virtu-teramane1-foto-moving-teramo.jpg

È d’uso a Teramo che il primo maggio vengano servite in tavola, quasi ritualmente, “le Virtù”.


[caption id="attachment_112541" align="center-block" width="559"] Foto di "Moving Teramo"[/caption]
Questo antichissimo piatto di origine contadina e profondamente legato ai ritmi che la natura imponeva, è la sublimazione della “cucina degli avanzi”. Nei giorni prima del primo maggio, le massaie ripulivano le loro madie dalle verdure e dai legumi raccolti nella stagione precedente perché: non si deve sprecare nulla.
A queste erbe venivano poi aggiunte, in maniera propiziatoria, le primizie dei campi e poi gli scarti del maiale: orecchie, piedi, naso, ossa. 
Il tutto viene cucinato nell’arco di ben tre giorni!
Quando ho avuto l’occasione di mangiarle la prima volta, ospite di una signora teramana, religiosamente legata agli usi e tradizioni contadine, mi venne raccontato che nel passato le Virtù erano prodotte dall'intera comunità che poi le distribuiva agli indigenti. 


Tale usanza, con l’evoluzione socio economica, si era trasformata ma era rimasta l'abitudine di cucinare le Virtù in grande abbondanza e di offrirle in omaggio ai vicini, alle persone care e anche a semplici e occasionali conoscenti. 

Come si preparano le Virtù?


Grosso modo, vado a memoria seguendo anche i ricordi delle papille gustative (spero che i Teramani mi perdonino). 
Ogni ingrediente va cucinato singolarmente: i legumi secchi vanno messi a reidratare (quindi almeno 12 ore di ammollo) e poi lessati, aromatizzando le varie cotture con salvia, alloro, aglio. 
Ai fagioli vanno aggiunte le cotiche, orecchie, piedi, muso del maiale e altra polpa ricavata dal maiale stesso. 
A parte si preparano le verdure: cipolla, sedano, carote, scrippigni (cardo selvatico), borragine, maggiorana, aneto, bietola, pipirella (una sorta di timo), finocchietto che si aggiungono man mano ai legumi. 
Poi, tutte le verdure tutte rigorosamente di campo vengono sminuzzate, lessate e ripassate in padella: cicorie, bietole, spinaci, lattughe, erbe spontanee, asparagi, porro, sedano, finocchietto selvatico, zucchine, carote, patate.
Poi si prepara il sugo di carne e ossa – la carne è soffritta - nonché le pallottine (piccole polpettine di macinato). Si uniscono piselli e fave cucinati anch’essi a parte. Le verdure e legumi sono presenti in misura preponderante rispetto la carne. 
Il tutto è assemblato gradualmente nel pentolone, a fuoco lento. 
Per ultimo si aggiunge la pasta, secca e fresca, con e senza uovo, tagliata in vario modo: tagliolini, rombi, quadrucci, maltagliati.
In abbinamento a questo piatto, decisamente laborioso anche per la digestione, è consigliabile un Cerasuolo d’Abruzzo (“cirasce” in Abruzzese significa ciliegia), ottenuto da uve Montepulciano vinificate in bianco. Un vino leggero, da tavola, tipico dei contadini abruzzesi e ideale per rinfrescare la bocca. 
Concludo porgendo un calorosissimo saluto a Teramo, che per tre anni è stata la mia “patria” e che nel mio cuore lo è sempre, con l’augurio che anche in questa circostanza San Berardo ci protegga.

Foto di Copertina di "Tesori D'Abruzzo"
powered by social2s
Cantina-le-Macchie-2.jpg

Il vino dei Castelli Romani lo conoscono in molti, anche quello del Piglio (e siamo in provincia di Frosinone), la Tuscia con il suo Grechetto non è da meno così come la provincia di Latina con il Moscato di Terracina e il Bellone.

[caption id="attachment_112465" align="center-block" width="800"] Photo courtesy "Cantina Le Macchie"[/caption]

Ma Rieti e la Sabina?

Rieti è una delle città medioevali più belle e vive d’Italia con la sua cinta muraria e l’aperitivo in piazza, con il limpido fiume Velino dove in estate si gareggia con la tinozza. Si può andare alla scoperta dell’antica via Salaria nella Rieti Sotterranea o dove si sfida la resistenza delle papille gustative a Rieti Piccante, la festa dedicata al Peperoncino.

Tutta la Sabina è una terra ricca di storia e di leggende, tra cui quella del famoso Ratto delle Sabine secondo la quale i romani rapirono le donne dei Sabini per poter dare inizio alla stirpe della grande Roma. Una Valle Santa percorsa da San Francesco che vi ha predicato per anni e fatto realizzare alcuni dei più suggestivi monasteri d’Italia.

Posta in una conca sotto le montagne dell’Appennino con il vicino maestoso Monte Terminillo, Rieti sembra essere la provincia meno vinicola del Lazio, e per numeri in effetti lo è, anche a causa di condizioni climatiche obiettivamente più difficili per la coltivazione della vite. Inverni freddi, spesso freddissimi, e poche colline adatte alla crescita di uva in modo continuativo, anche se il cambiamento climatico sta modificando un po’ le cose.

Su Discoverplaces abbiamo parlato della vicina Leonessa grazie a Ivo Pulcini, Direttore Sanitario della S.S. Lazio, e da lì siamo partiti alla scoperta del vino di questa zona.

Perché i posti dove si fa vino, e anche buon vino, ci sono anche qui. Come racconta l’esperienza della cantina Le Macchie di Castelfranco di Rieti, a due passi dalla città.

Qui si estendono vigneti ben curati, siamo tra la conca Reatina e il Monte Terminillo, ad un’altitudine notevole tra i 610 e 650 metri sul livello del mare. Il terreno è molto interessante e ricco di minerali, qualcosa di molto importante per chi decide di fare vino. Una base di partenza capace di dare spesso una identità precisa a tutta la produzione di una cantina, come in parte accade per Le Macchie. 

[caption id="attachment_112474" align="center-block" width="750"] Photo courtesy "Cantina Le Macchie"[/caption]

Ma a rendere davvero uniche le etichette di questa azienda è la scelta dei vitigni, ampia e con qualche chicca davvero unica. 

Viste le temperature, viste le montagne vicino, visti i terreni (e forse anche i gusti dei proprietari) a Le Macchie producono uve bianche uniche per il Lazio e per tutto il centro-sud Italia: Riesling e Gewurztraminer.

Vitigni del freddo, che trovano qui un areale decisamente adatto, e nel bicchiere il risultato è davvero piacevole. A questi si affiancano i vitigni classici della regione, dal Cesanese alla Malvasia Puntinata, per diverse linee e nomi che si fanno apprezzare e ricordare. 

Sono da degustare Il Bandolo della Matassa, vino rosato da Sangiovese e Montepulciano, Scarpe Tose da Gewurztraminer, L’Ultimo Baluardo da Cesanese e il vino passito da meditazione “Se Bo Be Bi”, una Malvasia del Lazio IGT. 

Tecnologia innovativa e tanta fatica in vigna, idee nuove per un territorio che si affaccia sul mondo del vino con un grande carattere e una capacità di accoglienza che da queste parti è sempre stata un valore in più.

Basta andare sul sito www.cantinalemacchie.it per prenotare la propria visita guidata dell’azienda con relativa degustazione. L’enoturismo è di casa qui e appena potremo uscire di nuovo alla ricerca della bellezza del nostro Paese potremo sperimentarlo di persona!

Foto di proprietà della Cantina Le Macchie
powered by social2s
Fettuccine-Clotilde-1024x683.jpeg

Questa ricetta prende spunto da 2 grandi piatti della tradizione romana, la GRICIA e i CARCIOFI alla BRACE di VELLETRI, e li lega attraverso la pasta italiana per eccellenza: le fettuccine all‘uovo. 

Inoltre, Clotilde ha unito i gusti tradizionali con tecniche innovative per la realizzazione di un piatto che raccoglie il meglio dei prodotti delle campagne romane e ciociare. 

Ma andiamo per gradi: se tutti sanno cosa è la gricia, forse non tutti conoscono la matticella, anche se a Velletri c’è addirittura una sagra dedicata proprio ai carciofi alla matticella. 

L’area di Velletri è storicamente dedita alla coltivazione dell’uva e alla produzione di un ottimo vino che era apprezzato sin dai tempi dei romani. Anzi si narra che San Francesco nel 1222 sia passato per Velletri e abbia fatto il miracolo di liberare le vigne da vermi, chiamati Magnacozze, che stavano distruggendo le piante.

Chi coltiva la vigna sa che si deve potare due volte l’anno e ogni potatura comporta la produzione di una ingente quantità di sterpetti che a Velletri lasciano essiccare per usarli in cucina. Infatti, con gli scarti della potatura dei vigneti si prepara il letto della brace sul quale cuocere le ‘matticelle’, ossia gli stralci della potatura.

In questo modo i profumi degli sterpetti dei vigneti penetrano nel carciofo e aumentano il suo profumo arricchendolo di una particolare sfumatura. Una tradizione che a Velletri viene celebrata ogni anno.

Per questo piatto abbiamo scelto prodotti di eccellenza della campagna a sud di Roma: il carciofo di Sezze, un carciofo romanesco che è una prelibatezza dei Monti Lepini, e il guanciale di Veroli.

Ricetta delle Fettuccine alla Matticella

400 gr fettuccine all’uovo, 120 gr Pecorino Romano, 150 gr guanciale stagionato di Veroli, 2 carciofi di Sezze, 50 ml di vino bianco Velletri, 3 gr di pepe nero, sale 

Tutto parte dai famosi carciofi di Sezze che puliamo dalla barba interna e li farciamo con aglio, mentuccia, prezzemolo e guanciale prima di cucinare il nostro carciofo. 

Per quanto riguarda le foglie esterne del carciofo, ne togliamo soltanto una fila perché ci serviranno per mantenere l’interno morbido una volta messo il carciofo sulla brace. 

Quando è pronta la nostra brace, infiliamo il carciofo dal fondo del carciofo e lo cuociamo per circa 15 min, ma il tempo dipende dalla grandezza del carciofo. 

Una volta cotto lo priviamo dalle foglie esterne e lo mettiamo a cuocere in sottovuoto a bassa temperatura 93° per 1 ora abbattiamo e tagliamo a losanghe. Nel frattempo tagliamo il nostro guanciale a listarelle dello spessore di 2 cm e lo mettiamo in padella a tostare fino a doratura complete.

Sfumiamo con mezzo bicchiere di vino e aggiungiamo i nostri carciofi tagliati. 

Scoliamo le fettuccine facciamole insaporire con la salsa innondando il tutto con il nostro pecorino romano “coccia nera”. Una bella grattata di pepe nero e tutti a tavola.

E se volete assaggiarla da chi è esperto e che vi può guidare alla sua scoperta, potete venire da Clotilde a Roma a Piazza Cardarelli, proprio all’angolo con Via della Scrofa, una delle aree più belle di Roma. Potrai così gustare i nostri piatti e fare una passeggiata nel cuore della nostra splendida città.

Il carciofo è uno dei cibi di più difficile abbinamento con il vino, noi consigliamo un Cesanese del Piglio. Abbiamo scelto un Camere Pinte dell’azienda agricola L’Avventura.

powered by social2s
Sicilia-Avocado-Articolo-4-1024x681.jpg

Il frutto degli Dei dopo il cioccolato, per i Maya l’avocado era uno dei frutti più preziosi e sacri della loro cultura. Un tempo utilizzato come moneta di scambio, oggi popola i nostri scaffali del supermercato, intrufolandosi nelle ricette di tutti i giorni. 

Salutare, buono e antico, oggi l’avocado è anche il protagonista di una rivoluzione a dir poco “colturale” nella nostra amata Sicilia.

10 anni fa’ se vi avessero fatto assaggiare un avocado, sareste rimasti colpiti da questo strano frutto che per il consumatore Italiano era alieno in tutto. Dal suo utilizzo, dal primo al dolce, fino al sapore che molti definiscono “clorofillico”. 

Per imparare ad apprezzare l’avocado, dopo averlo provato almeno una volta, bisogna scavare nella sua storia che ha radici antichissime che partono dall’America del sud.

L’avocado (Persea Americana) è a tutti gli effetti un frutto, fa parte della famiglia delle Lauracee ed è originario dell’America del Sud. Ne esistono molte di varietà, tra quelle in commercio, che oltre in forma si differenziano in gusto e colore del frutto. 

Mentre l’interno di un avocado è di colore verde acceso, tendente al giallo a seconda dello stadio di maturazione, la buccia può variare dal verde smeraldo fino ad un profondo viola. Può essere liscia o rugosa, la forma del frutto ricorda molto quello di una pera, da qui il nome “Pera Americana”, e varia in lunghezza e dimensione sempre a seconda della specie.

L’avocado è apprezzato in cucina per il suo bagaglio nutritivo da non sottovalutare. Uno scrigno di grassi buoni, acqua, fibre antiossidanti e vitamine. Con 4 gr di proteine per frutto, e una quantità di Potassio che supera di due volte quello di una banana, l’avocado in moderazione è un frutto estremamente nutriente, da utilizzare in piatti salati, nella preparazione di torte, e come ri-energizzante dopo l’attività sportiva.

La coltivazione dell’Avocado: vecchia quanto l’invenzione della ruota!

Avocado o Aguacate, si dice che furono le tribù del Mesoamerica ad avviarne la coltivazione e ad “addomesticare” l’albero, più di 5000 anni fa.

L’avocado era così importante che nella società Azteca era visto come il frutto che donava a chiunque lo mangiasse una forza sovrumana. I Maya invece, associarono l’avocado al 14° mese del loro calendario (K’ank’in), che riporta appunto come suo simbolo proprio il frutto. 

Ma a parte il significato mitologico e culturale, già 10.000 anni l’avocado era conosciuto per le sue proprietà alimentari, considerato un potente afrodisiaco. Difatti, l’origine del nome avocado, viene da “ahuacatl”, parola per cui lasciamo a voi la gioia di ricercare il suo significato! 

Il mio Regno per un Avocado  

I produttori mondiali di avocado sono gli Stati Uniti e l’America del Sud, con la California e il Messico che producono una enorme fetta di questo frutto, diventato un cult negli anni ‘50.

In America l’avocado è ad oggi un vero e proprio fenomeno culturale, per via della sua classificazione come uno dei cibi più sani (o health foods) per chi vuole stare al passo con i tempi, e con le diete.

E l’Italia?

Ci sembra di essere sempre gli ultimi quando si tratta di “trend mondiali”.

In Italia il movimento dell’avocado è stato più lento, accompagnato dalla diffusione di nuovi stili di vita alimentari come le diete vegetariane e vegane.

Ma c’è un posto magico della nostra bella Italia dove la coltivazione dell’avocado e della frutta esotica sta rivoluzionando un intero settore dell’agricoltura, potenziando ancora di più la nostra concezione del Made in Italy.

Sicilia Avocado (Dal Tropico) è un’azienda specializzata nella coltivazione e produzione di frutta esotica, che negli ultimi anni si è indirizzata verso la produzione e promozione degli avocado Made in Sicily. 

Andrea Passanisi è il giovane imprenditore Siciliano DOC a capo di questa impresa, che ha trasformato la passione per un’agricoltura etica e sostenibile, insieme all’amore per la sua terra, in un modello vincente di business che oggi porta valore alla sua Sicilia e ai giovani che decidono di non abbandonare il proprio paese.

Un modello che valorizza e naviga in un mare esplorato dagli imprenditori Siciliani. Pionieri coraggiosi, che dagli anni ‘60 grazie al prezioso aiuto delle ricerche delle Università Siciliane nel campo della coltivazione di frutta esotica in Sicilia, hanno cominciato a vivere le opportunità di questo frutto e ad aprire le porte ad un nuovo e sconosciuto mercato.

Le loro coltivazioni di avocado si trovano nel Comune di Giarre, adagiate sulle pendici dell’Etna, dove questo albero trova il terreno e le condizioni perfette per produrre i suoi frutti. 

Il territorio e l’identità per Andrea sono fondamentali, ed è così che l’antico agrumeto del nonno è diventato il trampolino di lancio di brand come “Sicilia Avocado”, “Etna Mango” e “Etna Avocado”. Prodotti che continuano di nome e di fatto a portare avanti la qualità e i simboli del territorio Siciliano.

E’ importante parlare del potenziale economico che questo frutto potrebbe sollevare per l’economia agricola del nostro paese, fino ad un certo punto. 

Ne siamo ben a conoscenza considerato l’esempio Americano e Messicano. L’obiettivo di questi imprenditori della “Pera Americana” è quello di mostrare questo frutto sotto una luce diversa, fatta di etica e solidarietà. Di legarlo ad un territorio nuovo e chissà, renderlo un prodotto sempre più locale per “diritto di cittadinanza”. 

Questo prova che un territorio e i suoi agricoltori possono fare la differenza. L’avocado come sicuramente avrete visto non è nativo alla Sicilia, ma come tante altre coltivazioni che abbiamo esplorato nel nostro articolo sui Frutti e Fiori della Cina sono tante alla fine le cose che “abbiamo fatto nostre”.

Non smettiamo mai di ri- innovarci, e creare nuove opportunità per il nostro paese!
Foto di Sicilia Avocado

powered by social2s
Post-fb-del-17-03-PAPPA-CON-IL-POMODORO-1.png

La clausura forzata mi porta a riconsiderare l’arte del riciclo, in cucina non si butta nulla, in questo la cultura contadina è maestra. 

E la cucina toscana è un’arte dell’economia domestica.

A Firenze, culla dell’Umanesimo e del Rinascimento, c’è un piatto che secondo me racchiude perfettamente tutta la toscanità: quell’essere istrione e strafottente ma, al tempo stesso, delicato come la seta:

La pappa col pomodoro!

Un sapiente uso degli avanzi casalinghi lo hanno fatto diventare una leccornia immancabile nelle merende estive.

Il pane raffermo, meglio se quasi secco, il brodo vegetale, i pomodori: materie prime semplicissime e sempre presenti in ogni casa. La composizione non ammette fretta, è il piatto del giorno dopo.

Ricetta della pappa col pomodoro 

Tagliamo il pane a dadini e ammolliamolo con del brodo vegetale freddo. Non avete il brodo? E chi non ha in frigo una carota una cipolla un pezzo di sedano? 
Per favore, non usiamo il granulare già pronto, Puzza! Lasciamolo riposare un paio di ore, tanto è per domani.

In un tegame mettiamo a scaldare l’olio con qualche spicchio di aglio. Ma non devono friggere e subito spegniamo il gas ed aggiungiamo i pomodori. Quelli belli rossi, maturi, tagliati e spellati finemente, e lasciamoli stare lo stesso tempo del pane.

A questo punto, strizziamo il pane fino a far perdere tutto il brodo, e con una forchetta riduciamolo in poltiglia. Tolto l’aglio, aggiungiamo i pomodori e continuiamo quel lavoro di forchetta. 

Regoliamo di sale e serviamolo cosi com’è o nelle forme che più vi piacciono. Si abbina benissimo a svariati crudi di pesce o carne. 

Ho scelto il salmone crudo tagliato a fettine leggere e qualche zeste di arancia.

Nel bicchiere? Un Felcebianco, un triple A di Ortonovo.

powered by social2s
Rosati-1024x445.jpg

Leggendo la storia delle melanzane ripiene alla calabrese mi è venuto subito alla mente il vitigno Gaglioppo, il più importante della Calabria, quello che dà vita in particolare al vino Cirò Doc. 



Una Denominazione di Origine Controllata che prende il nome dalla cittadina omonima, Cirò, posizionata sulla costa ionica e leggermente più a nord di Grotteria, il paese di origine di questa splendida ricetta delle melanzane ripiene, che si trova nella Locride. 

Gli incontri fortuiti, la condivisione di un’idea, il contatto in tempi di crisi hanno dato vita a questa collaborazione che racconterà sempre di più di vini e di territori. 

Con Discoverplaces siamo uniti dalla voglia di contribuire, come possiamo e come sappiamo fare, a valorizzare il nostro patrimonio, le nostre radici. 

Ed eccoci allora a parlare di vino e di Italia, di cucina tradizionale e di perle enogastronomiche, bellezze delle quali l’Italia è ricca e che sicuramente torneranno a splendere quando saremo usciti da questo brutto periodo. 

Il Gaglioppo è un vitigno autoctono, famoso fin dai tempi della colonizzazione greca, che ha portato in Italia le conoscenze tecniche e le tradizioni di vinificazione nate, come ormai tutti sappiamo, nell’Asia Minore, e poi qui perfezionate anche grazie al contributo degli Etruschi. 

Quello che mi piace ricordare è che questa uva ha tra le sue caratteristiche principali la resistenza, la capacità di adattamento alle ardue condizioni climatiche dell’area, a cominciare dalla siccità… Diciamo che incarna proprio lo spirito calabrese! 

Da uva nera di grande carattere, il Gaglioppo si esprime bene sia nella sua versione più concentrata, cioè nel vino rosso, sia quando dà vita anche a splendidi rosati, capaci di rivaleggiare con le altre zone di produzione classiche: Puglia, Abruzzo e Lago di Garda soprattutto. 

Al naso i sentori di frutta rossa e fiori aprono la degustazione, che poi vira spesso su speziature importanti, anche nella versione rosata, comunemente considerata quella più facile. Al palato non mancano i tannini, la fama del Gaglioppo è di essere austero e non sempre di beva semplice, ma l’importante è approcciarsi con la giusta apertura. 

Per la ricetta delle melanzane ripiene alla calabrese, pur nella sua ricchezza, è consigliata sicuramente la versione rosata, con un corpo adatto ad un piatto che non ha strutture e riduzioni elevatissime. 

Possiamo citare aziende grandi e famose, come Librandi, o anche più piccole come dimensioni, e penso a Cataldo Calabretta. In entrambi i casi parliamo di cantine che possono essere considerate ambasciatrici di un bere calabrese di tutto rispetto. 

Il Cirò Doc Rosato è un ottimo abbinamento alle melanzane ripiene nella ricetta di Grotteria perché i profumi del basilico e del ripieno saranno sicuramente ben sostenuti dai sentori speziati del Gaglioppo. 

La parte grassa e untuosa del piatto (soprattutto nella versione fritta) sarà contrastata dall’acidità e dalla sapidità di questo vino storico, mentre la struttura non eccessiva della versione rosata del vino si adatterà perfettamente alla tenerezza delle melanzane ripiene. 

Insomma un connubio di grande piacevolezza, che merita di essere seguito magari da un grande dolce calabrese. Il motivo? 

Be’ perché pensando ad un piatto dolce possiamo avvicinarci alla Locride e a Grotteria, per scoprire un’altra perla, ancora più rara, dell’enologia calabrese. Il Greco di Bianco Doc, un vino passito più unico che raro. Inutile dire che vi consigliamo di assaggiarlo se vi capiterà l’occasione di trovarlo in enoteca o al ristorante.

powered by social2s
Melanzane-Chiara-1024x576.jpeg

Questa storia nasce dall’incontro dei miei nonni in quello che è il mio paese di nascita, Rocca Priora nel Lazio.



Qui i genitori di mia madre e di mio padre si sono incontrati provenendo dal nord e dal sud legando così la mia famiglia, attraverso un filo immaginario, alle storie e alle tradizioni di tutta l’Italia.
Oggi iniziamo dalla Calabria, che unisce la mia vita a quella di un piccolo borgo medievale della Locride, Grotteria, un paese adagiato su una collina che si affaccia sul meraviglioso mare dello Ionio che si infrange con le sue acque cristalline sulle sue uniche spiagge di ghiaia.
Il mio legame con questa terra viene richiamato con forza dal suono del suo unico e complicato dialetto, che da piccola assimilavo ad una lingua straniera, e dagli odori e i sapori che ancora oggi ho la possibilità di sentire e assaporare.
Il gusto della mano di una calabrese in cucina risalta in tutti i piatti che prepara: sapidità, sapori forti, decisi e piccanti sono la descrizione perfetta di ogni piatto preparato.


Ma credo che i piatti tipici della Calabria, anche nella loro semplicità, conditi con cuore e passione si trasformino sempre in un capolavoro culinario.
Nella mia famiglia e nel circolo degli amici più cari c’è una ricetta di mia nonna che è diventata famosa e, per quanto cerchiamo di riprodurla attraverso i suoi consigli, rimaniamo del parere che come le prepara lei non le prepari nessuno!!

Melanzane ripiene alla Calabrese, una ricetta del cuore che parla della mia storia!


Per prima cosa prendiamo il protagonista principale della nostra ricetta, le melanzane, le tagliamo a metà e le mattiamo a bollire in acqua e sale.
Mentre la pentola è sul fuoco, in una terrina mettiamo del pane raffermo bagnato in acqua, del basilico fresco tagliato al coltello, una generosa manciata di parmigiano e aglio tagliato a piccoli pezzettini.
Passati una ventina di minuti leviamo le melanzane dal fuoco e adagiamole in una ciotola con acqua fredda così che possiamo procedere a togliere la parte interna, che, tritata finemente, viene unita al preparato già realizzato.
Al nostro ripieno dobbiamo poi aggiungere le uova e continuiamo ad amalgamare il tutto. A questo punto riprendiamo il nostro guscio di buccia di melanzana e procediamo alla sua riempitura.
Ora siamo pronti per immergerlo in olio bollente e friggere il nostro piccolo capolavoro, che una volta cotto, verrà cosparso di un velo di parmigiano e decorato con foglie di basilico pronto per essere degustato sia caldo che freddo.

La variante di mia Nonna


La ricetta può essere rivisitata come fa mia nonna con l’aggiunta al ripieno di carne macinata …. e se non abbiamo voglia di friggere possiamo cuocere la nostre melanzane al forno.
Un piatto da degustare in ogni occasione che ricorda i sapori di una terra magica e ci fa rivivere il ricordo delle nostre origini!
Alla prossima ricetta!

powered by social2s
Minestra-Bazzoffia-Vanni-1024x710.jpg

La Minestra Bazzoffia o minestra dell'amore è un piatto tipico della zona fra Priverno e Sezze, in quella che un tempo era la Ciociaria Storica e corrispondeva alle Province di Campagna e Marittima dello Stato Pontificio.

Un piatto poverissimo che univa le ultime verdure dell'inverno con le prime della primavera e serviva a riciclare il pane raffermo che rimaneva duro e non mangiabile. Ovviamente, erano immancabili i carciofi di Sezze che sono una vera eccellenza della zona. 

Era un piatto che oggi chiameremo “portata unica” dove erano presenti anche l'uovo e il formaggio pecorino con il latte delle pecore dei Monti Lepini. Praticamente una vera botta di energia che poteva servire a risvegliare i corpi dopo il freddo invernale e prepararli alle fatiche del lavoro nei campi in primavera. Ma non solo …

Le donne preparavano la minestra dell'amore e la offrivano agli uomini di ritorno dalla campagna, la completezza del piatto dava agli uomini la giusta carica e da qui "minestra dell'amore".

Oggi è più difficile che un uomo torni a casa dopo aver lavorato la terra, o che nella madia (il mobile dove si conservava il pane) ci sia il pane raffermo, quindi ne ho fatto una versione più contemporanea.

Ricetta della Minestra Bazzoffia

Inizio dai carciofi e li ho tagliati fini. Poi ho affettato un cipollotto e lo ho messo in un tegame con olio extravergine di oliva, un veloce passaggio e subito ho aggiunto i carciofi tagliati per far insaporire tutto insieme leggermente. A questo ho poi aggiunto della bieta, quella a foglie piccole, e delle foglie di lattuga ed infine i piselli e ho lasciato insaporire tutto insieme. 

Poi ho aggiunto dell'acqua per creare la minestra e ho coperto parzialmente il tegame lasciando sobbollire per un’ora.

Nel frattempo ho preparato dei crostini di pane saltandoli in padella con pochissimo olio e profumati all'origano. 

Preparo anche un uovo in camicia che adageremo sulla minestra. La preparazione è sempre delicata: prendiamo un pentolino con dell'acqua e lo facciamo bollire leggermente aggiungendo dell'aceto. Con un cucchiaio creiamo un mulinello nell'acqua e li verseremo un uovo che in un paio di minuti creerà una camicia bianca intorno al suo tuorlo. 

Passato il tempo di cottura delle verdure versiamo la minestra in una scodella, adagiamo l'uovo sopra, mettiamo i crostini di pane e una macinata di pepe e finalmente serviamo la nostra minestra dell’amore. 
Nel bicchiere avevo un Pinot Grigio Friulano, perfetto!

powered by social2s

Iscriviti alla Newsletter

Scopri un territorio attraverso le emozioni di chi l'ha raccontato in prima persona.