincenzo (LI) che faceva una crema di ceci con gamberi, chiaramente non paragonabile alla mia.

La mia crema di ceci rimaneva ancorata alle radici con l'uso di prodotti tipici nostri, i ceci, la pasta all'uovo e il baccalà. Nel tempo la ricetta è stata raffinata e resa più delicata, ma io vi propongo la versione iniziale a cui sono affezionato.

Ricetta della Crema di ceci con tagliolini e baccalà 

Per prima cosa dobbiamo ammollare il baccalà 2 o 3 giorni prima, poi possiamo passare ai ceci che vanno messi in ammollo per una notte sola.

A questo punto possiamo pensare di iniziare a cucinare lessando i ceci che vanno salati solo alla fine.

Preparare dei tagliolini all'uovo, impastando le uova con la farina e stendendo la pasta.

Iniziamo la vera cottura e prendiamo un tegame in cui mettiamo aglio, olio e peperoncino e facciamo dorare l'aglio prima di aggiungere i ceci e lasciarli insaporire.

A questo punto aggiungiamo acqua calda e facciamo cuocere 15 minuti. Poi togliamo tutto dal fuoco, eliminiamo l'aglio, frulliamo i ceci e rimettiamo sul fuoco aggiungendo acqua calda.

Quando tutto riprende il bollore, allora mettiamo i tagliolini.

Nel frattempo sfaldiamo il baccalà e lo saltiamo in padella con poco olio.

Quando i tagliolini sono cotti, serviamo nella scodella dove aggiungeremo il baccalà.

Su questo piatto mi piaceva moltissimo bere il Cervaro della Sala, un vino da uve Grechetto e Chardonnay che viene prodotto in Umbria nella tenuta Castello della Sala della famiglia Antinori.

powered by social2s
Le-ricette-di-nonna-Imma-Libro-200x300.jpg

Dovrei dire che il vero autore è mia nonna Immacolata De Lisio, ma è morta da 35 anni, e in suo onore ho voluto raccogliere le sue migliori ricette. Quelle che mi facevano sognare e che mi facevano aspettare con trepidazione il momento in cui ci sedevamo a tavola. 
Non c’era bisogno di chiedere a mia nonna “che mangiamo? Quanti siamo a tavola?” perché ogni volta ci sorprendeva con qualcosa di unico.
Mia nonna, da buona napoletana, aveva dei punti fermi come quello che “cucinare è un modo di prendersi cura di sé stessi e degli altri”. Tipicamente napoletano: dove il “noi” a tavola è fortemente auspicabile!
La cena, il pranzo o persino la colazione sono momenti di gioco e di accoglienza in cui il cibo è l’elemento di unione. Ogni giorno era una festa, una occasione per imbandire la tavola curando nel dettaglio ogni particolare.
E non importa se a mangiare eravamo sole o se invece c’era tutta la famiglia con amici e parenti, se da 2 diventavamo 10 oppure 20 o addirittura 50 persone.
Ricordo le tavolate sulla spiaggia con pentole di primi piatti, e poi i secondi, e poi i contorni, le creme... Per non parlare dei dolci, dei liquori e al pomeriggio, anche le pizze!
E così, in onore della regina della tavola, ho deciso di raccontare le ricette di Nonna Imma, perché sono state scritte con amore e sono state provate da tutta la nostra famiglia.
Ha trasformato il cucinare in una vera e propria arte con cui prendersi cura delle persone: fatelo anche voi. E vi svelo alcuni segreti e aggiunte che le rendono veramente speciali.
L’amore e la tavola imbandita li dovete mettere voi.

Ricetta degli Gnocchetti alla Don Raffaele


Ingredienti per 5 persone:

    • Farina gr. 400,

 

    • Semola gr. 150,

 

    • Acqua gr. 500,

 

    • 3 cucchiai d’olio,

 

    • Fior di latte gr. 150,

 

    • Parmigiano gr. 50,

 

    • Salsa di pomodoro fresco 



Tutto parte dall’acqua bollente. Prendete un polsonetto, ossia un tegame in rame a pareti tonde, e mettete a bollire l’acqua con due cucchiai d’olio e sale. Se non lo avete potete usare una pentola di acciaio.
Quando l’acqua avrà raggiunto il bollore, gettate tutto d’un colpo la farina e la semola e girate vigorosamente con un cucchiaio di legno per ottenere una bella palla dall’impasto omogeneo.
Lasciate cuocere l’impasto a fiamma leggera per circa 10 minuti fino a che la sentirete sfrigolare. A questo punto potete versarla sul tavolo e, non appena avrà un calore sopportabile, lavoratela con le mani per 15 minuti aggiungendo un altro cucchiaio d’olio.
Ora siete pronti per formare dei bastoncini dello spessore dei grissini che poi taglierete in tanti tocchetti della grandezza di una nocciola sgusciata.
Poiché la pasta non si attacca, vi consiglio di guadagnare tempo formando 4-5 file di bastoncini e tagliandoli insieme per ricavare gli gnocchetti.
A questo punto gli gnocchetti sono pronti e vanno cotti in abbondante acqua salata. Quando, sale a bollore, gettate in un paio di volte gli gnocchetti e tirateli fuori quando dopo pochi minuti saliranno a galla. Usate la schiumarola e sgrondateli bene.
Mettete in un tegame di terracotta una base di sugo (o di ragù) e uno strato di gnocchetti, parmigiano e fior di latte a tocchetti. Poi sugo ancora e continuate con le sovrapposizioni fino ad esaurimento di tutti gli ingredienti.
Passate sul fuoco moderato e delicatamente girate qualche minuto fino a quando il fior di latte comincerà a filare. Servite, sono delicati ed invitanti.
Se preparate una maggiore quantità di pasta, gli gnocchetti cotti potranno essere conservati in un contenitore aperto con la velina plastificata per 4-5 giorni. Metteteli nella parte bassa del frigorifero e, al momento di servirli, versateli per un solo minuto in acqua a bollore. Poi condite.
Ma, soprattutto, poi condivideteli con gli amici e mangiateli.

powered by social2s
nancy3.jpg

Paliano per me è aria di primavera e di cambiamento: colori, sapori e profumi d’infanzia. Custodisce il mio passato e il mio futuro.


Se c’è una cosa che ricordo in maniera nitida degli anni della mia meravigliosa infanzia è la condivisione di momenti, colori e profumi della campagna. Una campagna di dolci colline.
Discover Ciociaria! Tours Paliano
Da sempre ho vissuto in campagna. Lì abito io, i miei genitori, zii e cugini e lì abitavano i miei nonni… ed è da loro che voglio iniziare il racconto di uno dei periodi più belli della mia vita: l’infanzia.
Fin da bambina ho avuto il piacere di “sporcarmi” le mani con la terra. Anche per apprendere tante cose dai “nonni” che instancabilmente hanno coltivato e curato i terreni che avevano acquistato con i primi guadagni del dopoguerra.
Con il sogno di una casa di proprietà sicura e di un futuro sempre più roseo.
E questo clima di sogni e traguardi era quello che respiravo in quegli anni (forse anche per la spensieratezza dell’età). Ero pervasa da una piacevole tranquillità e la consapevolezza che il futuro sarebbe stato migliore. Che la famiglia era quel porto sicuro dove mi sarei sempre potuta rifugiare e che, nel bene e nel male, avevamo un pezzo di terra da coltivare.
Lo avevamo e quindi non saremmo mai “morti di fame”.

Era dunque necessario imparare “a coltivare l’orto, accudire gli animali, preparare le conserve ed altro”.


Questo diceva il nonno a me a ai miei cugini, con i quali condividevamo l’avventura della scoperta del mondo e del nostro paese in cui abbiamo vissuto da piccoli. I legami sono e saranno sempre vivi anche se alcuni sono distanti oggi.
Arrivata davanti l’uscio della casa della nonna una cosa era certa: in qualsiasi momento della giornata io andassi a trovarla, le sue mani erano impegnate a “lavorare” qualcosa: pasta, pane, torte e crostate deliziose.


Tutte le sue ricette erano gelosamente custodite nell’agenda dalla copertina verde, costantemente aggiornata nel tempo e che ancora oggi conservo nella mia credenza di casa.
Tra le tante prelibatezze, metà ciociare e metà calabresi che la nonna preparava per essere solidale con il nonno, che si era trasferito in giovane età da Locri a Paliano, voglio raccontarvi di quella squisita marmellata di visciole e ciliegie delle piante dell’orto.
Ogni anno, pazientemente le sue mani operose confezionavano circa una cinquantina di vasetti di marmellata, tutti rigorosamente con un tappo di latta ricoperto da copri-tappo ricamati a uncinetto e punto croce.
Oggi voglio raccontare il suo segreto per condividere con voi il profumo inconfondibile e il sapore unico della sua marmellata che, unita con la pasta frolla, dava origine alla rinomata “crostata di Elide”.

Le dosi della crostata sono quelle del libro verde e gli ingredienti sono:

    • 400 gr farina,

 

    • 300 gr zucchero,

 

    • 150 gr burro,

 

    • 3 tuorli,

 

    • 1 uovo intero,

 

    • Limone

 

    • Un pizzico di lievito per dolci.



Provate e fatemi sapere se anche a voi suscita gli stessi sentimenti.
Quando io sento il bisogno di sicurezza e di immergermi nella pace della campagna palianese è proprio lì che vado: nella casa di Nonna Elide. Posso vedere Paliano in tutta la sua bellezza e distinguere il borgo medievale immerso nel verde delle colline, dove uliveti, frutteti e vitigni si alternano alle abitazioni.
Torno alle radici anche se abito nello stesso paese perché radici non significa soltanto qualcosa di lontano. Tutti abbiamo radici ma solo i più fortunati le possono sentire.
Possono provare l’emozione di sentirsi legati ad una storia, un profumo, un colore o un sapore dal quale trarre la grande forza che ci porta ad affrontare il presente senza paura. Magari sapendo come affrontare la paura.
Perché noi già siamo le radici dei nostri figli.
Stiamo già trasmettendo ad altri tradizioni e diamo loro una parte della forza delle nostre radici.
Per questo ho voluto condividere la ricetta di Nonna Elide. Perché questa forza che ho ricevuto la voglio ridonare. Perché insieme sarà più facile andare ad affrontare il futuro.
 

powered by social2s

Iscriviti alla Newsletter

Scopri un territorio attraverso le emozioni di chi l'ha raccontato in prima persona.