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Una mela al giorno toglie il medico di torno è una delle frasi più usate nella lingua italiana, come quella che “non ci sono più le mezze stagioni “, ma è il miglior modo per introdurre gli indiscutibili benefici alla nostra salute che regala il nostro frutto.

Sono universalmente riconosciute le proprietà benefiche del frutto per antonomasia, ma entriamo nel dettaglio.
La prima considerazione riguarda l’acqua: l’85% di una mela è acqua e, conseguentemente, mangiare un pomo sazia con un ridotto apporto calorico (circa 38 kcal per 100 grammi di parte edibile).
Il vantaggio è, quindi, quello di favorire una dieta ipocalorica particolarmente consigliata dopo un periodo di forzata quarantena che ci ha portato a esagerare, forse, con il cibo come antidepressivo.
Andiamo agli aspetti nutritivi, la mela fornisce zuccheri (essenzialmente fruttosio, monosaccaride caratterizzato da un basso indice glicemico), vitamine (A, B1, B2, B3, B9 e C) e sali minerali (sodio, potassio, ferro, calcio, fosforo, magnesio e zinco).
In particolare, la mela è ricca di potassio ed è preziosa per il buon funzionamento del sistema nervoso e del muscolo cardiaco.
Poi la mela contiene fibre (fino al 10%) e in particolare la pectina (polisaccaride composto da una catena lineare di monomeri di acido galatturonico) che, essendo solubile, favorisce il benessere intestinale e riduce i livelli di colesterolo e glucosio nel sangue. Inoltre, la pectina blocca l’appetito e accentua il richiamato senso di sazietà.
Anche l’acido citrico e l’acido malico presenti nella mela favoriscono la digestione agendo come efficaci disinfettanti dell’intestino. L’acido malico, inoltre, stimola le ghiandole salivari abbassando il pH della bocca, protegge le gengive e riporta i denti ad un bianco candido senza necessità di costosi collutori e particolari dentifrici.
La mela è un concentrato di antiossidanti e, in particolare, di polifenoli (circa 200 mg per 100 g di parte edibile) che migliorano il metabolismo dei grassi, riducono la formazione di molecole infiammatorie e proteggono il sistema cardio-circolatorio. I polifenoli con i flavonoidi contrastano la formazione dei radicali liberi, frenano lo stress ossidativo e rallentano l’invecchiamento cellulare.
E se questo non vi ha convinto a mangiare una mela, è stato dimostrato che i polifenoli della mela ostacolano la replicazione delle cellule tumorali del colon contribuendo alla cosiddetta apoptosi cellulare (meccanismo delle cellule anomale e difettose dell’organismo che porta al loro suicidio in quanto non rispondenti al DNA originario).
La mela fa bene in caso di colite, gastrite e ritenzione idrica e può essere consumata in caso di diabete.
La mela è diuretica, lassativa, depurativa e decongestiona un fegato affaticato.
La mela è indicata per reumatismi e malattie delle articolazioni.
E la nostra produzione nella Valle del Giovenco è di altissima naturalità. Abbasso il coronavirus. Evviva la mela. Evviva Ortona.
Adottate un melo di Ortona dei Marsi

La storia della ricetta della “tarte tatin” alla Mela Renetta


La Tarte Tatin è il più classico dei dolci alle mele della tradizione francese. È nata ai primi del ‘900 grazie all’inventiva delle sorelle Carolina e Stephanie Tatin, albergatrici a Loret Cher in Francia.
La ricetta sembra sia dovuta ad un errore di Stephanie, cuoca provetta a cui dovette rimediare velocemente. Si racconta che un giorno avesse dimenticato di preparare la sua leggendaria torta di mele.
Senza perdere tempo, corse in cucina, imburrò e cosparse di zucchero una tortiera, ci mise dentro le mele e le infornò. Solo dopo, si accorse che per la fretta aveva dimenticato la base di pasta brisèe ma non si perse d’animo, ricoprì la tortiera con uno strato di pasta e rimise tutto in forno.
Terminata la cottura, Stephanie ribaltò la torta su un piatto e la portò in sala dove fu letteralmente divorata dai presenti. Era, così, nata la Tarte Tatin.
L’unica variante ortonese che vi consiglio è l’utilizzo della mela granettona che tradizionalmente viene coltivata nella Valle del Giovenco.
Buon appetito a tutti ma … occhio ai chili di troppo

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Un altro capolavoro della natura coltivato nell’Alta Tuscia tra Gradoli e Onano: il Fagiolo Tondo del Purgatorio.

Questo tipo di fagiolo ha rischiato di scomparire per la difficoltà di produzione e la bassa resa delle piante ma, per fortuna nostra e degli chef, è riuscito a ricavarsi uno spazio fra le coltivazioni di pregio.

Molti pensano che i fagioli arrivino dalla scoperta dell’America, mentre in realtà Colombo ci ha portato solo alcune varietà più semplici da coltivare che hanno messo in difficoltà le produzioni locali.

Andiamo al supermercato e troviamo 3-4 varietà di fagioli, giriamo l’Italia e ne possiamo trovare centinaia di più gustose e dal sapore unico.

L’Alta Tuscia è zona di Etruschi, e nella loro cucina i fagioli venivano macinati per farne salse di accompagnamento alla carne. Quindi possiamo dire che i fagioli hanno accompagnato la crescita delle popolazioni grazie al loro alto valore nutrizionale.

In particolare a Gradoli, gli Statuti Cittadini del XIV secolo dedicano una sezione al fagiolo che è anche il protagonista principale di una tradizione che continua dal 1600: Il Pranzo del Purgatorio.

Dal Trecento, il Mercoledì delle Ceneri, la Confraternita del Purgatorio per celebrare la fine del Carnevale e l’inizio del periodo di digiuno organizza un pranzo in ricordo dei caduti di una rivolta contro le pesanti vessazioni imposte dal Papato.

Si pregava per la misericordia delle loro anima in Purgatorio.

Uno dei piatti tradizionali era ed è proprio il fagiolo locale lessato e condito con olio, pepe e sale. Questo fagiolo prende quindi il nome proprio dalla Confraternita e dalla tradizione del Pranzo del Purgatorio.

Nel '700 era così prezioso che addirittura veniva usato come una specie di moneta: si pagavano messe e si facevano elargizioni ai fedeli.

Il fagiolo del purgatorio è un fagiolo piccolo e bianco dalla buccia finissima e dal sapore delicato non ha bisogno di un ammollo prolungato. È sufficiente un’ora e anche la cottura è breve.

Nella tradizione vanno lessati aromatizzando l'acqua con alloro, salvia ed aglio e poi conditi con olio extravergine sempre di zona.
Io ho preparato una crema usando i fagioli ed i gambi degli asparagi sempre coltivati nella Tuscia.

Ricetta della Crema di Fagioli del Purgatorio e Asparagi

Dopo aver lessato i fagioli, ho preso gli asparagi ho tolto le punte e tagliato i gambi. Nel mio caso non serve lessarli perché ho usato l'asparagina, quella fine e lunga.

In un tegame ho messo del cipollotto tagliato, i gambi degli asparagi ho fatto rosolare poi ho messo i fagioli lasciandone qualcuno da mettere intero nel piatto.

Ho fatto insaporire allungando poi con dell'acqua calda. Una volta cotti ho frullato il tutto creando una crema profumata.

In un’altra padella ho fatto saltare le punte degli asparagi con semi di girasole, timo fresco, pepe, i fagioli interi ed un giro d'olio.

Per impiattare, ho versato la crema di fagioli nella scodella ed ho aggiunto le punte degli asparagi.

Nel bicchiere? Perfetto un vino di Sergio Mottura l'Orvieto secco, un’unione di uve Procanico, Verdello e Grechetto che ben si abbina perfettamente a questo piatto.

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Leggendo il racconto, allo stesso tempo nostalgico e triste, di una Sciacca che forse non c’è più (vedi il post di Angela Di Michele) mi è venuta in mente Marilena Barbera, la sua forza e le sue vigne che affacciano sul mare.

Uno dei miei viaggi in Sicilia mi portò anche in quella zona. Arrivai a Sciacca ma non conoscevo ancora Marilena e quindi il mio modo di capire le sue vigne passa più per i ricordi, e per le sue parole, che non per un’esperienza diretta.
Esperienza che però ho fatto con i suoi vini…
Ma andiamo per gradi, da Sciacca basta risalire per qualche chilometro in direzione nord-ovest per arrivare a Menfi, casa e anima delle Cantine Barbera. È qui che Marilena dà vita al suo sogno, raccontandolo così:

“Tornata in Sicilia dopo anni trascorsi in un altrove che non mi apparteneva, ho trovato la vigna e il sogno di mio padre. Ho preso questo sogno e ho scoperto che era anche il mio”.


Una scoperta che passa appunto da paesaggi dove la natura è ancora padrona, un vantaggio non da poco pensando ad altre zone della costa siciliana e non solo. Questa è una terra fertile che si affaccia sul mare, Marilena la racconta così:

“Vigne di mare, che assorbono il sale dall’aria e dal terreno trasformandolo in vibrante sapidità. Vigne che godono di inverni miti e ventilati e di estati calde e asciutte, dalle importanti escursioni termiche tra giorno e notte. Acini d’uva dolcissimi e salini, che profumano del sole di Sicilia e della fresca brezza mediterranea”.


Una storia di famiglia raccontata anche dai vitigni che danno vita ai vini di Cantine Barbera, dall’Inzolia piantata negli anni venti dal nonno di Marilena a quelli, moderni, scelti dal padre: Chardonnay, Merlot, Petit Verdot e Cabernet Sauvignon.
Infine quelli scelti da lei: Grillo, Catarratto, Perricone, Catanese, Alicante, Nero d’Avola, Frappato.
Agricoltura biologica e pratiche antiche, fermentazioni spontanee ed enologia poco invasiva, etichette che spiccano per fantasia e operosità (come quelle compilate singolarmente a mano!), grande voglia e capacità di comunicare.
Marilena è stata spesso nominata come uno dei “personaggi del vino” più noti in Italia e all’estero per la sua capacità di usare le nuove tecnologie, dal blog ai social, popolandole di contenuti interessanti, specifici, ben formulati. Il sito web di Cantine Barbera ne è un esempio pratico.
[caption id="attachment_116439" align="center-block" width="900"] Foto della Cantina Barbera[/caption]
Pensare quindi a questa porzione della costa siciliana – se dico “fortunatamente” dimenticata anche dall’eccesso di turismo sto esagerando? – non mi induce alla tristezza bensì mi spinge a pensare all’allegria e alla forza di una donna e dei suoi vini.
A parte gli incontri alle fiere come Vinitaly e similari, sperando al più presto di andare a vederle queste vigne sul mare, ho fatto esperienza diretta del lavoro di Marilena attraverso i suoi vini.
Bottiglie acquistate – tenendo fede alla sua capacità di interpretare la modernità mantenendo vivi i valori – tramite un sistema di vendita che unisce tecnologia e gruppi d’acquisto.
Vini buoni, freschi, capaci di far immaginare un territorio oltre che un vitigno e una produttrice. Tra i vari assaggi racconto solo quello di Ammàno, che non ha annata ma numeri (siamo arrivati al #4 se non sbaglio, ma io in cantina ho il #3 e non credo lo aprirò a breve) su bellissime etichette scritte a mano.

Arriva da uve Zibibbo fermentate in acciaio e facendo macerare le bucce per 7 giorni nel mosto, poi affinamento e malolattica in tonneaux (contenitore in legno da 500 litri). Per Marilena è

“solo un piccolo omaggio a chi, prima di me, ha compreso quanto straordinario fosse lo Zibibbo, e quanto meraviglioso il vino che ci regala. Vignaioli che per 20 secoli hanno fatto il lavoro senza pompe, senza filtri, senza elettricità. A loro la mia gratitudine per avermi mostrato la strada”.


Per me, il primo assaggio è stato una specie di “pugno sul naso”, i profumi mi hanno colpito così nettamente da riportarmi a quando ero bambino, perché erano gli stessi che sentivo nella cantina di papà in vendemmia.
Sembra di ritrovare in bottiglia una sensazione, quella di sporcarsi le mani di mosto, di solito breve ed estemporanea.
L’ho definita la mia personalissima “madeleine”, che conservo come detto gelosamente nella speranza di bere anche “Altrimenti”, il vino che Marilena tiene per sé e per pochi fortunatissimi.
Un esempio di “perpetuo” tradizionale che, chissà, un giorno magari assaggerò e vi racconterò…

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Terracina è mare, ma anche montagna.
Soprattutto è tappa di viaggi, di andate e ritorni, così come è senza dubbio terra adatta a fare vino, e che vino!

Ho letto tutto di un fiato il racconto di Herta Klinger (leggila qui) e del suo primo viaggio dalla Germania a Terracina, così come della scelta di rimanere a viverci definitivamente.
La sua storia mi ha riportato alla mente una chiacchierata fatta un paio di anni fa a pranzo con una famiglia per me speciale, non solo per i buoni vini che fanno ma per la naturalezza e il sorriso con i quali te li raccontano.
Parlo della famiglia Pandolfo, di Gabriele e del figlio Andrea, protagonisti di uno dei successi enologici del Lazio.
Anche per la loro storia il viaggio è importante, sebbene talvolta triste e difficile come quello che dovette affrontare Gabriele di ritorno dal Nord Africa, dopo la nazionalizzazione di tutti i beni della sua famiglia da parte del governo tunisino.
L’approdo a Terracina è stato quindi meno felice di quello di Herta ma, con il lavoro e la voglia di fare, i Pandolfo hanno dato vita alla Sant’Andrea, una realtà che va anche oltre la produzione di vino ed è impegnata in altre colture e ha avviato una attività di accoglienza.

Con il loro lavoro è iniziata in modo importante la riscoperta e il rilancio del Moscato di Terracina, un vitigno aromatico autoctono, versatile e con una imprevista capacità di dare il meglio… in montagna!
Sì, perché questo è il viaggio che vi invito a fare oggi: andare a scoprire quello che c’è alle spalle delle bellissime spiagge e dello stupendo centro storico di Terracina.
Incuneata tra ripidi costoni rocciosi dei Monti Ausoni e affacciata verso il mare c’è San Silvano, la valle storica dei vigneti di Terracina.
Si tratta dell’area tradizionale della viticoltura terracinese, della quale San Silvano è protettore, e prevede ovviamente la coltura mista, uliveti
soprattutto, poi vigneti e alberi da frutto, un po’ di pastorizia dove la zona è più impervia.
Qui il Moscato era coltivato come uva da tavola, per fortuna però si è scoperta la sua doppia vocazione, quella vinicola, che l’ha salvato dalla concorrenza straniera per l’uva da pasto.
Salendo fino a 400 metri sul livello del mare si arriva a Campo Soriano, un altipiano di origine carsica divenuto Monumento Naturale, degli 800 ettari complessivi 12 sono stati recuperati, a cominciare dal 1998, dalla famiglia Pandolfo per ristrutturare alcuni vecchi vigneti.

Viste le condizioni è bene parlare di “viticoltura eroica”, l’area d’altronde è stata riconosciuta dal CERVIM (Centro di Ricerca, Studi e Valorizzazione per la Viticoltura di Montagna, in Forte Pendenza e delle Piccole Isole) come zona di montagna appunto.
Tanta la soddisfazione dei Pandolfo per il lavoro fatto, che trova la sua massima espressione nell’HUM, la tipologia più pregiata di Moscata di Terracina prodotta dalla cantina Sant’Andrea. Ci dice Andrea Pandolfo:

“Ci sono voluti quasi 14 anni per riuscire a sistemare tutto. La prima vendemmia è del 2012 ma siamo davvero contenti di quello che abbiamo fatto. Anzi, qui intorno ci sono altri vecchi vigneti che alcuni anziani non riescono più a gestire, ce li vorrebbero dare e noi saremmo ben felici di proseguire in questa operazione di recupero ma la burocrazia spesso è imprevedibile”.



Hum è il nome della grande roccia che s’innalza al cielo al centro di Campo Soriano. Per l’azienda dei Pandolfo simboleggia un “cru” aziendale e i risultati gli danno ragione.
Si tratta di un vino bianco da invecchiamento, gli assaggi fatti sull’annata 2013, a 6 anni di distanza, hanno dimostrato grandi possibilità con bellissime sensazioni olfattive che vanno dalla parte muschiata, terziaria, a quella fruttata in sottofondo.
L’assaggio è contrassegnato da freschezza e la sapidità, tipiche di un vino di montagna.
Da bere magari davanti un bellissimo tramonto a Terracina!

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Da generazioni a Morcone e nel Sannio abbiamo mantenuto un rapporto equilibrato con la natura, imparando a conoscere quanto poteva offrirci di utile. Un imponente patrimonio di conoscenza tramandato da chi viveva a più stretto contatto con la natura, come i pastori, cacciatori, boscaioli, ecc.

Un sapere che rischiava di perdersi ma stiamo tornando a custodire usi e tradizioni secolari, riscoprire qualcosa del dialetto e dei nostri saggi proverbi. Lentamente, i giovani agricoltori tornano a conoscere le piante che crescono nelle nostre campagne e come venivano usate.

Le erbe selvatiche commestibili sono una risorsa importante per un’alimentazione sana: sono molto più ricche di vitamine e minerali delle verdure coltivate.

Non sono frutto della selezione umana ma solo della selezione naturale e nascono spontaneamente dove trovano le condizioni ottimali per la loro crescita, senza forzature da parte dell’uomo.

Costano solo fatica per la loro ricerca, ma ne vale la pena.

Tornata a Morcone, sono andata a riscoprire i nomi dialettali con cui mia nonna mi aveva insegnato a chiamare le singole verdure e come venivano preparate in cucina, e anche le loro proprietà medicinali.

Alcune ricette le ho già raccontate.

Ma ricordarsi che prima di imparare a riconoscere erbe, fiori, bacche e quant’altro è commestibile, è bene imparare a riconoscere le piante tossiche. Ricordate sempre di non raccogliete erbe sui bordi delle strade trafficate, in parchi frequentati da cani o altri animali.

Non raccogliete niente che non conoscete e fatevi accompagnare da qualcuno che le conosce bene. Verificate di non essere in aree dove è vietata la raccolta (es. nelle Riserve Naturali) o di raccogliere specie protette dalle leggi locali.

E raccogliete le piante in modo da lasciarne sempre altre sul posto.

In questa ricetta di oggi, voglio proporre una vellutata di borragine, crescione, sedano d’acqua e tarassaco con cimette di broccolo per la parte croccante saltate con olio e aglio. Una versione vegetariana della "Minestra Maritata", una zuppa campestre che ha origini antichissime.

La prima cottura delle erbe si fa immergendole in acqua salata bollente per pochi minuti, quindi si scolano e si raffreddano con dell’acqua fredda e giaccio. Nel caso di risotti, frittate, zuppe, ecc… le erbe vanno un pochino strizzate.

Per la ricetta della zuppa Maritata, un tempo veniva fatto un brodo con tagli poveri: piedino, ossa, cotenne, orecchie di maiale ecc.

In una versione più moderna si usa: gallina, manzo salsiccia. Al brodo si aggiungono sedano carote, cipolle ed un mazzetto aromatico, alloro prezzemolo, timo ecc e si fa'cuocere per almeno tre ore, l'importante è schiumarlo durante la cottura. Una volta pronto il brodo si sgrassa e si filtra, si toglie la carne, si lascia raffreddare e si taglia in pezzi.

Successivamente in questo brodo che si cuociono le verdure:non solo erbe spontanee come cicoria, cardilli e Borragine, ma scarola cavolo nero, e bietole a seconda della reperibilità. Si uniscono a questo punto le verdure mondate, lavare e tagliate, si fà cuocere per 20 minuti, aggiungendo anche i pezzi di carne, si serve con una spolverata di formaggio grattugiato e olio evo.

È da questo connubio perfetto tra il sapore della carne e le verdure che trova origine il nome della Minestra.

Nella preparazione della vellutata ho deciso invece di usare solo erbe spontanee dosate in maniera diversa in base alle loro caratteristiche, in modo da bilanciare il risultato finale. E’ importante mantenere le dosi per raggiungere l’equilibrio perfetto.

Ho poi usato la stracciata, un formaggio a pasta filata ottenuta da latte vaccino che ha la forma di strisce di 4.5 cm e spesse 1 cm. Il sapore è sapido, delicato, soprattutto nel prodotto fresco appena confezionato, e ricorda il gusto del latte e dei fermenti lattici vivi.

La mia proposta di piatto (come potete vedere dalla foto) è anche quella di dare anche la possibilità ad un ipotetico cliente di assaggiare la zuppa tradizionale in un barattolino, sterilizzato e chiuso ermeticamente, che il cliente può decidere di portare a casa.

Questa è l'idea del piatto che ho inventato.

Ricetta della Vellutata alle erbe selvatiche con stracciata, cime di broccolo e petali di rosa essiccati
Ingredienti:

170 gr di tarassaco

 250 gr borragine

 100 gr di crescione

 100 gr sedano d’acqua

 1 scalogno

 Brodo vegetale q.b.

 80 stracciata

 80 gr di cimette di broccolo pugliese

 1 spicchio di aglio

 Olio EVO

 2 patate

 Sale

Lavare accuratamente le erbe e sbollentare separatamente borragine e tarassaco per 5 minuti in acqua bollente. Poi subito raffreddarle con acqua e giaccio per mantenere il colore.

Procedere con il crescione e il sedano d’acqua per un solo minuto. Sbollentate infine per 4 minuti le cimette di broccolo, sempre raffredandole alla fine, e mettetele da parte.

Rosolare uno scalogno per cinque minuti, aggiungere due patate tagliate a cubetti e circa due litri di brodo vegetale. Far cuocere per 15 minuti ed aggiungere le varie erbe lasciando cuocere per altri 10 minuti.

Alla fine frullare il tutto con un mixer a immersione insieme alla stracciata, olio di oliva sale e un pizzico di pepe.

Impiattate la vellutata e aggiungete le cimette di broccolo saltate in padella con uno spicchio di aglio, oppure con crostini di pane.

Se non possedete un essiccatore per guarnire il piatto con i petali di rosa, li potete trovare in erboristeria. Sono completamente edibili, ricchi di sali minerali e vitamine.

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Nel 2016, il ministero ha pubblicato il corposo Atlante dei fruttiferi autoctoni italiani dove catalogava dettagliatamente il patrimonio della biodiversità (naturale e coltivata) che caratterizza il nostro Paese. 


Per quello che mi interessava, l’Abruzzo ha 13 differenti “cultivar” autoctone di melo con almeno 5 varietà di mele (gelata, limoncella, panaia, paradisa e zitella) che rivestono un ruolo storico-culturale del nostro territorio regionale. 

Il termine autoctono deriva dal tardo latino “autochton” e significa originario del luogo stesso in cui vive, in cui si sviluppa e nel nostro caso si riferisce a una pianta che si è originata ed evoluta nel territorio in cui si trova. 
L’atlante valorizza anche la nostra Valle del Giovenco descrivendola come “ambito in cui la frutticoltura della regione ha sempre avuto e conservato un rilievo considerevole”.
In più ci ricorda come “fino agli anni ’60 del secolo scorso, data la vicinanza con Roma, si era sviluppato un fiorente commercio di mele e pere invernali che rifornivano la capitale”. 

In particolare, “la frutta acquistata dai commercianti romani era immagazzinata nelle cantine del paese e sono ancora vive le testimonianze, soprattutto delle donne che la accudivano nel corso dell’inverno, la manipolavano per verificarne la maturazione, eliminare i frutti guasti, provvedere al confezionamento e all’allestimento dei carichi per la spedizione di quei frutti pronti per il consumo”. 


[caption id="attachment_115261" align="center-block" width="886"] Maurizio nel suo Meleto[/caption]
Devo confessarvi che mi ha molto inorgoglito l’immagine fotografica prescelta dagli autori dell’atlante per descrivere la valle in cui si rappresenta il nostro meleto con il profilo dell’abitato di Ortona sullo sfondo.

La mela limoncella (la più famosa delle mele ortonesi, con un caratteristico gusto asprigno), la mela cerina (detta anche zitella, per la tardiva maturazione ma estremamente serbevole), l’appia (molto gustosa e con proprietà antinfiammatorie), la mela pianuccia (appiattita ai poli), la mela cipolla (di grossa pezzatura con un retrogusto simile al sapore della cipolla) e la mela granettona (simile alla renetta ma di maggiore pezzatura), sono solo alcune delle varietà che caratterizzano il territorio ortonese e qualificano il prodotto della campagna. 
Nel 2017, l’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (ISPRA) ha pubblicato il volume “Frutti dimenticati e biodiversità recuperata: il germoplasma frutticolo e viticolo delle agricolture tradizionali italiane. Casi studio: Lazio e Abruzzo”, in cui trova spazio una specifica e dettagliata scheda riguardante la limoncella della Valle del Giovenco. 
La mela limoncella è un frutto di pezzatura media, medio-piccola, allungata, cilindrico-conica o tronco-conica, quasi sempre asimmetrica, con un peduncolo medio-corto, grosso, inserito in una cavità profonda e stretta, quasi acuta e una cavità calicina semi-aperta, poco profonda e pieghettata. 
La buccia della limoncella ha un colore giallo a maturità, leggermente ruvida, con poche lenticelle emerse. Il frutto si raccoglie a ottobre, molto serbevole, si consuma da novembre a marzo anche se conservato a temperatura ambiente (comunque in ambiente fresco). 
Caratteristico è il suo progressivo appassimento durante l’inverno che la rende man mano acida, senza diventare farinosa. 
Nel suo libro “Ortona dei Marsi, frammenti … “, Giancarlo Antonangeli ci ricorda le ben note proprietà curative delle mele:

“Ad Ortona dei Marsi fino a pochi anni fa le proprietà officinali delle mele erano utilizzate essenzialmente per la cura delle affezioni bronchiali che affliggevano bambini e vecchi." 


Ad esempio, ai mocciosi raffreddati e febbricitanti si faceva sorbire un decotto di mele Appie, Pianucce ed ènnas’ (anice – Pimpinella asinum – per le sue proprietà sedative ed espettoranti) dolcificato con abbondante miele di marrubio. 
E li si metteva a dormire con – ‘n matnij call’ ‘n bepp’ – un mattone di argilla riscaldato sulla brace e posto, avvolto in un panno di lana, direttamente sul petto dell’infermo. Al mattino i sintomi di costipazione erano pressoché scomparsi”.
Mi piace, infine, ricordare che la nascita e lo sviluppo delle città rinascimentali doveva seguire precise regole: un terzo della superficie doveva essere città, un terzo giardino e un terzo campo in modo tale da raggiungere l’autosufficienza alimentare e, quindi, la tranquillità delle persone. 

Il fatto che il nostro meleto di Ortona sia una propaggine del giardino e della casa mi mette in una condizione di coerenza con questa impostazione di pianificazione dei luoghi del vivere umano.  
Quest’armonia mi piace.
Nel 1305, Piero de’ Crescenzi scrisse un trattato sull’agricoltura e descrisse quello che secondo lui doveva essere un giardino ornamentale che “all’animo desse diletto” e che, “appresso, conservasse sanità del corpo” in quanto “la complessione del corpo sempre s’accosta e conforma al desiderio dell’animo”. 
Ecco, dunque, le sue indicazioni:

“Il verziere desidera avere l’aere libero, e la troppa ombra genera infermilade. Ancora non devono essere i predetti arbori nocivi, si come il noce e certi altri. Ma debbono essere dolci e odoriferi in fiori, e allegri in ombra, si come sono le viti, i meli, i peri e gli allori e i melograni e i cipressi e simiglianti”. 


Ortona, arrivo…

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Arringo, come l'antico piazzale interno del Castello di Piglio.

Nel Medioevo ci si accedeva tramite uno scalone di pietra, che scendeva ripido dalla zona superiore del castello stesso e sbucava proprio lì. Era un grande spazio aperto, circondato da mura spesse e severe.

Per soffitto, l'arringo, aveva solo il cielo.

Un cielo di un azzurro stordente, come quello dei lapislazzuli sminuzzati che di lì a poco i grandi pittori italiani rinascimentali avrebbero usato per ridisegnare una volta per sempre i confini della bellezza.

Nei giorni di festa, popolo e notabili del paese si incontravano in quello spazio così intimo e armonico, dove natura e ingegno umano avevano trovato un perfetto equilibrio.

Quell'equilibrio e quell'armonia che abbiamo cercato di restituire attraverso un vino capace di scorrere non solo in un bicchiere, ma in secoli di storia.

Un prodotto nato per testimoniare l'amore viscerale verso una terra prodiga e materna. Un fazzoletto di borghi, campi e vigne che è stato approdo di artisti, condottieri e avventurieri che qui hanno intrecciato i loro valori con quelli di un'arcaica cultura contadina disposta però ad accogliere e a confrontarsi.

L’Arringo nasce da tutto questo, e dalla forte volontà dell’ARSIAL (Agenzia Regionale per lo Sviluppo e l'Innovazione dell'Agricoltura del Lazio) che ha promosso e finanziato un progetto sperimentale in collaborazione con l’Università della Tuscia di Viterbo e il CREA di Velletri, dando la possibilità alle aziende dell’area del Cesanese del Piglio di partecipare al percorso di innovazione.

È un vino a doppia fermentazione che si ottiene combinando il classico processo di vinificazione con una fase di appassimento di una parte delle uve. Nel nostro caso, abbiamo fatto appassire in una cosiddetta ‘camera di appassimento’ circa un 20/25% delle uve raccolte.

Da queste abbiamo ottenuto un mosto bianco che, nella seconda fase della vinificazione, viene unito alla massa facendo così ripartire una seconda fermentazione.

Il processo della doppia fermentazione è conosciuto anche come Metodo del Governo alla Toscana, inventato dal Barone Ricasoli nel lontano 1800 con l’intento di “aggiustare” le annate considerate meno buone allo scopo di ottenere un vino fresco, pronto per essere bevuto dopo un anno dalla vendemmia. Un vino molto apprezzato dai mercati dell’epoca.

Mi hanno raccontato che in realtà la ripresa della fermentazione era una pratica che spesso veniva utilizzata anche in zona, dove la raccolta cominciava dalla valle e proseguiva verso le vigne più alte sulla collina.

Quando si arrivava a queste, il mosto si aggiungeva a quello delle vigne più basse, che spesso però aveva già finito di fermentare; e così ripartiva.

La sperimentazione, effettuata attraverso metodologia e strumentazione scientifica, si pone l’obiettivo di rendere sistematico questo processo, al fine di ottenere un prodotto che abbia profumi e consistenze capaci di esaltare il varietale, regalando al vino maturità, morbidezza e profumi generalmente senza utilizzare l'invecchiamento in legno.

L’Arringo ha un colore rosso rubino con riflessi violacei. Al naso risulta complesso, armonico, con note di ciliegia sotto spirito e spezie. In bocca, infine, è strutturato e persistente, perfetto con salumi e formaggi stagionati oppure coi primi piatti della tradizione ciociara.

Nella storia di questo vino ci sono tutte le storie che hanno reso unica questa terra. C'è il sapore della sfida, della capacità di tessere un nuovo arazzo partendo dai fili intrecciati delle nostre radici.

Perché solo chi ha radici forti, ha sempre belle storie da raccontare.

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Oggi, voglio andare a scoprire le usanze a tavola nel "Paese del Sol levante", il Giappone! 

Perchè si chiama il "Paese del Sol Levante"? 

Giappone, in giapponese si dice Nihon e si scrive 日本 ri-ben, 日 ri significa giorno e 本 ben significa origine, quindi "origine del sole" da qui si arriva al "Paese del Sol levante". 

Bacchette Giapponesi – Hashi 

Come in Cina, anche in Giappone si mangia con l'uso delle bacchette, ma in Giappone si hanno vari tipi di bacchette, ci sono:

Le Nuribashi sono le bacchette utilizzate quotidianamente in famiglia

 Le Waribashi sono le bacchette usa e getta che solitamente troviamo nei ristoranti

 Le Toribashi sono le bacchette che si usano per servire i piatti 

 Le Saibashi sono utilizzate per cucinare. A differenza delle altre sono più lunghe e più spesse, solitamente alla base sono unite con una cordicella, così da appenderle. 

Generalmente le bacchette, per gli uomini sono più lunghe e quelle per le donne sono più corte, e si possono trovare anche bacchette più piccole adatte ai bambini.

Come per la tavola Cinese, anche in quella Giapponese è vietato posare le bacchette in verticale all'interno della ciotola. Questo richiama un rito funebre e quindi è di cattivo auspicio. 

Con le bacchette non si indicano nè cose nè persone, non si infilza il cibo con le bacchette, non si usano le bacchette per spostare i piatti. Non si incrociano mai le bacchette perchè porta male e, per prendere il cibo dal piatto in comune, non bisogna utilizzare il lato delle bacchette con il quale si mangia, bensì bisogna capovolgerle. 

Curiosità a Tavola e altro 

Il galateo giapponese ama il rumore a tavola. Ad esempio, quando si mangia una zuppa è ben gradito il famoso "risucchio" che noi odiamo, in Giappone questo è sinonimo di aver gradito il cibo e quindi è una delle regole fondamentali del galateo Giapponese.

Ci si versa da bere a vicenda e mai da soli quindi, attenzione a quando il bicchiere dei vostri commensali è vuoto perchè spetterà a voi riempirlo. 

Per i Giapponesi è simbolo di maleducazione mangiare e bere mentre si cammina per strada, ci si ferma e si gusta il cibo e poi si riprende a camminare. 

Il mio souvenir di oggi 

Il mio corpo resta a casa, come quello di voi tutti, ma il mio sguardo viaggia altrove e se anche il vostro sguardo si sente frustrato nel guardare sempre le solite pareti di casa, venite con me e iniziamo a viaggiare con la nostra fantasia, perchè almeno la "fantasia" è ancora gratis! 

Oggi voglio gustarmi dei buoni temaki ammirando uno dei più antichi templi giapponesi, il Tempio Senso-ji. 

Ricetta del Temaki

Ingredienti:

40 g riso per sushi (per porzione)

 Alghe nori

 Tonno fresco

 Cetrioli

 Avocado

 Aceto di riso

 Sale e zucchero 

Mettiamo il riso in acqua fredda e lasciamolo in ammollo per circa 10 minuti. Ripetiamo questo procedimento per due volte, poi mettiamo il riso a cuocere in acqua salata per circa 15 minuti. Scoliamo il riso e lasciamolo freddare. 

In un tegame pulito versiamo l'aceto di riso (2 cucchiai) con lo zucchero (1 cucchiaio) e il sale (1 cucchiaio), versiamo il tutto nel riso, mescoliamo e lasciamolo insaporire. 

Nel frattempo, prendiamo i fogli di alga e tagliamoli a metà così da creare due rettangoli, poi tagliamo il tonno fresco a striscioline come anche il cetriolo e l'avocado.

Iniziamo a farcire! 

Prendiamo un rettangolo di alga, partendo da sinistra mettiamo un bel cucchiaio di riso, delle striscioline di tonno, di cetriolo e di avocado. Piano piano cerchiamo di arrotolare il foglio di alga cercando di darle una forma a cono.

Naturalmente potete gustare il vostro temaki con salsa di soia o wasabi. 
Buon appetito!

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