“Dita degli Apostoli”: il dolce Pugliese legato alla storia di San Tommaso?

Un dolce Pugliese dalla bellissima storia, le Dita degli Apostoli sono un piatto evocativo, e molto facile da ripetere a casa vostra, per portare un po’ di Puglia sulle vostre tavole!

Da dove inizia la nostra storia?
In Italia molti piatti della nostra tradizione nascono da due ingredienti: tradizione e fede. Proprio come è successo alle “Dita degli Apostoli”, un piatto dolce della tradizione contadina pugliese, fatto di semplici ingredienti e un amore incondizionato per le materie prime, un comune denominatore di tutti i piatti che fanno parte della tradizione di questa terra!
La tradizione culinaria Pugliese di per sé è caratterizzato da semplicità e pochissimi ingredienti, che nulla toglie alla bontà e al piacere che si prova ad assaggiarli. Malgrado la Puglia sia meglio conosciuta per i suoi piatti salati, che abbiamo potuto assaporare nell’articolo “Le "Fave: ricette e curiosità del legume più amato in Italia", anche i dolci non sono da meno.
Le Dita degli Apostoli è uno di quei dolci.
La sua realizzazione è legata, come quasi sempre accade nella cultura popolare contadina, alla scansione del tempo e delle festività. In questo caso è il periodo Pasquale, il momento in cui le Dita degli Apostoli fanno il loro debutto sulle tavole Pugliesi.
Nella mia famiglia, questo dolce non mancava mai. E ancora viene preparato secondo la ricetta originale tramandata, non scritta ma praticata.
L‘ingrediente principale è la ricotta, la cui produzione era legata al ciclo riproduttivo degli animali, per questo era tradizione iniziare a preparare questo dolce dal periodo primaverile, dopo lo svezzamento degli agnelli.

Un’altra curiosità sta nel nome, che probabilmente è dettato dalla forma a mo’ di dita, o involtino, che non casualmente richiama l’episodio del Vangelo che racconta l’episodio di San Tommaso.

 

Dita degli Apostoli

Ingredienti per n.12 “dita”

  • g.300 di ricotta di pecora (volendo si può sostituire la ricotta di pecora con
    quella di bufala)
  •  2 uova
  •  g.50 di zucchero
  •  cannella
  • 1 limone (possibilmente non trattato e preferibilmente poco maturo)
  • scaglie di cioccolato o del cioccolato a pezzi da frantumare
  • qualche goccia di liquore, preferibilmente di agrumi
  • olio di oliva per ungere la padella

Processo:

Lavorate le uova con una frusta. Prendere una padella di piccolo diametro,12-14 cm
e scaldatela dopo averla appena unta con una goccia di olio (meglio usare un
pennello).
Versate una cucchiaiata di uova battute e roteate la padellina per far allargare
l’uovo, creando una omelette sottilissima che va girata appena dorata, per farla
dorare sulla faccia opposta. La difficoltà, sta nel riuscire a fare con appena una cucchiaiata di uova una frittatina sottilissima. Togliete l’omelette e posatela su carta assorbente. Procedete con le altre fino ad esaurire le uova. Intanto lavorate la ricotta con lo zucchero, la cannella in polvere, la buccia del limone grattugiata, il cioccolato frantumato e qualche goccia del liquore a scelta. Se l’impasto risulta duro, aggiungete qualche goccia d’acqua tanto da renderlo cremoso.
Tenendo in mano l’omelette mettete una parte della ricotta impastata e avvolgete a
mo’ di dita, che saranno poste in un piatto di portata, infine spolverate con zucchero
e cannella (sconsigliato lo zucchero a velo).

E’ preferibile preparare il dolce con un po’ di anticipo, magari tenendolo in frigo per qualche ora, per gustarlo al meglio.

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Le Fave: ricette e curiosità del legume più amato in Italia

Le fave sono il frutto più amato della bella stagione, e del mese di Aprile e Maggio dove non si può non sentire nell’aria la voglia di “Fave e Pecorino”, un po’ per tutta l’Italia. Da dove nasce l’amore che proviamo per le fave, e tutte le ricette che le hanno come protagoniste?
Le fave sono legumi originari della Cina, coltivati e molto diffusi anche in Italia, in particolare nell’area del Mediterraneo da tempi antichissimi.

L’usanza di mangiare le fave è così presente in Italia, che è diventato l’alimento tradizionale in molte festività religiose e laiche come il lunedì di Pasqua, il 25 aprile, e il 1°maggio dove sono le protagoniste delle scampagnate fuori porta insieme al formaggio pecorino.
Sono un alimento molto versatile, e in quasi tutta Italia si trovano protagoniste di piatti della tradizione. E’ al sud però che questo legume si esprime al meglio.
Le fave hanno un grande di proprietà benefiche.

Hanno un ottimo apporto di fibre, proteine e, soprattutto, di sali minerali come il fosforo, il ferro e il potassio, essenziali per la salute dell’apparato digestivo.
Sono inoltre povere di grassi e ricche di fibre, un legume ideale da inserire nell'alimentazione ipocalorica ma con altrettante proprietà che lo rendono importante nell’uso abituale. Fino al dopoguerra, nell’area mediterranea, nei territori dove era più intensa la coltivazione, specie nelle famiglie molto povere, costituiva l’alimento base giornaliero al pari della polenta in altre realtà territoriali. A seconda dei luoghi dei territori del Meridione: Puglia, Sicilia ecc., questo piatto tipico assume una denominazione diversa, anche in base ai condimenti che che lo accompagnano, e variano con le stagioni.
Salsa di pomodoro fresco in estate (“friggitelli”, “cornaletti” , “diavolicchi” ecc.), fave
bianche e “zucchine alla poverella”, al profumo di “finocchietto”, fave bianche con l’uva o con olive, fave bianche e cicoria, “ncapriata”, un termine che viene dal latino, (“caporidia”) e si usa quando fave e condimenti vengono mischiati insieme.
La preparazione di questi piatti che vi sto per raccontare si perde nel tempo, l’origine è legata sicuramente all’influenza fra culture dei paesi del Mediterraneo. E’ da questo forte collegamento tra Grecia, Puglia e l’Italia meridionale che nascono molte ricette che decantano le fave. Come la tradizionale Fave e Cicoria della Puglia, più precisamente Fasano-Pezze di Greco (BR), e le molte sue varianti che voglio raccontarvi qui di seguito!

“Fave e cicoria”- Puglia: Fasano-Pezze di Greco (BR)

Ingredienti per 4 persone:

  • 400g di fave secche decorticate
  • 1 patata media
  • Sale q.b.
  • 4-5 cucchiai di olio

Preparazione:
Cominciamo dalla cottura delle fave!
Una volta sbucciate, tenete in ammollo per alcune ore (4 -5) in acqua tiepida in cui avete prima sciolto 1 cucchiaino di sale grosso. Prima di cuocere, sciacquate le fave e poi mettetele in un tegame coprendo con acqua e regolando di sale.
Mettete a cuocere, inserendo anche la patata a pezzi, a fuoco vivo fino al bollore per poi abbassare la fiamma al minimo. Togliete tutta la schiuma che si è formata in superfice, e lasciate cuocere molto lentamente fino a che tutta l’acqua si asciuga e le fave si “sbriciolano”.
Se l’acqua si consuma prima, aggiungetene altra calda fino a completare la cottura.
I tempi per la cottura variano, ma sicuramente da un’ora in su. Se volete utilizzare la pentola a pressione, i tempi si riducono: circa 30 minuti dopo aver tolto la schiuma e chiusa la pentola. A cottura ultimata aggiungete l’olio e lavorate energicamente le fave con un cucchiaio di legno, fino a renderle una crema. A questo punto sono pronte per essere servite, anche da sole con un filo d’olio, o qualche tozzetto di pane!
Il prossimo passo è la cottura della cicoria, che va sbollentata, e una volta scolata, condita con olio e sale, e servita insieme alle fave appena preparate.

Per l’“Ncapriata”, un’altra variante delle “Fave e Cicoria” il procedimento di cottura e preparazione per entrambe è lo stesso, con la differenza che i due ingredienti vanno mischiati tra loro, prima di essere serviti.
Invece la prossima ricetta vede fave e friggitelli protagonisti di un piatto che in Puglia è conosciuto come “Fave e cornaletti col sugo”

“Fave e cornaletti col sugo”

Ingredienti per 4 persone ( per le fave vedi le dosi e la procedura già descritte):

  • g. 500 di peperoni “friggitelli”o “cornaletti”
  • g. 500 di pomodorini o pelati
  • 2-3 cucchiai di olio
  • 1 spicchio di aglio
  • Sale q.b.
  • Procedimento:

    Lavare i peperoni e asciugarli. Potete se volete togliere o lasciare a questo punto, la parte interna dei semi. In una padella scaldate leggermente l’olio leggermente con 1 spicchio di aglio e aggiungete i peperoni. A metà cottura, toglieteli dal fuoco, metteteli in una ciotola e nella stessa padella con l’olio rimasto aggiungete i pomodori spezzettati, facendoli cuocere per qualche minuto. A questo punto mentre mescolate il tutto, aggiungete qualche cucchiaiata di acqua, i peperoni, il sale e lasciate cuocere. Servite con le fave bianche.

    E se le fave avanzano? Nello spirito del “non si butta via niente”, dalla Puglia viene anche la ricetta delle “Fave riscaldate”. Le fave avanzate non andavano certamente buttate e molto spesso venivano consumate di primissima mattina, al posto della colazione dai contadini, prima di recarsi al lavoro nei campi.
    Si preparavano in una padella, dopo aver riscaldato una cipolla tagliata a fette con un po’ di olio, si aggiungevano le fave ammorbidite con un po'; d’acqua, fino a far cuocere il composto al punto da farlo quasi attaccare alla padella. Così si forma la classica crosticina, che esalta maggiormente il sapore.

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Il Biancomangiare, una tradizione dolce di Modica e Catania

La Sicilia è una terra ricca di tradizioni. Le dominazioni ci hanno regalato contaminazioni e una cucina ricca di mescolanze di sapori, a volte barocche.

Tradizioni che coccolano la vista e allietano i pranzi in famiglia con i noti pasti “luculliani”. Un’usanza che ci vede seduti a tavola in orari poco consoni ai costumi europei e che, tra una conversazione, un racconto, un aneddoto e quello spirito familiare che ci contraddistingue, ci vede alzarci quando si dovrebbe già pensare al pasto successivo. Potete immaginare che il pasto successivo salta!

Si, la Sicilia e in particolare Catania annovera una ricchezza di colori e sapori legati al territorio da essere noti in tutto il mondo.

Questi sapori si esprimono soprattutto in estate, quando concludiamo un pasto con il noto Biancomangiare, un dolce di origine povera e una pietanza di origine arabo-francese, tipico soprattutto dell’antica contea di Modica. 

La ricetta modicana prevede l’utilizzo del latte di mandorla, mentre la ricetta ragusana include anche il limone, la cannella e il miele ibleo.

A Catania, il dolce al cucchiaio fresco e profumato di tradizione familiare, usa una rivisitazione della ricetta tradizionale usando il latte vaccino intero, l’amido di mais (che si utilizza come addensante), lo zucchero e la scorza di limone appena colto dall’albero. Un must!

Il tutto viene cotto e lasciato raffreddare, assumendo una consistenza di budino, e quindi servito su un letto di foglie di limone appena raccolte. Il segreto è quello di far rinvenire le foglie per qualche attimo in acqua calda perché possano essere più malleabili e sprigionare tutto il profumo.

Una squisitezza così povera, ma ricca di profumi in grado di inebriare i sensi!

Per tutti i catanesi, Il biancomangiare è il ricordo legato all’infanzia, ai dolci fatti in casa... il dolce che ha il sapore del focolare. Ma anche l’unico dolce che ci era permesso quando eravamo convalescenti e lo mangiavamo caldo come una crema… Con lo stesso sistema il dolce al cucchiaio ha altre varianti che si chiamano appunto Gelo al limone, all’anguria, alla cannella, che però vedono l’utilizzo dell’acqua al posto del latte e offrono diversi spunti a seconda della stagionalità.

Con lo stesso sistema il dolce al cucchiaio ha altre varianti che si chiamano appunto Gelo al limone, all’anguria, alla cannella, che però vedono l’utilizzo dell’acqua al posto del latte e offrono diversi spunti a seconda della stagionalità.

Il tripudio è quello decorato con granella di pistacchi, scaglie di mandorle e cannella… un invito ad un “Arrivederci” per tutti quei viaggiatori alla scoperta della Sicilia, che riportano con loro una ricca vacanza esperienziale di profumi e sapori!

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Mossos Boidos o i Ravioli dolci della Sardegna

I Mossos Boidos (traduzione dal sardo “Morsi Vuoti”) sono dei dolci tipici della Sardegna

che mia nonna faceva sempre durante il periodo di Carnevale. È una tale tradizione di famiglia che e in seguito anche noi abbiamo continuato a preparare questo dolce.

I Mossos Boidos o ravioli dolci della Sardegna per qualche anno erano andati in disuso, e forse l’unico posto dove si potevano trovare erano nel centro dell’isola. Oggi si riprendono le tradizioni ed è più facile trovarli.

Siamo ad Ozieri, nel centro nord della Sardegna, e il nostro paese ha una storia unica al punto che la cultura di Ozieri risale addirittura alla preistoria. Le nostre Tombe dei Giganti del periodo dei Nuraghi sono uno spettacolo di suggestione, cultura e mistero.

Qui la natura è strepitosa e per secoli ad ogni festa era associata la ricetta di un piatto e spesso anche di un dolce.

Questa è la ricetta dei Mossos Boidos che si preparavano per il Carnevale e scandivano il suo arrivo.

Ricetta dei Mossos Boidos

Ingredienti per il ripieno di pasta di mandorle

  • Zucchero 600 gr
  • Acqua 250 ml
  • 2 limoni grattugiati
  • Mandorle dolci macinate 500 gr
  • Mandorle amare macinate 100 gr
  • Canditi 200 gr
  • 2 cucchiai di miele

Ingredienti per la pasta

  • Semola rimacinata 1 kg
  • Semolato rimacinato 1 kg
  • Strutto 600 gr
  • Acqua zuccherata 500 ml

Per la preparazione della pasta, versiamo nella planetaria la farina, il semolino, lo strutto e i 500 ml di acqua.

Facciamola lavorare per alcuni minuti fino a quando sarà della giusta consistenza e poi facciamola riposare per 30 minuti.

Ora prepariamo il ripieno che eventualmente potrebbe essere preparato anche qualche giorno prima e lasciato a temperatura ambiente.

Mettiamo sul fuoco lo zucchero, acqua e limone grattugiati e facciamo bollire per 30 minuti a calore moderato verificando che si appiccichi alle dita.

Aggiungiamo le mandorle e cuociamo per altri 15 minuti mescolando in continuazione. Quando il composto diventa omogeneo aggiungiamo i canditi e il miele mescolando ancora un po’.

Cambiamo il recipiente e togliamolo dal fuoco. Con un cucchiaino versare un po’ di composto sulla pasta precedentemente preparata e stesa con il mattarello.

Facciamo attenzione a non mettere troppo ripieno altrimenti i ravioli dolci potrebbero aprirsi e far fuoriuscire il ripieno.

Ritagliamo i dolcetti con uno stampo per ravioli rotondo. Friggiamo in olio caldo e polverizzare con zucchero a velo.

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I Fagioli in pignatta di Nonna Peppa

L’altro giorno sono andato a trovare mia sorella. Non la vedevo da un sacco di tempo. Entro nella sua cucina e la sorprendo a contemplare un vasetto di vetro, di quelli dei sottaceti, pieno di fagioli.

Sembrano cotti, mi dico in mente.

Lei mi invita a sedermi. E mi chiede di ascoltare in silenzio quanto ha da dirmi, mentre mi centellino due dita di whisky che intanto mi ha versato. Vuole raccontarmi la storia dei fagioli di Nonna Peppa. Interessanti le storie di paese. Ascoltate anche voi.

Un cugino di nonna Peppa, o un nipote, non ho mai capito bene, porta dei fagioli da Castelforte molto buoni e quasi miracolosi.

Li produce in piccole quantità un contadino che poi li rivende come al mercato nero. Non sono molto grandi, hanno una buccia sottile e tenera e una polpa molto saporita: sono digeribilissimi.

Ricordano i fagioli cannellini di Atina, ma lei dice che sono diversi. Ancora più piccoli e buoni. La loro qualità migliore è che, al contrario degli altri fagioli secchi, non fanno aria nello stomaco: questo insieme al loro sapore squisito sono il loro pregi più grandi.

È per questo che sono diversi da tutti gli altri fagioli. Nonna Peppa, che ha quasi cent'anni o giù di lì, li cucina nel suo caminetto di mattoni rossi, mettendo la pignatta proprio a ridosso dei carboni ardenti. Come si faceva una volta, quando non c’erano le moderne cucine.

All'occorrenza il caminetto lo accende anche d'estate. “Guai - dice - cuocere i fagioli sul gas. Non sarebbero così buoni.”

Per essere buoni, i fagioli, devono sapere di fumo, fumo di legna di quercia o di ulivo che prendono solo a ridosso dei carboni arroventati dalla fiamma. E, soprattutto, devono cuocere lentamente.

“Devono borbottare - dice lei - come a Zi Peppucciu.”

Il marito ormai vecchio, anche lui, che di solito quando non esce per giocare a carte con gli amici, resta a ronfare sulla poltrona in cucina dopo aver tracannato un quartino abbondante del suo vino rosso.

Nonna Peppa dice che certe volte le sembra di vivere in un aeroporto, tanto il rumore che zi’ Peppucciu produce russando. Allora per distrarsi e per fare qualcosa di buono non le resta che mettere l'acqua piovana filtrata nel coccio che lei chiama pignathu.

Fino a poco tempo fa, era già anziana, ogni anno a ferragosto andava apposta ad Ausonia, il paese vicino al nostro, cinque chilometri a piedi, una bella passeggiata, per la fiera dell’Assunta, sotto il sole per comprare i cocci nuovi.

Pentole, pignatte e brocche per l’acqua fresca.

Metteva tutto in un cesto, se lo caricava sulla testa e per non farsi male intrecciava un grosso canovaccio da cucina e se le metteva in testa, un comodo ammortizzatore tra il cranio e la cesta.

Nonna Peppa ha sempre cucinato e cucina ancora solo in quei cocci. E se ne frega se ormai sono stati dichiarati cancerogeni e fuori legge. Lei da anni fa sempre gli stessi gesti. Come un antico rituale che non si può disattendere.

Riempie la pignatta di fagioli spugnati dalla sera prima nella stessa acqua, aggiunge una costa di sedano, l'aglio schiacciato tra i palmi delle mani, che prende dall'orto che coltiva lei stessa dietro casa, e l'olio extravergine nostrano delle colline corenesi.

Un olio che ricava dalla spremitura a freddo delle olive che ancora raccoglie lei a mano, oliva dopo oliva, accovacciata a terra per ore. Quindi li avvicina a ridosso dei carboni e li lascia bollire lentamente per qualche ora coperti con un coperchio di stagno.

Quasi se li dimentica.

Solo ogni tanto torna a controllare la cottura. Magari aggiunge un po’ d'acqua, se l'acqua di cottura si secca troppo. La attinge da un’altra pignatta che aveva già messo a scaldare a fianco della pignatta coi fagioli. Se le gira giunge ancora un gambo si sedano e qualche spicchio d’aglio.

‘’L’aglio fa bene! Toglie i vermi.’’ dice sempre a chiunque le arrivi a tiro. Quando i fagioli sono ormai cotti a puntino li toglie dal fuoco e, ancora tiepidi, li mette nei vasetti di vetro, che tappa per bene, ma solo dopo aver aggiunto ancora un po’ d'olio crudo e un po’ di prezzemolo fresco.

Poi quei vasetti li distribuisce accuratamente tra i tanti nipoti e pronipoti ghiottoni che ha disseminati in ogni angolo del paese. L'unica ricompensa che aspetta, ogni volta e che, ogni volta, immancabilmente riceve, è l’eco del tripudio di applausi virtuali che le arrivano da tutte le parti.

Quella è la sola certezza che tutti hanno gradito il suo piatto. E tutti si chiedono quando sarà la prossima volta che nonna Peppa cucinerà ancora quella pietanza antica, ma semplice e gustosa.

La ricetta ha un ingrediente segreto, anzi due. Il caminetto ardente e l’amore con cui la prepara. E questi se li porterà dietro con lei, quando se ne andrà dal mondo dei vivi. Irrimediabilmente.

Ciao sorella, bel racconto, alla prossima storia di paese.

Mi alzo, la saluto, esco dalla sua cucina e nel crepuscolo cupreo mi avvio verso casa.

 

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Altopiano della Murgia, il Risotto ai Finocchietti

Sono uno chef pugliese e lavoro a Gravina di Puglia nella Murgia, un altopiano a 460 metri di quota che mi ha dato l’ispirazione per questa ricetta.

Con umiltà e grande passione lavoro quotidianamente per portare avanti la mia personale idea di cucina, che fa della qualità, della conoscenza e del rispetto delle materie prime il suo punto forte.

La grande tradizione culinaria murgiana e l'amore profondo verso questo territorio sono la più grande ispirazione per i miei piatti.

Questa ricetta racchiude in sé alcuni degli elementi più emblematici della mia terra e nasce come celebrazione dei sapori autentici che solo una terra aspra e dolce come la Murgia sa donare.

Ricetta Risotto ai Finocchietti

Ingredienti per 4 persone:

  • Riso Carnaroli (Gran Riserva Gallo) 240 gr
  • Pallone di Gravina grattugiato (caseificio F.lli De Rosa) 40 gr
  • Olio extravergine di oliva (Frantoio Raguso) q.b.
  • Finocchietti selvatici 1 kg
  • Funghi Cardoncelli selvatici 100 gr
  • Asparagi selvatici 8 pezzi
  • Funghi cardoncelli (piccola dimensione) 8 pezzi
  • Carré di agnello 200 gr
  • Sale q.b.
  • Alloro, salvia, rosmarino e i suoi fiori q.b.
  • 1 Spicchio d’aglio

Per ottenere la polvere di finocchietti, mondate i finocchietti, poi lavateli accuratamente, conditeli con il sale e stendeteli su di una placca forata rivestita con carta da forno. Infornate a 65 °C per 4 ore e poi passate tutto al frullatore fino ad ottenere una polvere.

Per ottenere la crema, mondate e lavate accuratamente i cardoncelli. Poi in un tegame stufateli con un filo d’olio d’oliva extravergine. Aggiustate di sale e frullate il tutto.

Per preparare i funghi, tagliateli per metà e grigliateli in un tegame con un filo d’olio d’oliva extravergine, uno spicchio d’aglio, rosmarino e il sale.

Per preparare gli asparagi, tagliateli per metà di lungo e metteteli in acqua e ghiaccio per 15 minuti. Poi scolateli e aggiustate di sale e olio.

Per preparare l’agnello affumicato, disossate il carré d’agnello e ricavate delle piccole fette. Battetele leggermente, mentre in una vecchia padella fate bruciare il rosmarino, la salvia e l’alloro fino ad ottenere del fumo bianco. Poi metteteli in forno per 15 minuti a 40°C. Aggiustate con sale e olio d’oliva extravergine.

A questo punto siete pronti il risotto. Tostate il riso in una casseruola, aggiungete solo con acqua bollente e portate a cottura versandola poco alla volta. Mantecate lontano dal fuoco con il formaggio Pallone di Gravina e olio EVO, eventualmente aggiustate di sale.

Disponete il risotto in 4 piatti piani, spolverate con la polvere di finocchietto, guarnite con la crema di cardoncelli, funghi, asparagi, agnello affumicato, fiori di rosmarino e foglie di finocchietto.

E per gustarlo fino in fondo consiglierei di bere un vino Fior di Bacco, un bianco secco Metodo Verdeca di Gravina di Puglia da un blend di uve Greco Bianco, Moscato, Bianco D’Alessano.

Buon appetito dalle Murge!

 

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LI ‘SPARACI, gli asparagi di Terni

Gli asparagi selvatici crescono in gran parte della nostra penisola, il nostro clima è complice di tale prelibatezza.

Insieme al clima, poi, pare che gli antichi Romani, che ghiottissimi, hanno impiantato non si sa come le asparagine tra le colture di olivo.

Non chiedetemi come hanno fatto perché non so lo so. Ma son sicuro d'averlo letto da qualche parte, e quindi una parte di storicità ci deve essere. E comunque i mazzi sono talmente belli che mi piace immaginarli anche raffigurati nei bei affreschi della civiltà dell'Urbe.

Tornando però al discorso iniziale, dico che ci sono in gran parte della penisola, ma da noi a Terni, senza la pretesa di essere speciali, " li sparaci" sono una cosa seria. Non ci si scherza.

Essere come me lungo e sottile, ed essere chiamato ironicamente "sparaciu", è solo punto di onore.

Ma perché tutta questa importanza?

Perché la nostra cucina locale, da il meglio di sè a Pasqua e in tavola non possono assolutamente mancare i "selvatici verdi". Magari accompagnati alle ‘ciriole’, la nostra pasta tipica, oppure alla classica frittata di varie erbette profumose selvatiche.

Terni poi è situata in una conca, ed anche i cittadini come me in cinque minuti sono in mezzo a gli ulivi e la macchia a cimentarsi nella raccolta.

Qualche pigrone, ora dirà: “Ma non è più facile comperarli?”

Certo, ma sappia che nella settimana Santa, possono arrivare anche a 40/50 € al kg, ed è giusto perché l'accidia va punita e il rischio va pagato.

Infatti può succedere di camminare l'intera mattina e di non farne nemmeno un etto, oppure dopo aver scalato una rupe infame, accorgersi che qualcuno ci è già passato.

E poi ci può essere la viperetta che pare stare li a guardia, e consiglio assolutamente munirsi del bastone apposito meglio se fatto artigianalmente.

Ma soprattutto, c'è un grande ostacolo per il neofita raccoglitore: Marsilio.

Lo chiamo Marsilio per comodità, ma da noi in Umbria, terra di Francesco, Rita, Benedetto e Valentino, i "vecchietti", hanno nomi paganissimi. Marsilio è diffuso, ma ci può essere anche Anchise, Ercole, Boemo, Sparsero, Spartaco, Eraldo, Evandro, Liutprando... etc.

Mi sono perso... allora ricapitolando, Marsilio è il nemico numero uno di noi raccoglitori "tenerelli" (giovani).

Marsilio, come ho detto sopra, è un vecchietto con un'età indefinita, dai 70 ai 100 anni, ma ha lo stesso aspetto di quando ne aveva 50.

Marsilio cammina malissimo, è tutto acciaccato, dall'artrosi poverino...eppure...come cavolo è che ogni volta lo incontro nei posti più impervi (che metterebbero in difficoltà Messner) reca in mano una "roto balla" da minimo un quintale di asparagi selvatici.

Poi, ovviamente essendo più anziano, aspetta di essere salutato per primo ed è con un sorrisetto malizioso che ti chiede come è andata.

Allora al mostrare il magro bottino, l'inesperto raccoglitore come me può cadere nella trappola peggiore di Marsilio: ascoltare, i suoi consigli.

Marsilio è tutt'uno con la macchia, Marsilio e è nato lì, Marsilio da piccolo usava le vipere come yo-yo...

Eppure qualcuno ci può cadere, perché ci sono caduto anche io, ed una volta seguendo le sue "piste" ho ritrovato l'accendino di Bonatti, la tenda rossa di Nobile, il Santo Graal, ma di asparagi selvatici nemmeno l'ombra.

Questo perché i nostri " vegliardi macchiaroli" sono talmente esperti in depistaggi che farebbero invidia alla Cia e KGB, messi insieme.

Poi che c'è da dire...primo comandamento e unico comandamento valido di Marsilio: "NON SE DICE".

Per questo non vi mostro quelli di quest'anno, ma quelli vecchi...

In bocca al lupo... e non alla vipera ovviamente.

 

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La Pasta con Salsiccia e Peperoni di Napoli

Avrei tantissimi di piatti da raccontare delle tradizioni napoletana che unisco gusto e sapore. Ma d’altra parte Napoli è una delle città del mondo più ricche di storia e tradizione e ogni suo angola e ogni sua persona ha qualcosa di speciale da raccontare.

Devo ammettere La maggior parte dei piatti campani e napoletani sono tutti piatti abbondanti e corposi e uno dei piatti che mangio davvero con più gusto è la Pasta con Salsiccia e Peperoni... vi assicuro un piatto abbondante ma buonissimo.

In pratica con un piatto del genere mangerete un primo e un secondo insieme. Vi lascio la ricetta della mia famiglia:

Ricetta della Pasta con Salsiccia e Peperoni

ingredienti per 4 persone:

  • pasta 320 gr
  • salsiccia 500 gr
  • caciocavallo / pecorino/ parmigiano 100 gr
  • 10 pomodorini tipo ciliegini
  • mezzo bicchiere di vino bianco/ o rosso a secondo dei gusti
  • 1 spicchio d’aglio
  • olio extravergine quanto basta
  • sale e pepe quanto basta

Prima di tutto per la preparazione è indispensabile lavare bene i peperoni con acqua corrente, in modo da eliminare residui di terra e soprattutto eliminate l’estremità (il picciolo) e tutti i filamenti bianchi. Tagliate poi i peperoni in modo da metterli da parte.

Mondate la cipolla, poi tagliatela finemente e mettetela insieme all’olio extravergine di oliva in padella sul fornello a fiamma vivace.  Quando la cipolla avrà raggiunto un colore dorato aggiungete la salsiccia ridotta a tocchetti. Ovviamente lasciatela cuocere per qualche minuto e poi la potete sfumare con il vino rosso o con il vino bianco a secondo dei gusti.

Quando il vino sarà evaporato aggiungete la salsiccia nei peperoni che abbiamo messo da parte versate sale e pepe. Poi versate la passata di pomodoro e lasciate cuocere per circa 15 minuti coprendo la padella con un coperchio.

Nel frattempo, in un’altra pentola di acqua salata lasciate bollire la pasta (fusilli o rigatoni).

Ovviamente scolate la pasta qualche minuto prima rispetto ai minuti di cottura indicati sulla confezione, poi scolate la pasta e la versate direttamente nella padella insieme alla salsiccia e i peperoni e mescolate qualche minuto con una cucchiarella di legno per lasciare amalgamare tutto.

Quando tutto si è amalgamato possiamo servire la nostra pasta salsiccia e peperoni ovviamente sopra possiamo aggiungerci una grattata di pecorino, caciocavallo o parmigiano a seconda di quello che preferiamo.

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